Non c’è il marchio del Pirlo allenatore in questa Juve

di Leonardo Menduni |

Ci sono dei marchi inconfondibili nel mondo. Quei marchi che riconosci in un attimo, basta un’occhiata rapida, anche di sfuggita, per capire tutto e subito. Chi ha avuto la fortuna e il privilegio di vedere Andrea Pirlo da calciatore dal vivo sa cosa significa. Quando calciava il pallone lui, sentivi un rumore diverso dagli altri: il pallone lo colpiva praticamente sempre nel modo giusto, al momento giusto, mandandolo nel posto giusto. Era il suo marchio, quello inconfondibile e unico di Andrea Pirlo.

La sconfitta all’Allianz Stadium contro il Benevento ha in un colpo solo escluso in maniera definitiva la Juve dalla lotta scudetto (salvo clamorosi quanto improbabili ribaltoni) e contemporaneamente fatto divampare le voci intorno al futuro di Andrea Pirlo.
Dopo l’eliminazione in Champions subita da un tutt’altro che irresistibile Porto, sembravano finiti i bonus per l’allenatore bresciano. E così è stato. La bilancia della critica pende ora definitivamente contro Pirlo: sfumati i due obiettivi principali della stagione non potrà bastare, eventualmente, conquistare la Coppa Italia a maggio contro l’Atalanta per salvare una stagione a dir poco complicata.

Ciò che desta più preoccupazione, a questo punto della stagione, sono soprattutto aspetti “di campo”. A due mesi dalla fine di questa stagione particolarissima, non si vede la mano di Pirlo sulla Juventus. Partito con idee forse perfino troppo elaborate a livello tattico e tecnico, il debuttante tecnico bianconero è sembrato spesso in balìa degli eventi tra infortuni, casi di positività al Covid-19 ed esperimenti poco riusciti. Ripercorrendo le tappe di questa stagione bianconera, si possono scorgere tante e forse troppe facce di una squadra che non ha mai trovato una sua dimensione, un’identità di cui potersi fregiare. Una lunga serie di equivoci e dilemmi tattici si è vista sin dalle prime partite. Nella prima fase (normale e ampiamente prevedibile sia chiaro) di adattamento era difficile decifrare l’assetto tattico di questa squadra, mascherato spesso dietro uno slogan ripetuto come un mantra “difendiamo a 4 e costruiamo a 3”.

Rimanendo “sul campo” : questa squadra ha più volte variato radicalmente alcuni aspetti fondamentali del gioco. Per esempio, per un lungo tratto di stagione, nei primi mesi, la squadra di Pirlo sembrava scegliere di fare una pressione alta in fase di riconquista della palla, accettando di prendere delle ripartenze avversarie che diventavano spesso molto pericolose. Sembrava un concetto chiaro, su cui evidentemente Pirlo credeva. Credeva, perché in alcune partite questo aspetto non solo non si è visto, ma è stato completamente abbandonato. Prendendo ad esempio le gare di Coppa Italia con l’Inter o di Campionato a Torino con la Roma: in quei casi la Juve ha totalmente rinunciato a quel tipo di “aggressione in avanti” abbassando la linea difensiva a ridosso della propria area. Difficile attuare due concezioni diametralmente opposte nell’arco di così poco tempo. O meglio, può capitare, ma non può essere una strada utile da percorrere se l’intento è costruire una propria identità. Ai microfoni Pirlo ha spiegato che quelle partite sono state consapevolmente preparate in quel modo; difficile pensare quindi che siano state condizioni dettate dall’andamento e dalle condizioni particolari di una singola partita.

Altro aspetto interessante e sui cui riflettere è la tanto chiacchierata “costruzione dal basso”. È innegabile che negli occhi di tutti siano rimasti impresi gli errori clamorosi, passando da quello di Bentancur a Oporto fino a quello di Arthur contro il Benevento. Ma anche in questo caso, non si può dire che la costruzione del gioco della Juve sia sempre partita dal basso. Anzi, dopo alcuni passaggi a vuoto, per qualche partita la squadra bianconera ha completamente rinunciato a costruire il gioco da dietro, anche in casi di pressing tutt’altro che asfissiante. Come se lo scotto di qualche errore abbia portato Pirlo a rinunciare ad una delle sue idee che, in quel momento, sembravano non dare grande affidabilità e soprattutto pochi risultati.

Dopo poche partite disputate, è stato lo stesso Pirlo che ha dichiarato di non vedere nessun centrocampista in rosa come mezzala classica. “Abbiamo centrocampisti più adatti ad un centrocampo a 2 che a 3”: un virgolettato del tecnico bresciano che ha lasciato qualche perplessità, considerando alcune caratteristiche dei giocatori in rosa, perché definire McKennie, Rabiot e Bentancur come centrocampisti più adatti a giocare in un centrocampo a 3 sembrerebbe, a mio avviso, perfino più logico.

Pirlo ha anche sperimentato qualche ruolo diverso per alcuni giocatori. Per esempio su Kulusevski ha cercato di lavorare proponendolo come attaccante centrale, a causa soprattutto dell’assenza prolungata e contemporanea per un periodo non brevissimo di Morata e Dybala. Ma una volta tornato a disposizione l’attaccante spagnolo, per il giovane talento ex Parma e Atalanta la collocazione tattica è tornata quella originaria ovvero sulla corsia esterna.

È sembrato che alle prime difficoltà Pirlo abbia scelto di archiviare, anche solo temporaneamente, dei concetti e delle idee che aveva mostrato in maniera nitida. Un aspetto tutt’altro che incoraggiante se si vogliono trasmettere idee e conoscenze ad una squadra.

Dopo la sosta per le nazionali, restano due mesi scarsi per chiudere la stagione. Ma ad oggi, dovendo analizzare la squadra di Pirlo, non si vedono marchi identitari precisi e riconoscibili. O sarà Pirlo a mettere il suo marchio sulla Juve, o sarà la Juve a marchiare e segnare in modo indelebile l’inizio della carriera di Pirlo come allenatore.


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