Non amo Ronaldo. Io credo in Lui.

di Sandro Scarpa |

E’ bastata una bella vittoria in rimonta di una Juve cattiva e verticale per abbandonare Cristiano.

Una delle poche vittorie senza Ronaldo e subito siamo tornati atei: “la Juve gioca meglio senza Cristiano”, “Cristiano monopolizza e rallenta il gioco”. 

Cristiano perdona loro, perché non sanno quello che dicono!

E’ una narrativa facile. Anzi, un’anti-narrativa: la squadra gioca più fluida, gli altri più liberi, tutti a rincorrere, il gioco che scorre. Si disse così anche per un paio di gare senza CR7 con SarriAtalanta, Lokomotiv-, e tutte le volte l’anti-narrativa si è riallineata alla Storia originale: Lecce-Juve 1-1. Così come quest’anno: pari con Crotone, Verona, Benevento. Punti persi che ci fanno soffrire ora.

Non c’è bisogno di riguardarsi le prestazioni monstre di Cristiano, anche senza gol cibernetici, né di guardare i difensori terrorizzati da Cristiano. Non serve ricordarsi la sua divinità calcistica per confutare la frase “Senza Cristiano giochi meglio“, basta guardare all’andata e al ritorno contro il Barcellona.

Nei club in cui è passato c’è un Avanti e un Dopo Cristiano. Il ManUnited, il Real Madrid. Squadre che senza CR7 hanno giocato bene, forse meglio (?), con uomini più responsabilizzati e nessun “obbligo a passargliela”. Peccato che abbiano vinto 1/10 in questi anni “Dopo Cristiano”.

Il punto è che un dio calcistico puoi amarlo ma anche non amarlo, perché amare un dio del calcio richiede totale devozione, esige fede cieca ed assoluta. E alla Juve non ci siamo avvezzi. Ci sta che in molti pensino ad andare contro la religione cristianica: Dybala prima era più centrale, Morata e Chiesa attaccano meglio, c’è più pressing, le punizioni non sono monopolizzate…

Un dio si ama totalmente, non è facile farlo. O ti ci abbandoni o non lo ami fino in fondo.
Ma se è un dio è dalla tua parte, non si contesta mai! Ci si genuflette e si ringrazia. E ci si affida.

E’ capitato anche con Del Piero. Ma lui era un “ragazzo che si è fatto dio da noi”. Totalmente nostro, dai 18 anni al tetto del mondo. Siamo cresciuto con Alex, era immanente, era la Juve, era tutto.

Spesso quindi non si “ama” un dio. Si tende a preferirgli gli altri calciatori più “umani”, all’epoca i Trezeguet, i Montero o i Nedved, così come ora è facile avere empatia per Chiellini, simbolo dell’uomo che si perfeziona, de Ligt così robotico ma anche giovane e trascinante, Morata con la sua generosità e simpatia, Tevez col suo essere uomo contro tutti gli dei del calcio, Chiesa con la cattiveria e voglia matta, Dybala con le sua fragilità e il talento a singhiozzo che lo fa passare da Eletto a flop.

Personalmente non “amo” Ronaldo. Ma Lui c’è. Sempre. E credo in Lui. Mi ci affido totalmente.

Cristiano è il prototipo della divinità calcistica anche algida, ego-maniaca, perfetta dentro e fuori, idolatrata e odiata. Perennemente rivolto a spostare in avanti traguardi irraggiungibili ad altri calciatori uomini. Perfino Messi è umano troppo umano, come altri calciatori dell’Olimpo, passato e presente.

Ronaldo invece l’ho amato umanamente quando da dio si è fatto carne e spirito in mezzo a noi. Nell’espulsione con pianto a Valencia, nel tunnel contro l’Atletico quando caricava i compagni o nei suoi dialoghi con altre divinità, quando sbaglia un gol e rivolge gli occhi al cielo come a dire “perché proprio a me questa sfortuna?”, dopo ottocento(mila) gol fatti.

Quando segnano Morata e Chiesa esulto e godo, uomini che lottano e corrono contro la palla e i limiti umani, non mi aspetto che ci siano sempre in modo perfetto e divino.

Ma quando segna Ronaldo io dico: “cazzo, è Dio! Ed è dalla mia parte”.

E stanotte, contro il Porto, abbiamo bisogno di credere in Lui e nella Storia.