Noia (nella) Capitale

di Vincenzo Ricchiuti |

Diciamocelo. L’unica pandemia alla quale sopravviviamo noi altri juventini al governo e opposizione da un decennio è la malattia della panchina. E Conte, e Allegri Dio lo benedica, e ora Sarri. Un virus non un allenatore ogni volta. Un momento fondante per ripensare ai famosi massimi sistemi dei quali ci abbiamo mai capito e apprezzato una mazza essendo pragmatici che hanno scelto di salvare le inspiegate apparenze di una vittoria purché sia col nome Juventus.

Noi Juve s’era capita l’antifona di questo sport immondo, questa specie di scacchiera dove si vince anche se non giochi a scacchi. Poi ci è venuta voglia di dare un perché ai nostri successi. Di crescere, di invecchiare storditi dall’impossibile divisione del capello. Di crearci noi stronzissimi vincitori un insuccesso scemo addosso.

Ora il contagio è Sarri di cui ognuno sa. Era il profeta del campionato degli altri quando dalle nostre parti Domineddio ci aveva mandato il semplificatore Allegri ed il suo e non c’è niente da capire della Provvidenza. Oggi è il nemico per tanti. Di coloro che lo volevano per fare chissà cosa e di coloro che non lo volevano per continuare come sapete chi.

Oggi è troppo facile dire, no Sarri no. Basta. Noia. Provincia. Gioco che non c’è. Se c’è avvertitemi quando smette. Conferenze 4. Stile zero. Vittorie zero. Promozioni 8. Sconfitte due. Oggi noi dovremmo celebrare il patibolo di un uomo anzitutto per omaggio alla sua funzione, quella di allenare diventata per noi altri ex stupidi il cuore dello Stato Juventus. Non è così, non basta più prendere le distanze dall’allenatore, da qualunque allenatore in omaggio al toscano magico che ci aveva insegnato a fare a meno di lui anche quando c’era lui. Non è più sufficiente ridimensionare il mister, questo numero 1 dei nostri guai e lampi e bisogna fare come Andreotti a Palermo quando c’era Orlando e cioè guardare solo dal numero 2 in giù.

La partita di Coppa è stata brutta. Limitata. Perduta meritatamente e quel che è peggio anche con le migliori intenzioni di non perderla. Il rigore sbagliato di Dybala cos’era alla fine, quel palombo a mezz’aria nato pragmaticamente morto ma esteticamente indomito, se non un manifesto dei volenterosi. Là non ci fosse stata la malattia del pensare andava un piattino da serie c con lieto fine terragno e decerebrato.

La differenza fossimo ancora in grado di non pensare è tutta lì: lo sbaglio dal dischetto. Avessimo centrato come l’unica cosa che conta i tiri dal dischetto oggi staremmo a non fare processi. Quelli che nelle sfortunatamente troppe analisi sono diventati i miserabili ospiti non invitati al gran pranzo delle pagelle e delle spieghe cioè i rigori erano tutto ciò che dovevamo capire. Conoscere. Arraffare. Essere.

Ed il bello è che l’unico ad averlo capito ma tanto non lo ascoltiamo più è proprio Sarri che, dagli forza mio Dio, a furia di riflettere sta riflettendosi stamane nel Sarrismo che implacabile peggio che ucciderlo e con la noia di tutti ci sta pensando su.