Non c’è niente dopo Massimiliano Allegri, almeno per il momento

di Valeria Arena |

Adesso che è tutto più chiaro, che i due anni di purgatorio hanno chiarito quali siano le priorità e le ambizioni, possiamo riavvolgere il nastro e ritornare all’istante in cui dentro una stanza si è deciso il destino di Massimiliano Allegri, della Juventus e, a cascata, dei presenti al confronto. Già nella serie tv di Netflix era evidente come persino i dirigenti e i giocatori non siano immuni a certi malumori da curva, che se Chiellini parla di maledizione Champions e Nedved di non dormire tranquillo a causa di quella coppa, allora vuol dire che il sottile filo della lucidità si è spezzato. E siccome la Juve di trofei nazionali ne era satura, non rimaneva che trascinare anche ai piani alti i dibattiti tra bello e brutto, e tra funzionale e decorativo, e lasciare che questi si divorassero sinapsi e poltrone.

Forse il dibattito è stato così intenso da non lasciare spazio alla definizione di progetto robusto, cristallino e soprattutto duraturo. Forse Allegri è stato talmente bravo da non lasciare nulla davanti a sé. Forse i decisori avevano posizioni troppo distanti per costruire insieme un futuro. Le premesse erano buone: tagliare di netto, creare un progetto con caratteristiche differenti, che è l’unica strada che puoi imboccare quando chi ti lascia, o hai lasciato tu, non tocca il cielo per un millimetro. Poi gli uomini fanno il resto. Sarri si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato con le persone sbagliate e Pirlo ha dovuto aprire gli occhi e constatare che la fiducia è difficile da addomesticare se non hai referenze.

Non siamo in balìa di noi stessi. Essere è già una scelta consapevole, cambiare lo è ancora di più, comporta fatica, coraggio e l’audacia di prendere schiaffoni. La Juve in parte lo ha fatto, ma non è rivoluzionare la sua forma e la sua essenza la sua priorità, non è dare fiducia ai novelli che giustamente arrancano (magari arrancassimo tutti come Andrea Pirlo, magari), neanche aspettare che qualcosa di buono fiorisca e che la ruota ricominci a girare a tuo favore. La priorità della Juve è non farsi detronizzare ed essere padrona del proprio destino. E infatti, quando questo viene disatteso, le decisioni diventano lucide, lungimiranti e spietate e gli avversari iniziano ad avere un po’ di paura.

Non è sbagliato pensare che non voler cambiare e rifugiarsi nel passato sia una mancanza di coraggio, ma a me sembra da ottusi doversi sedere ogni volta e spiegarsi l’un l’altro cos’è la squadra per cui tifiamo, da dove viene, cosa vuole, cosa è disposta a sacrificare e su cosa è disposta a investire. Fu umorale esonerare Allegri per quei motivi lì, senza alternative serie su cui credere, perché Sarri era valido ma non ci credeva nessuno, neanche lui, e perché Andrea Pirlo sarà valido, ma a questo, al momento, ci crede solo lui; non è umorale richiamarlo adesso, essendo l’unica alternativa seria a cui crediamo, o comunque l’unica alternativa disposta a dirci di sì.

Non c’è nulla dopo Allegri, almeno per il momento. Non c’è nulla non solo per i trofei vinti, e perché succede a nomi come Trapattoni e Lippi, non c’è nulla perché Massimiliano Allegri è stato un capolavoro professionale e umano, al quale persino Antonio Conte, nato juventino e mental coach, deve inchinarsi. Sul professionale si è detto tanto, pure troppo, sull’umano ancora facciamo gli gnorri. E non si tratta solo della gestione dei calciatori, di mandare un tribuna quel Leonardo Bonucci che nessuno riesce a domare, di arrivare da intruso e andarsene da padrone di casa, il capolavoro riguarda la massima aspirazione di ogni essere umano, ovvero irrompere nella vita di qualcuno a cambiarne il corso degli eventi, arricchirla e diventarne unico e insostituibile. E se la stessa cosa succede al contrario, la Juve per Max, allora possiamo parlare di miracolo, più che di capolavoro. Anche perché non so come altro definire il rifiuto al Real se non con la parola amore, adulto e adolescenziale insieme, di testa e di pancia. Tutto intero. Il posto dove vuoi stare e che scegli tu.

Non si ricomincia da dove avevamo finito, non è vero. Entrambi, la Juve e Allegri, hanno toccato il fondo della loro provvisorietà ed entrambi sono diversi. Sono passati due anni e tutto è cambiato: la società ha concluso un ciclo e la squadra viene da un anno complicato, non abbiamo più lo scudetto sulla maglia e Allegri non eredita la Juve di Conte. Non si richiede continuità, ma un nuovo inizio e Max non è l’allenatore che nel 2014 faceva storcere i nasi. Ritorna da Vate, da Salvatore, da principe a cavallo. A lui si chiede di confermarsi e superarsi e mai come adesso le aspettative sono così alte.

Forse è questo l’unico vero limite, che dell’Olimpo si può solo cadere.