Nicola Amoruso e la “coperta di Linus”

di Claudio Pellecchia |

Non ho mai particolarmente apprezzato i Peanuts. Almeno fin quando non sono stato in grado di cogliere dietro il tratteggiare di Charles Schulz la grande (auto)ironia di fondo e la capacità di rappresentare le varie emozioni umane. Non ricordo quando ho preso coscienza di tutto questo. Ricordo, però, quando ho compreso alla perfezione il significato del concetto di “coperta di Linus”. Solo che, per me, “l’oggetto transizionale che aiuta a superare la paura e colmare i vuoti” non era, appunto, un oggetto, bensì un calciatore: ecco, Nicola Amoruso da Cerignola era la mia “coperta di Linus”. Manifestatasi, in tutta la sua necessarietà, in una strana serata europea.

È il 18 settembre del 2001, un martedì di Coppa dei Campioni particolare. E non solo perché si tratta del debutto europeo della prima Juventus post Zidane. Il debutto vero e proprio, infatti, sarebbe dovuto avvenire una settimana prima a Porto, se non fosse stato per l’intrusione della Storia con la S maiuscola che, per una volta, ha imposto una deroga all’inflazionato “show must go on”. Comunque, nel solito, tiepido, Delle Alpi dei giorni feriali si gioca uno Juventus-Celtic Glasgow dall’esito apparentemente scontato. E il 2-0 sul tabellone poco dopo l’ora di gioco (doppietta di Trezeguet) lascia presagire una conclusione tranquilla della vicenda. Poi, però, la solita Juve da fase a gironi: una cosa va storta, poi un’altra, poi un’altra ancora ed ecco, in rapida successione, il 2-1 di Petrov, l’espulsione di Davids, il 2-2 di Larsson su rigore (generoso) accordato dall’arbitro Krug. Il cronometro corre veloce verso il novantesimo. Ci sarebbero tutti gli elementi per essere preoccupato e nervoso. Eppure una calma serafica mi avvolge. Da qualche minuto (e siamo poco oltre l’88′), infatti, è entrato in campo Nicola Amoruso. La mia coperta di Linus, appunto. Che fa quel che deve fare: rigore (altrettanto generoso) procurato e trasformato, 3-2, fischio finale, tutti a casa.

Flashback. Doveroso, se non altro per capire da dove derivasse quella mia calma apparente per una partita che stava volgendo al peggio.

È l’estate del 1996. La Juventus campione d’Europa, in piena rivoluzione (saluteranno, tra gli altri, Paulo Sousa, Gianluca Vialli e Fabrizio Ravanelli), acquista dal Padova per 7 miliardi di lire Nicola Amoruso, promettente ventiduenne di Cerignola, messosi in luce (33 presenze e 14 gol) in una squadra che aveva mestamente chiuso all’ultimo posto in classifica il campionato appena concluso. Il ragazzo sarebbe l’ultimo nelle gerarchie di un reparto d’attacco composto da Del Piero, Vieri, Boksic e Padovano, eppure colpisce tutti per la sua capacità di risultare sempre decisivo nelle occasioni in cui Lippi lo chiama in causa. E non sono sempre quegli umilianti scampoli di partita che sono nel destino di ogni bomber “di scorta” che si rispetti, ma vere e proprie occasioni della vita, simili a quei treni che passano una volta e forse mai più e che lui, da bravo ragazzo del Sud, ha imparato a prendere fin da ragazzo: come quando, a 17 anni, passò dal Trinitapoli alla Sampdoria come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Il 9 aprile 1997, ad esempio, all’Amsterdam Arena si gioca la semifinale d’andata di Champions League. L’Ajax di Van Gaal fiuta la vendetta della finale di Roma dell’anno prima, non foss’altro perché, con Del Piero infortunato, i bianconeri schierano una coppia d’attacco giovane e inedita a certi livelli: Vieri e Amoruso, infatti, sono due che si sono trovati catapultati quasi per caso dai campi di provincia ai 180 minuti che valgono una stagione e, forse, una carriera. Risultato: 45 minuti di lezione di calcio in casa dei maestri olandesi, con uno scarto che non è più ampio solo per l’imprecisione sotto porta dei Lippi Boys. E il primo gol, ovviamente, porta la firma di Amoruso.

Che si ripeterà due settimane dopo nel 4-1 del ritorno, scartando il cioccolatino gentilmente offerto da uno Zidane in totale delirio di onnipotenza:

Non tarda poi molto perché “Nick piede caldo” si confermi il Boniek degli anni ’90, uno che dà il meglio di sé in Europa, di notte, quando le stelle, non necessariamente le più lucenti, si vedono meglio. E poco importa se è sempre l’ultimo tra gli attaccanti. Lui, c’è sempre. Che si tratti di siglare la rete che vuol dire terza finale di Champions consecutiva:

o di giustiziare il Rosenborg nell’ultima partita di un girone fattosi improvvisamente complicato dopo cinque pareggi consecutivi:

Ecco perché quel 18 settembre del 2001, a due minuti dalla fine, ero sono così tranquillo. In campo è appena entrato Nicola Amoruso. E qualcosa sarebbe accaduto per forza, per il solo fatto che la mia “coperta di Linus” è lì.

Non avrebbe poi segnato molti altri gol in quel 2001/2002. Nessuno nelle 9 presenze in campionato, 6 nelle 7 partite di Coppa Italia. Termina la sua seconda e ultima parentesi in bianconero (la prima si era conclusa nel 1999), si prende lo scudetto del 5 maggio e se ne va proprio come era arrivato: in punta di piedi, senza far rumore. Lo rivedo, poi, cinque anni dopo, con la maglia della Reggina. Lui  ha continuato a girare l’Italia in lungo e in largo (è il calciatore italiano che, in carriera, ha giocato in più squadre – ben 13 – nonché l’unico, con Marco Borriello più recentemente, ad aver segnato almeno un gol per 12 di queste, per un totale di 113 in 380 gare nella massima serie), la Juventus è appena tornata in Serie A dopo il terremoto del 2006. Si gioca in un Granillo strapieno e in odore d’impresa: apre Brienza, pareggia Del Piero, amaranto in trincea a difendere un punto prezioso. Fino al novantesimo, fino al rigore conquistato e trasformato con modalità identiche a quelle di cinque anni prima contro il Celtic. Quasi a voler chiudere un cerchio:

Non riesco, in quella circostanza, a volergli male. Quel gol, in fondo, è solo il giusto prezzo da pagare a quel salvifico senso di sicurezza che mi aveva accompagnato negli anni precedenti. Quando sapevo che non c’era niente da temere, nemmeno nelle situazioni apparentemente disperate: tanto, alla fine, Lippi lo avrebbe fatto alzare dalla panchina, lui sarebbe entrato e avrebbe realizzato la rete decisivi. Sempre, comunque, contro chiunque.

Stando a Wikipedia, oggi farebbe il dirigente sportivo, anche se le sue ultime tracce in tal senso rimandano al 2013 e ai quattro mesi scarsi da d.s. del Palermo di Zamparini. Eppure è un ruolo in cui non riesco proprio a immaginarmelo. Forse perché spero ancora di vederlo lì, in panchina, pronto a entrare e a cambiare una partita nata male. In pieno Nicola Amoruso style. La mia “coperta di Linus”.