Nessuno come Chiellini

All’angolo, sotto i colpi avversari, barcollanti, con gli avversari ancora vispi che imperversano dovunque. Nessun miracolo di Buffon, ma nessun segno di vita dei nostri. Niente che possa far pensare ad una rimonta così inaspettatamente epica e repentina. E, sotto la fluidità, la tecnica e la fisicità dei Démbéle, Dele Alli, Eriksen e soprattutto di Kane, anche Giorgio Chiellini piegato, quasi inchinato.

Sempre a rincorrere Kane che sfuggiva in fascia o rintuzzarlo con fatica in area per quasi un’ora. Ma qui sta la grandezza di un calciatore, questa è la dimensione di una squadra, questo è il modo in cui si è creato un settennato di uomini leggendari: la capacità di non crollare.

L’unica volta che Chiellini è crollato, sul serio in 7 anni, è stato a Cardiff. A Berlino non c’era, così come a Monaco, sotto la gragnuola di colpi blaugrana e bavaresi. Chiellini è andato KO solo contro CR7 e gli altri dei, anche la prima volta al Bernabeu (con Conte). Ma la faccia l’ha sempre messa, così come il corpo, tutto. Soprattutto, nella finale contro il Real è stato esposto, assieme a Bonucci, alla marea madridista senza filtro alcuno di quelli che aveva davanti.

Ieri sera invece Chiellini non è crollato. Nemmeno nella prima lunghissima ora. Ha retto il colpo, barcamenandosi con l’esperienza, il fisico, l’astuzia, la capacità di controllare quel braccio che sfiora la palla ma resta attaccato all’erba, la volontà disperata ma vana di lanciarsi a protezione di Buffon nell’azione del gol di Son.

Poi Chiellini è diventato la Juve. Quella parte atavica di Juve su cui possono appoggiarsi saldamente per poi volare in alto talenti come Douglas, Higuain e Dybala. Giorgio rinato nella tempesta, si inabissa e riaffiora, bastione di energia e dedizione che ritroverai sempre dietro di te, immarcescibile.

Chiellini non è campionissimo come Buffon, non ha i piedi di Bonucci, la pulizia di Barzagli o il tempismo straripante di Benatia. Ma nessuno è Chiellini. Ci ha messo anni a raddrizzare per quanto possibile i piedi, dovendo gestire la palla, anni a capire di doverla far girare in orizzontale se necessario, o verticalizzarla se opportuno. Anni a crearsi un’ingiusta fama di cattivo da parte degli haters e di duro, ma corretto da parte dei rivali sul campo. Ogni tanto poi la palla gli sfugge, il piede gli parte, gli spigoli delle sue ante fanno male, le dichiarazioni banali gli scappano. Ma nessuno è come Chiellini.

In Tottenham-Juve Giorgio ha effettuato 27 (VENTISETTE) tra spazzate, blocchi, intercetti, contrasti vinti e duelli aerei vinti. 27! In una gara dal tempo effettivo di 54′ in cui il Tottenham ha avuto il possesso per 27-28 minuti vuol dire che Chiellini ha fatto un intervento decisivo al minuto. Per 27 volte ha fermato gli inglesi, sbattuto porte in faccia, alzato scogli, eretto fortezze. Quelle dal quale poi i 3 davanti spiccano il volo e giustiziano i difensori del Tottenham, che fanno un altro sport rispetto a Giorgio.

Quest’anno, senza Bonucci, con Barzagli defilato o Buffon a mezzo servizio, Licht e Marchisio ai margini, Chiellini da solo, si è issato a pilastro di tutto quello su cui la Juve ha costruito questi 7 anni. Alzando il ritmo, elevando la concentrazione e presenza in campo a livelli titanici.

Da quanti giocatori negli ultimi puoi avere lo stesso grado di intensità, costanza e attenzione? Di quali di questi si può ammirare ogni singola volta il sacrificio psico-fisico, la generosità sanguinolenta, l’energia esplosiva votata al piacere carnale di difendersi, tenere duro, distruggere e stare al proprio posto, lanciarsi lì dove scotta di più, dove i sensi del pericolo imminente pizzicano?

Pochi. Una manciata. E però nessuno è come Chiellini. Giocatore vintage. Così vigorosamente sgraziato ed efficace, così a tutto tondo e tetragono, quadrato, anche coi piedi. Piedi che però restano saldi a terra, tranne quando c’è da volare in area, o da prendersi un fallo, cascare e abbracciare il pallone. Ma non come i difensori cascatori, come i rugbisti che vanno in meta.

Nessuno ha il suo stile brutto, sporco e cattivo, l’iconografia del marcatore purissimo. Le spazzate, il turbante, le sportellate, sempre, per 100 minuti, gigantesco nel cuore esposto della Juve. A difesa schierata Chiellini è il marcatore più forte della sua generazione difendendo come si faceva in un’altra generazione. Non perché sia l’unico a farlo così, anzi, ma perché è l’unico a riuscirci in modo così totale.

Quest’anno dà l’esempio, alza la voce, alza il morale. Prova le cose difficili anche se due volte su tre gli riescono orridi, parte in sgroppata palla al piede a voler spaccare il mondo, ringhia e rialza l’avversario steso. In mezzo ad abbracciare Higuain inginocchiato al gol di Dybala, a prendere a pugni gioiosi Buffon, a farsi prendere di petto da Gigi dopo un salvataggio. Mancava il turbante, tornerà presto. 

L’esaltazione di Chiellini non è retorica, è retorica che si fa concretezza vivida, pragmatismo e capacità di annullare il gioco del calcio. L’altra metà del pallone. La zona oscura. Così bistrattata in tempo di lodi al gioco palleggiato e spettacolarizzazione del talento offensivo. 

Poi c’è il Chiellini fuori dal campo. Voce bambocciona, occhi buoni, compostezza lucida, professionalità preziosa per quanto banalmente ordinata. I moti dell’animo, gli studi, il cuore grande che si schernisce.

Non basta certo Chiellini a trionfare, ma lui è necessario ed imprescindibile, almeno a questa Juve.

Nessuno è come Chiellini, nel bene e nel male. E nessuno è come questa Juve. Nel male e nel bene.