Nella trincea di Buffon

 

Racconto estratto dal libro “FAVOLE PORTAFORTUNA – PER TIFOSI BIANCONERI DA 0 A 99 ANNI”, scritto da Emilio Targia ed edito da Sperling & Kupfer

 

I portieri sono strani. Atleti che si immergono in uno sport chiamato «calcio» con il compito di impedirne l’atto decisivo, quello del gol. I portieri sono matti. Fermi nel bel mezzo di una porta, mentre tutti corrono lì davanti, loro guardano e aspettano.
I portieri sono ribelli. Nel mondo dei calciatori hanno deciso che vogliono giocare con le mani.
I portieri sono soli. Quando arriva l’attaccante avversario non c’è nessuno dietro, si diventa ultimo baluardo, guardia di confine. Tutte queste cose però Gianluigi Buffon non deve averle pensate quando cominciò a tirare i primi calci a un pallone, da bambino. Era un Super Tele regalatogli dallo zio, uno di quei palloni leggeri e capricciosi che diventa una specie di aquilone inafferrabile. Forse è rincorrendolo che ha cominciato a tuffarsi. Né deve averle pensate quando fu chiamato casualmente a dismettere i panni da centrocampista della formazione dell’oratorio salesiano del Canaletto per indossare per un breve periodo la casacca da portiere. Patti chiari: prima si prega poi si gioca. Solo che lo fece così bene che poi, giocando in un’altra squadra di bambini più grandi, col numero 1 sulle spalle vinse un torneo.

 

 
Ma in fondo stare tra i pali era scritto nel suo dna. La famiglia Buffon ha sempre usato le braccia per fare sport: lanciatore di peso papà Adriano, lanciatrice di peso e disco mamma Stella, giocatrici di pallavolo le due sorelle, giocatore di basket lo zio. Tutti in maglia azzurra, per giunta. Mentre la sua nuova squadra, il Perticata, pretendeva di rimetterlo a centrocampo, i Mondiali italiani del 1990 dissiparono ogni dubbio nella testa del giovanissimo Buffon. Come tutti i bambini era lì a divorare partite in TV come caramelle. E quando vide le parate di Thomas N’Kono, estremo difensore del Camerun, con la sua reattività, la sua padronanza sfacciata
dell’area… Be’, se ne innamorò. Suo papà, che aveva intravisto nel piccolo Gigi la luce dell’estremo difensore, fece il resto: «Prova per un anno a stare tra i pali. Vediamo come va». Non andò affatto male. A 13 anni capì che forse era quello il suo ruolo definitivo. Non più fare gol, ma impedire agli avversari di farne anche uno soltanto. Somigliava a una missione difficile, dunque dal sapore magico. E allora via a difendere i pali del Bonascola. Ormai si sentiva un vero portiere di calcio, e aveva ragione. Quando nel 1991 bussarono alla porta Bologna, Milan e Parma, fu ancora una volta papà Adriano a sparigliare le carte.

 

Chiunque avrebbe detto sì a una società come il Milan, figuriamoci, ma lui vide lontano, e intuì che a Parma suo figlio sarebbe potuto crescere, protetto da una città a dimensione umana, in una squadra perfetta per consolidare il suo talento scalpitante. A soli 13 anni per Buffon c’era già il primo contratto con una squadra importante. Dal Bonascola al Parma, per 15 milioni di lire. Il preparatore dei portieri degli scudocrociati, Ermes Fulgoni, pensando di fargli un complimento, gli predisse un rapido debutto con la prima squadra in Serie A a 20 anni. «E io che faccio fino ad allora?» replicò sfrontato lui. Debuttò in casa contro il Milan il 19 novembre 1995, quando di anni ne aveva solo 17. Cinque interventi prodigiosi e pali inviolati. Era nato un campione. Il 29 ottobre 1997 il debutto in nazionale contro la Russia, lasciando il segno sotto la neve di Mosca, per poi vincere due anni dopo la Coppa Uefa col suo Parma. Le parate straordinarie di SuperGigi erano divenute ormai abitudine. Stupivano la formidabile reattività dei suoi gesti, la capacità di serrare la porta in ogni angolo e di arrivare sempre dove il pallone sembrava irraggiungibile.

 

La Juventus, che tra i pali non ha mai avuto portieri banali, non poteva non accorgersi di un talento così lucente. Così, a giugno del 2001, nonostante l’agguerrita concorrenza, Gigi Buffon sbarcò finalmente in casa bianconera. Il suo procuratore, Silvano Martina, dopo aver chiuso l’accordo con Luciano Moggi, spedì un fax a Gigi con la prima pagina di Tuttosport che riportava in prima pagina il suo passaggio ai bianconeri. La sua casa definitiva. Occhi lucidi e abbracci ai compagni del Parma, ma dentro di sé la ferma convinzione che era il momento giusto per il grande salto. Il suo corpo da portiere Gigi Buffon continua a indossarlo con agilità e coraggio. Quando lo spettatore vede già la palla in rete, accade qualcosa. Accade Buffon, che si ribella alle traiettorie impossibili, vola in angoli impensabili, si distende fulmineo in geometrie articolate e uccide il tentativo dell’avversario, gli ricaccia in gola l’urlo di gioia, gli spegne in faccia quel preannuncio di smorfia vincente. È stato così fin da quel suo primo meraviglioso scudetto, vinto il 5 maggio 2002, felicità inattesa in quel di Udine. L’inizio di un lunghissimo viaggio. Quella brutta depressione e la perdita del senso delle cose. Lo smarrimento, l’orgogliosa reazione, la rinascita, la voglia nuova. Quel folle 2006, lo scudetto annullato (oltre alla revoca di quello della stagione 2004-05) e l’incubo della retrocessione in Serie B, con addosso la voglia di restare su quella barca comunque, dopo il mare in tempesta. E ancora le accuse sulle scommesse e gli insulti prima dei Mondiali in Germania. La Coppa del Mondo alzata al cielo, alla faccia di chi sui giornali scriveva che era indegno del- la nazionale. Il Pallone d’Oro sfiorato, che avrebbe meritato. Poi il pareggio con il Rimini nella prima partita di Serie B, e quella strana stagione nella serie cadetta che si è trasformata in un inatteso viaggio d’amore negli stadi più nascosti. La naturale tentazione di cambiare aria, vinta dalla voglia di infilarsi in nuove sfide sempre con quella maglia. L’amarezza per la Champions persa nel 2003 a Manchester contro il Milan. I nuovi prodigi in nazionale. Il record di imbattibilità. I 6 scudetti consecutivi, dal 2012 al 2017. Un film interminabile da montare.

 

Perché il concetto stesso di tempo Gigi Buffon lo plasma a suo piacimento da quasi vent’anni. Il tempo che ruba all’avversario in un’uscita, il tempo che passa in silenzio da solo tra un intervento e l’altro, il tempo della vita che trascorre e che non scalfisce il suo entusiasmo, il tempo giusto per staccare da terra e volare all’incrocio. È già leggenda, ma non gli basta. Pugni serrati e urlo contagioso dopo ogni gol sventato, resta aggrappato ai suoi voli. Come il nuotatore alla sua acqua.