Napoli-Juve come termometro sul campo

di Davide Rovati |

Nei giorni in cui persino il sabaudo Luca Momblano fa il countdown per una partita che si giocherà fra due settimane, tocca a qualche altro collaboratore provare a dare un senso agli eventi che intercorrono di qui al 12 marzo. E pensare che la partita che si gioca domenica dovrebbe essere una sorta di sfida scudetto, senza dubbio la trasferta più impegnativa di tutto il campionato.

Trasferta, già: la terza consecutiva, per chi non se ne fosse accorto (come biasimarvi? Ultimamente non è che ci sia tutta questa differenza fra giocare in casa e giocare fuori). In questo senso trovo molto positivo che la squadra abbia subito la possibilità di rigiocare una grande trasferta, una sorta di remake di Madrid, considerati il contesto e le difficoltà da affrontare.

Nessuna somiglianza apparente fra Napoli e Colchoneros, a parte il modulo di gioco – 442 – comunque interpretato in modo molto peculiare dalla squadra di Ancelotti, in antitesi all’ortodossia del Cholo. Ancelotti che tutti abbiamo dato per morto almeno due volte nel corso di questa stagione: la prima, quando ha accettato la guida tecnica di un gruppo di giocatori che sembrava spremuto al massimo delle sue possibilità dopo il triennio con Sarri; la seconda, quando è uscito dalla Coppa Italia, ritrovandosi così già fuori da due competizioni a febbraio e con un distacco abissale in campionato.

Invece tutto sommato il suo Napoli è sempre lì, non è crollato come era lecito aspettarsi, ed è persino in un buon momento di forma. Non ingannino i due pareggi con Torino e Fiorentina, partite dominate dagli azzurri, in cui le porte di Lafont e Sirigu sono sembrate stregate fra parate eccezionali, legni ed errori di mira clamorosi.

In campionato non prende gol dal 20 gennaio, in Europa League ha passato agevolmente il turno ed è fra le candidate alla vittoria finale: non abbiamo dubbi che al San Paolo la squadra di Ancelotti scenderà in campo per vincere, anche solo per l’orgoglio di provare a tenere aperta la competizione fino in fondo.

La domanda a questo punto è se la Juve sarà in grado di fare altrettanto. Inutile girarci attorno: questo scontro diretto vale poco o nulla per la classifica (una sensazione paradossale, che dovrebbe farci realizzare quanto siamo cannibali in Serie A) e vale invece molto come termometro per la Juve.

C’è da misurare innanzitutto la temperatura della squadra. Abbiamo le energie mentali per resistere all’urto iniziale del Napoli? Abbiamo la convinzione e l’autorevolezza per fare una partita di personalità al San Paolo? Le gambe girano a sufficienza per uscire nei 30 minuti finali, come abbiamo fatto tante altre volte?

C’è anche da misurare la temperatura all’allenatore, non perché stia delirando, ma per capire quanta voglia ha di rimettere in gioco le sue certezze riguardo a questo organico. Certezze che purtroppo rischiano di portarci dritti verso la peggiore stagione, in termini di risultati, da quando Max Allegri è in carica.

Il grande interrogativo perciò, e purtroppo qui devo cedere anche io alla tentazione di proiettarmi verso il 12 marzo, è proprio questo: cosa sta preparando Allegri di diverso per la gara di ritorno? Vuole spostare delle pedine? Vuole puntare su altri uomini? Abbandonare il centrocampo a 3? Aggiungere un marcatore dietro per giocare addosso alle punte dell’Atletico?

Qualche giorno fa Allegri ha lasciato intendere che la squadra ha bisogno di lavorare in queste settimane, perché rigiocare adesso contro l’Atletico vorrebbe dire perdere di nuovo. Quale palestra migliore del San Paolo per portare in campo i frutti di questo lavoro in progress?

Che poi il Napoli di Ancelotti, si diceva, non ha molto in comune con l’Atletico Madrid. La disposizione delle punte, ad esempio, è diversissima: se quelle di Simeone hanno compiti asimmetrici e si esaltano giocando lontane, negli spazi larghi, le punte del Napoli sono temibili soprattutto nelle combinazioni strette. Lo scontro diretto di domenica quindi farà storia a sé, almeno dal punto di vista della preparazione tattica.

Gli azzurri giocano un calcio organico, fluido, che ha perso molto della geometricità di Sarri. Il loro ritmo dipende dai battiti dei due registi: quello classico, Fabian Ruiz, palleggiatore elegante e padrone assoluto dei tempi di gioco; quello decentrato, Zielinski, in grado di accendere la partita con strappi improvvisi. Ruiz, Zielinski, Milik, Insigne e Mertens sono anche una batteria di tiratori dalla media distanza davvero eccellente, quindi sarà importante non concedere spazi per la battuta al limite dell’area.

Il centrocampo del Napoli cercherà di governare la partita ma può anche essere il punto debole dove colpire: in sostanza il solo Allan è in grado di proteggere adeguatamente la difesa. La partita si può vincere puntando sullo spazio alle spalle di Fabian Ruiz e Zielinski, costringendo così Koulibaly a uscire forte da quel lato per aprire spazi nella linea arretrata dei partenopei.

Allora in cosa può esserci utile questo Napoli-Juve, posto che gli aggiustamenti tattici saranno ad hoc? Quello che ci aspettiamo di vedere è un salto di qualità sotto l’aspetto dell’atteggiamento, dell’approccio alla partita e soprattutto della convinzione nei principi che si portano sul terreno di gioco.

Come al solito, la Juve potrebbe sbrigare la pratica anche con una sola giocata all’interno di una partita speculativa. Giocare per il pari sarebbe però una grande occasione persa in vista dell’avvicinamento alla Champions, a meno che non vogliamo illuderci tutti che si possano segnare tre gol all’Atletico senza essersi mai allenati a farlo. Vedremo se Allegri vorrà giocare per controllare la partita o per aggredirla, con le sue modalità.