Napoli-Juve 1-1: Allegri un po’ Indurain e un po’ Modigliani

di Luca Momblano |

Gli applausi del San Paolo al suo Napoli, i musi seri degli juventini al rientro negli spogliatoi dopo il triplice fischio. Eppure nessuno ha vinto e nessuno ha perso. Non benissimo per loro, nella corsa al secondo posto che è il minimo per garantirsi un’estate lunga, serena e ragionevole. Non malissimo per noi, all’inizio di un sentiero in cui ogni piccola buca nasconde un risvolto. “Sfangata”, ho commentato privatamente a un amico prima e dopo la partita. “Sfangata” deve aver pensato Allegri, sminuendo pubblicamente il significato di una partita cerchiata sul calendario un po’ da tutti fin dal giorno delle compilazioni.

 

Qualcosa di diverso lo hanno invece pensato i calciatori, forse perché la retorica della battaglia (tradotta in toto nella scelta di formazione) scelta durante la settimana da un Allegri ancora diverso dal solito, mai così camaleontico, quasi escludeva di potersi trovare in vantaggio dopo meno di dieci minuti. Tanto più entrando come lama nel burro, con Khedira rimorchiatore centrale come da suo manuale e Pjanic al suo servizio con giocata per lui scolastica (mi stacco dall’uomo, non penso alla porta, restituisco preciso sulla corsa, gol).

 

Inutile però provare a entrare nelle teste. La psicologia è dentro gli uomini, e troppo spesso la si vuol provare a leggere e recitare da fuori. Palle. Palle come quelle mostrate da un Napoli che doveva smettere di averne dopo un’ora, palle come quelle di Chiellini che fa la calamita pazza nella nostra area, palle come quelle di convincere la squadra che Asamoah sia esattamente l’uomo ideale per smascherare i nascondigli di Callejon quando la storia diceva il contrario. Palle che fanno parte di una più grande palla, il calcio. Le sfumature sono mille e, vista dalla parte di Allegri, la partita andava “venduta” esattamente così.

 

C’è da credergli, al mister. Quando dice e ribadisce che queste sono partite strategicamente poco rilevanti, si torna con la mente alle due di Milano quest’anno. Lui le prepara così. Gioca anche con i pezzi della squadra. Osserva il traguardo, guarda il carburante, arma il cesello, si sente un Modigliani, vuole esporre il trofeo finale e con quello crogiolarsi perdendo e poi riprendendo la pubblica ammirazione.  Sta di fatto che a Napoli (puntata a tappe) non si è perso. Brutti come a Firenze, senza cambio passo come a Genova, ma lo stadio è un altro. Nella prima ci lasciò le penne la difesa a tre, nella seconda il rombo. Qui non succederà niente di niente, se non forse che Lemina tornerà nelle catacombe (peggio di lui, in quel ruolo sperimentale, solo il Gerson di Spalletti allo Juventus Stadium). Non perderà nerbo il 4-2-3-1, se ci vogliamo ostinare a chiamarlo così. Semplicemente non sono riusciti, in quelli che vengono ritenuti dettagli, gli sbarramenti in fascia sugli esterni avversari e non si è lavorato addosso a Jorginho. Nessun break oltre la linea mediana. Pace.

 

Perché a dirla tutta, nel piano-partita di Allegri il vero corto circuito è la mancata progressione finale, preparata a tavolino con gli ingressi stratificati di Cuadrado e Dybala, ai quali non è sempre il caso di chiedere la vita. Un punto, nessuna cicatrice, prima tappa dei Pirenei archiviata. E la metafora ciclistica pare sempre più adeguata per questa Juve 6.0. Pensate all’attitudine, non al contorno: Lippi cannibale come Merckx, Capello onnipotente come Armstrong, Conte emozionale ed estremo come Pantani. Allegri fa invece la parte del mite e generoso e freddo Indurain, con il rischio di essere uno dei più vincenti di sempre, ma tra questi quello colpevolmente dimenticato.