Nagelsmann, Mourinho e la scelta di Sarri alla Juve

di Alex Campanelli |

mourinho nagelsmann

Il 4-0 complessivo rifilato dal RB Lipsia, guidato dal formidabile Julian Nagelsmann, al Tottenham di Josè Mourinho ha ribadito un concetto che dovrebbe essere ormai chiarissimo: in Europa, nell’Europa del 2020, vincono il gioco, le scelte coraggiose, le squadre dall’identità forte, gli schemi mandati a memoria e resi perfetti da giocatori di alto livello.

Se andiamo a confrontare l’11 del Lipsia con quello del Tottenham, i ragazzi di Nagelsmann risultano al momento superiori solamente nel parco attaccanti, stanti gli infortuni di Kane e Son, con buona pace di Mourinho che si è più volte barricato dietro al pianto preventivo con affermazioni opinabili del tipo “non abbiamo una rosa ampia come quella del Lipsia“. Ad attenuante delle scarse fortune degli Spurs nell’ultimo periodo vengono sempre citati i suddetti infortuni, senza considerare mai che all’andata il Lipsia al New White Hart Lane era sceso in campo senza tre difensori centrali (Upamecano, Konaté e Orban), schierando davanti a Gulacsi due terzini riadattati (Halstenberg e Klostermann) e un ragazzo del 2000 che sin lì aveva disputato da titolare una sola gara in tutta la stagione (Ampadu).

Invece di cercare alibi o mettere le mani avanti, Nagelsmann ha fatto di necessità virtù, rimodellando nel corso della stagione il suo Lipsia coscio di dover fare i conti con infortuni e mercato. I gravi infortuni occorsi a Konaté e Orban mesi or sono l’hanno portato verso il 3-4-3 visto nella doppia sfida coi britannici, coi due terzini abbassati sulla linea di Upamecano (quando presente) e il prestito dal City Angelino e Mukiele sulle fasce, mentre la cessione di Demme l’ha spinto verso l’ardito ma produttivo spostamento di Sabitzer, un centrocampista offensivo, in mediana, con Werner largo e Schick più di Poulsen al centro dell’attacco. In pratica, le assenze hanno trasformato il Lipsia in una squadra ancora più letale.

A fare tutta la differenza del mondo è stato proprio l’impianto messo in piedi dal giovanissimo tecnico tedesco, il quale aveva già fatto miracoli a Hoffenheim con una rosa mediocre e che ora ha portato un manipolo di ragazzi, seppur di valore, ai quarti di Champions League, mandando a casa i vicecampioni d’Europa. Sull’altro lato della medaglia, c’è un Mourinho che era sembrato fin da subito inadatto a succedere a un allenatore profondamente diverso da lui come Pochettino: l'”effetto Mou” stavolta è durato poco più di un mese, dopodiché gli Spurs, oltre a ripiombare nella crisi di risultati che già li attanagliava sotto la precedente gestione, hanno incontrato una significativa involuzione nel gioco, cosa che ormai capita sistematicamente alle squadre guidate dal portoghese.

José Mourinho è (stato?) un grande allenatore, ha fatto miracoli con il Porto, ha portato l’Inter allo storico triplete ed è stato il primo a interrompere l’egemonia domestica del Barcellona di Guardiola; dall’altra parte però, già alla guida delle merengues era chiaro come i suoi metodi apparissero stantii e poco efficaci se confrontati agli arabeschi del Barcellona, e le sue esperienze successive sono da considerarsi complessivamente fallimentari, al netto del campionato vinto con un Chelsea che ha poi contribuito a inabissare. Definire Mourinho un allenatore superato è ancora un azzardo, di certo il suo calcio non è più quello che si gioca nell’Europa dei grandi.

Dopo la sua Inter, con il Chelsea di Di Matteo a rappresentare il bug del caso, hanno vinto la Champions League sempre e solo squadre dalla forte connotazione offensiva, con un’identità chiara, dei principi di gioco chiari e ovviamente dei campioni capaci di fare la mossa giusta nel momento migliore. Anche il criticatissimo Real Madrid di Zidane, per quanto lontano dalla perfezione del Barça di Pep o dall’organizzazione del Bayern o del Liverpool, aveva una propria identità ed era capace di adattarsi fluidamente all’avversario senza snaturarsi troppo, puntando a far agire in libertà i propri campioni, massimizzandone il rendimento.

Che c’entra tutto questo con la Juventus? In realtà moltissimo, dato che la scelta societaria sembra andare nella direzione richiesta dal calcio europeo, riassunta nelle caratteristiche sopra elencate. Anche per questo la Juve ha salutato un allenatore “modello Mou”, un tecnico speculativo che aveva impostato una squadra attendista e raramente dominatrice delle gare, la quale preferiva giocare a nascondino piuttosto che ai pirati. Al suo posto è arrivato un tecnico “modello Nagelsmann” (non nei principi di gioco ma nell’idea di fondo), uno di quegli allenatori moderni che ama giocare la palla, controllare il flusso della partita e valorizzare i propri talenti inserendoli in schemi studiati piuttosto che isolandoli e poi dicendogli “adesso sta a voi”.

L’Europa ce lo chiedeva da tempo, la Juve l’ha capito e, anche se alcuni direbbero che sta rinnegando il suo DNA, fatto di sudore, lacrime e sangue, di campioni “operai”, di difese del fortino in bello e italianissimo stile, ha deciso di fare una scelta forte. La suggestione Guardiola è svanita in un pomeriggio d’estate, la società ha dunque scelto Maurizio Sarri come kamikaze costantemente esposto al fuoco amico dei tifosi, l’ha fatto per dare il via il prima possibile a un cambio di filosofia che a tratti può sembrare utopico, ma dal quale non si può prescindere se si vuole primeggiare anche in Europa.