I 4 motivi per cui i tifosi non amano Allegri

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Udine allegri

Prendete un allenatore che in tre stagioni vince 6 delle 9 competizioni cui partecipa, ed è 2 volte secondo nelle altre 3. Si può immaginare che goda di stima e fiducia da parte della propria tifoseria, se non unanime almeno della maggioranza. A meno che l’allenatore non sia Massimiliano Allegri e la tifoseria quella della Juventus.

Che tra il tecnico livornese e certi supporters bianconeri non si sia mai trattato di una luna di miele è sempre stato palese. Ma dopo la finale di Cardiff la situazione è esasperata, se è vero che sui social Juventini i commenti che riscuotono più approvazioni sono quelli in cui si invoca un avvicendamento in panchina.

Ma quali possono essere le ragioni di questo amore mai nato? Si può provare a riassumerle in 4 fattori.

1 – La “halma” In un mondo del calcio sempre più isterico, in preda alle polemiche che impazzano per i più futili motivi, Allegri è diventato famoso per il suo predicare calma, rigorosamente con la “c” toscana aspirata. Dentro al campo (anche se, quando le cose vanno male, le sue urla non faticano a sentirsi), come fuori: in conferenza stampa lo troverete sempre con il sorriso ammiccante, pronto a fare mea culpa quando si perde e rispettoso di avversari e arbitri. Insomma, lontano anni luce dal rumore dei nemici di Mourinho, dai proclami battaglieri di un Conte o un Simeone, o dai toni di chi è in guerra perenne col mondo come i Sarri e i Mihajlovic. Il ché potrebbe essere una strategia intelligente, quando alleni la squadra più odiata d’Italia e giocatori su cui già pesa la pressione enorme di chi è condannato a vincere. Ma che evidentemente può dare al tifoso (portato a sostenere con più fervore dei capipopolo, come quelli sopra citati), una percezione di poca grinta e leadership, alimentata da leggende metropolitane come  l’ormai celebre epiteto di “cagòn” che un Carlos Tevez ormai in rotta con il club gli avrebbe affibbiato. Ci ha anche provato, il buon Max, a farsi vedere cattivo, sbraitando contro il quarto uomo dopo una sconfitta a Firenze; ma neppure la giustizia sportiva se l’è bevuta.

2 – Il pregiudizio “Noi Allegri non lo vogliamo!”. A distanza di 3 anni ancora riecheggia il coro con cui fu accolto il mister al suo approdo alla Juve, questa volta certamente dalla maggioranza dei tifosi. E riecheggia perché viene tuttora riproposto con insistenza, pur dopo una serie oggettivamente improcrastinabile di successi, a dimostrazione di quanto i pregiudizi siano difficili da estirpare. I motivi? Probabilmente sono da ricercare nel suo passato, apparentemente lontano dal mondo bianconero; in particolare il suo recente trascorso al Milan, dove non mancò di guadagnarsi una certa dose di antipatia chiamando in causa a ogni occasione buona (lì sì polemico, seppur con il suo stile)  il famigerato gol di Muntari. E poi, un allenatore che riesce a perdere uno scudetto con Ibra, che punta su Emanuelson trequartista e si fa esonerare perdendo a Sassuolo, il pedigree per guidare la Juve evidentemente non ce l’ha.

3 – Impronta tattica Qual è la Juventus di Allegri? Una domanda cui è in effetti difficile rispondere. Prendiamo Conte: chiunque sarebbe d’accordo nell’identificare la sua Juve con il 3-5-2, nato in una notte di Napoli dopo un’iniziale orientamento verso un più offensivo 4-3-3, e accompagnato da pressing feroce e altissimo con attacchi sviluppati in rapidità di passaggi e movimenti. Un calcio senza dubbio godibile, in particolare dopo i tristi campionati dei due settimi posti. Mentre Allegri? Nel corso degli anni ha cambiato più volte veste, dall’eredità del 3-5-2 di tanto in tanto rispolverato, a un più classico 4-4-2, al modulo a “5 stelle” con tutta l’artiglieria pesante schierata. Piuttosto che affidarsi ad uno schema e uno stile di gioco fissi, infatti, Allegri sembra dare il meglio nel leggere situazioni e avversari adattandosi di conseguenza, sia nel corso di una stagione sia di una partita; tanto da dichiarare più volte di non amare molto la parte “numerica” e scientifica della tattica, pensando il calcio più come un gioco di infinite variabili in cui le intuizioni dei giocatori fanno la differenza. Un’anarchia inconcepibile per ogni allenatore da divano che si rispetti, sempre pronto naturalmente a sottolineare come la squadra giochi male, vinca solo per fortuna o abilità dei singoli e che chiunque messo su quella panchina potrebbe raggiungere gli stessi risultati, se non fare meglio.

4 – Bulimia In un periodo d’oro, unico nella propria storia, come quello che fortunatamente la Juve sta vivendo, si corre il rischio che “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” venga inteso come “vincere è l’unica cosa possibile”. Tradotto: il tifoso juventino, già abituato a considerare qualsiasi cosa che non sia la vittoria come poco importante, è diventato negli ultimi anni poco abituato alla sconfitta, tanto da credere la propria squadra in dovere di continuare a vincere. Ciò ha portato a non perdonare nessuna sconfitta e dare invece per scontati Scudetti e Coppe Italia, come se questo ciclo fosse la normalità e non qualcosa di eccezionale. E naturalmente, come sempre in questi casi, appena le cose vanno un po’ meno bene di come dovrebbero la colpa ricade per prima sull’allenatore. Questo, va detto, vale anche per altre tifoserie molto esigenti: un caso su tutti al Real Madrid, che ha macinato tecnici anche di curriculum prestigiosissimo (e che però se lo può permettere, forte di una base economica e tecnica, ahimè, di altro spessore).

Al nostro caro Max non resta altro che zittire le critiche come fa da tre anni a questa parte, ovvero sollevando trofei a maggio. E si consoli: il bello di essere tifosi è che no siamo tutti uguali, ed esiste anche un partito (forse di minoranza, certamente più silenzioso), che continua a sostenerlo.

 

Di Luca Mantovani

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