Tutti i motivi per cui il calcio deve ripartire

di Andrea Mangia |

È già da qualche giorno che ho in testa questo pezzo. Dal comunicato dei tifosi del Genoa circa l’opportunità di riprendere il campionato. Dopo le parole del Presidente del Consiglio di domenica sera, direi che il quadro è completo, e conferma ciò di cui sono convinto: Il calcio deve ripartire. E non perché al calcio debba essere riservato un trattamento di favore. L’esatto contrario. Il calcio deve ripartire poiché ne ha bisogno tanto quanto qualsiasi altra attività produttiva del Paese. Perché, come il turismo, la manifattura e la siderurgia, il calcio è un’industria, la nona del nostro Paese.

A chi commenta parlando di “società schiave delle televisioni”, parlando di calcio moderno che non rispecchia più i valori di un tempo, di mancato rispetto per chi ci ha lasciato, di settore in cui vincono gli interessi dei “potenti, rispondo che, francamente, queste argomentazioni, oltre che analizzare una fetta infinitesimale di una questione ben più complessa e che coinvolge un numero ben più ampio di persone, suona tanto come populismo di bassa lega, per giunta mal argomentato. Chiacchiere vuote di persone perennemente insoddisfatte. Potremmo partire dalle televisioni, specchio del calcio moderno. Forse il più inossidabile degli ultrà potrebbe dichiararsi nostalgico delle care, vecchie radioline e di “tutto il calcio minuto per minuto”, delle partite tutte alla stessa ora. Certo, uno potrebbe rimpiangere le telefonate alla fidanzata da una cabina telefonica, o i documenti redatti con le piccole ed affascinanti imperfezioni di una macchina da scrivere, ma che senso ha un discorso del genere?

Siamo nel 2020. La televisione è semplicemente la radiolina dei giorni nostri. E le televisioni pagano, profumatamente, un prodotto di immenso valore. Poiché ne possono ottenere un ritorno economico, certo, ma fornendo al tempo stesso all’utente un servizio di prim’ordine. Dove sta il problema? Il calcio, ed i suoi protagonisti, valgono tanto quanto è l’interesse che suscitano a livello globale, né più né meno. Tanto, poco, chi siamo noi per deciderlo? L’importante è che i conti tornino. Nel calcio girano molti soldi semplicemente perché il calcio, come industria, ne genera altrettanti. Non serve un genio per capire che Apple abbia più valore del negozio di computer sotto casa. Perché ridursi a ragionamenti così vuoti e mal posti? Che male c’è? L’unica cosa importante, per Apple come per il negozio sotto casa, è che alla fine dell’anno i conti tornino. Le società di calcio, tra l’altro, pagano le tasse (e parecchie) come qualsiasi altra attività produttiva e, attraverso l’indotto generato, danno lavoro a migliaia e migliaia di persone, molte delle quali hanno stipendi comuni.

Se il calcio fosse così intrinsecamente sbagliato ed irrimediabilmente inquinato, perché quel gruppo di ultrà che ha scritto il comunicato, popola ogni sacrosanta domenica le curve di tutta Italia?

Il peccato originale qual è? Voler ripartire come qualsiasi altra attività economica di questo paese? O il fatto che nel calcio girino molti soldi? E quale sarebbe il piano, quale sarebbe la soluzione? Inchinarci al Covid-19 in nome di una non meglio precisata etica? Certo, è facile pensare con invidia (per chi è in grado di provarne) ai calciatori milionari, ma far ripartire il calcio significa soprattutto dare una boccata d’ossigeno a tutti quelli che vivono grazie alle attività che al calcio sono correlate, più o meno strettamente. Giardinieri, massaggiatori, stewards, autisti, preparatori, custodi, magazzinieri, collaboratori, dottori, fisioterapisti, speakers, senza contare tutti coloro che hanno impostato la propria attività lavorativa facendo affidamento sugli incassi derivanti dal giorno della partita.

Vogliamo parlare dei supposti “privilegi”? Partendo dal presupposto che il calcio non ha ricevuto, ad oggi, nessun trattamento di favore, ed anzi, rispetto ad altre categorie, ha dovuto agire autonomamente, al suo interno, per ridurre i costi e le perdite di questo periodo, quali sarebbero i “privilegi”? Lo sfruttamento di un numero elevato di tamponi che non sarebbero a disposizione invece della “gente comune”? Ma che male c’è se le società di calcio, pur di ripartire, fossero disposte, a proprie spese, a procurarsi tutti i tamponi necessari per allinearsi alle rigide misure imposte alla FIGC dal Comitato Tecnico Scientifico, in modo da garantire una ripartenza in condizioni di estrema sicurezza? Una marea di piccoli e medi imprenditori si sono ingegnati, apportando modifiche, a loro spese, nei propri ambienti di lavoro, pur di poter riaprire in fretta la propria attività nel rispetto delle nuove norme vigenti. Perché se tutto questo lo fa il calcio diventa improvvisamente sbagliato o immorale?

E poi, infine, parliamo del rispetto per chi non c’è più. Siamo rinchiusi nelle nostre case da settimane, mesi. Il silenzio, nelle strade delle nostre città, regna sovrano. Silenzio che è considerato spesso sinonimo di rispetto. Idealmente sui campi di calcio, per commemorare chi è mancato, si celebra un minuto di silenzio. Siamo a casa da circa 2 mesi. Fanno 86.400 ideali minuti di silenzio. Tempo che abbiamo avuto, forzatamente, come mai forse nelle vostre vite, per pensare e dare la giusta importanza a ciò che ci sta succedendo. E sapete cosa penso? Penso che il miglior modo per onorare la morte sia proprio la vita. Vivere, in maniera integra e piena, meglio di quanto non abbiamo fatto fino ad ora, è il miglior modo per onorare chi non c’è più.

E, anche a livello simbolico, cosa potrebbe darci maggiormente l’impressione di un ritorno graduale alla normalità, se non le partite di calcio alla domenica? Io penso che se, e quando, ripartirà il calcio, dentro ciascuno di noi maturerà di pari passo la sensazione che stiamo pian piano uscendo da questo terribile periodo. Ed allora ripartiamo, con questo calcio, prima necessariamente a porte chiuse, sperando di aprire ben presto anche queste curve che oggi gridano “vergogna” per la sola idea di ripartire. Riapriamole queste curve, sperando che la rinnovata sensibilità che questa tragedia ha smosso in ognuno di noi, sia l’occasione per lasciar fuori, dalle curve, quei cori beceri ed irrispettosi che, settimanalmente, da nord a sud, infangano la memoria di altri che non ci sono più, seppur per motivi diversi dal Covid-19.

Il calcio deve ripartire. Ad un’unica, imprescindibile condizione: la salute dei giocatori e di tutti coloro potenzialmente a rischio una volta dato il via libera alla ripresa dell’attività agonistica. Questo è l’unico limite ed allo stesso tempo principio cardine per la ripartenza. Ed ascoltando le parole del presidente Conte domenica sera, appare chiaro una volta di più che al calcio non sia stato e non sarà accordato alcun privilegio. Il calcio (così come tutti gli sport a squadre) inizierà gli allenamenti 2 settimane dopo quelli individuali, poiché, parole del Premier, le misure proposte dalla FIGC al Comitato Tecnico Scientifico, non sono state ritenute sufficienti per una ripresa in totale sicurezza.

Nessun favoritismo dunque, nessuna forzatura, solo una fortissima voglia di normalità.


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