Lutto nel calcio: addio a Paolo Rossi eroe di Spagna ‘82

di Mauro Bortone |

La tristezza arriva nel cuore della notte e il mondo del calcio, d’improvviso, si ritrova di nuovo in lutto: è tardi, anzi, tardissimo, quando giunge una notizia terribile, quella della morte di Paolo Rossi, ex calciatore della Juventus e simbolo della Nazionale campione del mondo a Spagna 1982. Lo scrive dapprima il giornalista Rai Enrico Varriale in un tweet, poi arriva la conferma anche dalla Gazzetta dello Sport e dalle altre testate sportive e non.

Dopo l’addio a Diego Armando Maradona, il 2020 si porta via un altro volto che ha segnato la storia del calcio: da tempo, Paolo Rossi faceva l’opinionista in tv, con una leggerezza e una compostezza che hanno sempre fatto parte del suo personaggio. Ma per molti era rimasto il volto sorridente che correva felice dopo ogni gol come un messaggio consegnato alla memoria del calcio. Sarà anche per questo che gli eroi del pallone sopravvivono a se stessi, perché portano impresso il dono di vivere eternamente nei momenti felici che li hanno resi grandi.

Antonello Venditti nella sua “Giulio Cesare” gli aveva dedicato un verso scrivendo “Paolo Rossi era un ragazzo come noi“. E in tanti, figli di una generazione intera, probabilmente si sono immedesimati nel suo sogno, in quella parabola di giocatore talentuoso, nato per il gol, che fra alterne vicende, vive il suo riscatto personale trasformando una missione impossibile nel più bel sogno calcistico che l’Italia abbia mai vissuto.

Centravanti d’area di rigore, era esploso al Vicenza, prima di passare al Perugia e consacrarsi alla Juventus, dove ha vissuto sette stagioni, gli anni migliori della sua carriera segnata dai successi. Nei mondiali di Spagna, però, vive il suo magic moment: dopo essere rientrato da una squalifica per calcio scommesse e dopo un inizio stentato, diviene l’assoluto protagonista di una squadra, capace di battere nell’ordine il Brasile di Zico, l’Argentina di Maradona, la Polonia di Boniek e poi la Germania di Rummenigge.

Nell’immaginario collettivo è soprattutto la tripletta ai verdeoro a scatenare emozioni e letteratura: viene ricordato come colui che fece piangere il Brasile. A suo modo, è stato l’eroe letterario, El hombre del partido per eccellenza, del Mondiale idealmente più amato. Quello di Bearzot e Pertini che giocano a carte, di Gentile e Scirea incubo degli avversari, delle sgrobbate di Bruno Conti, dell’urlo senza tempo di Marco Tardelli, della voce di Nando Martellini che recita tre volte, come una preghiera che si eleva al cielo quel “Campioni del mondo! campioni del mondo! campioni del mondo!”

Le sue sei reti che lo rendono capocannoniere della competizione, però, sono tutte belle e decisive, rappresentative peraltro del suo modo di vivere l’area, del suo fiuto del gol e della prontezza di riflessi che brucia gli avversari.

Con la Juventus sono anni di vittorie: una Coppa dei Campioni (per quanto tragica), due scudetti, una Coppa Italia, una Supercoppa Europea e una Coppa delle Coppe. Sette stagioni intense con 137 partite all’attivo e 44 reti, ma soprattutto la soddisfazione di vincere il Pallone d’oro.

Quel “ragazzo come noi”, eroe “normale”, se n’è andato così, quasi in punta di piedi, all’età di 64 anni. E lascia vuoto e dolore, perché con lui se ne va l’infanzia di una generazione che si è nutrita delle emozioni raccolte nel disegno dei suoi occhi e nel racconto di un’Italia pazza e davvero unita grazie a quella storia bellissima. E se ne va con lui anche un po’ di quelle memorie che hanno reso speciali i pomeriggi e le notti di un’estate lontana e meravigliosa.