“Moriremo tutti” – La Serie

di Roberto Savino |

Due stagioni di schiaffoni, uno stadio tutto tuo e un mister emergente con tanta voglia di dimostrare che il suo spirito vincente non si è esaurito nella splendida carriera di centrocampista. Gli ingredienti ci son tutti. Per stupire, oppure illudere ancora una piazza inchiodata ad un’astinenza da radici falsificate fin dal 2006 e da un tronco rappresentato da un presente che, confusamente, non è altrimenti capace di ricevere linfa. Il motto sarà banale e nello stesso tempo così vincente, che il salentino non tarderà a riproporlo anche nella sua esperienza londinese un lustro più avanti. Profilo schiacciato e l’umiliazione di due settimi posti da ricordare in ogni occasione, meglio se accompagnati dall’avverbio “consecutivamente”, giusto per rincarare un po’ la dose. Fari spenti, insomma, non è ancora il momento di rimpiangere chi va via, soprattutto se ha il profilo di Felipe Melo o Martinez. Tanto lavoro, in campo e nella testa di ciascuno, chi esprime perplessità anche solo per un cambio non fa parte del gruppo e, una volta perso per una manciata di milioni il leone Inler (presentatosi ai suoi nuovi tifosi a bordo di una nave da crociera con tanto di maschera) si ripiega su tal Arturo Vidal, affiancato in cabina di regia da un Campione per tutti ormai bollito. Mugugni.

Altro che squadra fatta a botte di 30 o 40 milioni, qui non c’è alcuna fideiussione da elemosinare, perché i passi sono sempre lunghi quanto la gamba. Anzi, possibilmente un centimetro di meno, da utilizzare in un futuro non scritto e per ciò stesso incerto. Andrà come sappiamo, il cileno è un trascinatore, il tramonto dell’altro non è nemmeno all’orizzonte e lo scetticismo generale viene spazzato via da una stagione esaltante.

Ma siamo già al “moriremo tutti”. A questo giro il refrain è “servono i top player”, mentre il mister s’affanna a ricordare che “rivincere è più difficile che vincere”. Certo, letta all’ombra di sei pazzeschi tricolori tutti in fila l’affermazione fa anche sorridere, ma basterà un attimo ritornare con la mente a quei giorni per capire quanto fosse vera.

I pezzi pregiati del mercato sono Asamoah e Isla, la scommessa un giovanissimo francesino strappato per un piatto di ceci alla corte di Ferguson. Figuriamoci, per lasciarselo sfuggire sarà certamente un bidone. Andrà come sappiamo.

Non è ancora tempo di addii eccellenti in cambio di argento, i nostri non stimolano ancora l’appetito dei grandi club in giro per l’Europa, piuttosto comincia ad alzarsi la soglia di talento che giunge in maglia bianconera. Eh ma Llorente è un pennellone e Tevez, oltre che bruttarello, gioca da solo e se lo hanno mollato un motivo ci sarà.  Quindi, da un lato pretendi il top e, dall’altro, se arriva, alla fine un oscuro motivo ci sarà. Eppure alle volte basterebbe solo decidersi…

Andrà ancora come sappiamo, i due daranno l’anima e anche di più, ma stavolta la cosa è seria perché “moriremo davvero tutti”. Incomprensioni, esigenze dell’uno e dell’altro, non è questo il punto. Conte prende un’altra strada e sembra tutto finito, tanto più che l’arrivo di Allegri è visto come fumo negli occhi dalla gran parte della tifoseria.

Sarà bravo il livornese a gestire, al meglio, il meglio dell’eredità del suo predecessore, saranno bravi i giocatori a non disperderla e come andrà, lo sappiamo tutti. E’ la prima, vera, stagione in cui la Juve gioca innanzitutto contro sé stessa, contro un’idea precedente, quasi incurante di avversari ogni giorno più affamati che, però, si perdono nelle loro stesse chiacchiere sempre più urlate e vagheggianti.

E allora servono stimoli più violenti e quello di dimostrare di essere ancora i più forti nonostante tutto, si rivela una catapulta. Alla fine, le discussioni su chi preferire tra Conte e Allegri sono sterili esercizi di stile e credo che, alla fin fine, per tanti motivi, quest’ultimo non avrebbe fatto meglio del primo nel triennio iniziale e viceversa. Questo mi basta per apprezzarli entrambi e per benedire gli eventi.

Tanto: “Moriremo tutti”.

Vidal, Pirlo e Tevez vanno via nella stessa sessione di mercato, la Juve ha lasciato un’altra Champions ad una squadra sconosciuta di nome Barcellona, avessi detto Beer Sheva, e stavolta è davvero finita. Si, Sandro è un ottimo giocatore, ma Dybala è giovane, Khedira rotto, Cuadrado discontinuo e bla bla bla.

Anche questa Juventus giocherà contro il suo recente passato, utilizzando come leva un avvio disastroso che metterà tutti dinanzi alle proprie responsabilità. E con una società lucida e non precipitosa alle spalle sboccerà nuovamente, regalando ancora gioie e un cammino in Champions di rimpianti per una sfida all’arma bianca in terra teutonica che si ricorda come una vittoria.

Che “moriremo tutti” è stato già detto. Pogba è una gallina dalle uova d’oro per sé e per chi lo circonda e torna all’ovile lasciando l’ennesimo senso di vuoto già vissuto con altre partenze, questa volta colmato da arrivi eccellenti. Eh “ma se vuoi essere competitivo i campioni li devi tenere tutti”. Eh, ma se con fatica ti sei arrampicato fino ad essere la nona società europea, qualcosa devi ancora concedere. Non basta. Noi tifosi siamo incazzati a prescindere, per noi si può e si deve sempre far meglio. Per carità, magari (talvolta) abbiano anche ragione, ma se la Juve è lì da più di cent’anni è soprattutto per la sua filosofia. Il passo come la gamba, magari un centimetro di meno, da utilizzare in un futuro non scritto e per ciò stesso incerto.

Vabbè, si giocherà anche stavolta per dimostrare che si può fare a meno anche del Polpo e la missione riuscirà in pieno. I rimpianti alla fine saranno vicini allo zero e come andrà finire, lo sappiamo tutti. Perché è andata benissimo una volta ancora e non si pensi che per chi scrive il più ambito non sia il traguardo nuovamente sfuggito. Peraltro contro un misero Real Madrid, avessi detto lo Sparta Praga o il Southampton.

Vidal, Pirlo, Pogba, Tevez, Morata, abbiamo fatto a meno di tanti e, forse, al tirar delle somme non l’avessimo fatto sempre ci ritroveremmo in casa quella coppa. Oppure un ciclo imploso prematuramente per mancanza di idee con le quali contrastare, senza lagnarsi del fatturato, lo strapotere economico di mezza Europa. Chi può saperlo.

La struttura piramidale della Juventus non concede sconti e interessa poco se Bonucci abbia avuto le sue ragioni. A Torino, a costo di sbagliare e via via fino alla cima, la pietra più in alto ha più voce in capitolo di quella posta più alla base e così, puntando sulla riconferma dell’allenatore, la strada è stata tracciata. Tanto più che, probabilmente, il rapporto non si era deteriorato solo con lui, la fine del rapporto con il difensore era inevitabile, quasi naturale.

Ritrovare i giusti equilibri è la nuova sfida che deve stimolare l’orgoglio sconfinato del gruppo bianconero. Alcuni sono al capolinea e daranno tutto per lasciare un ricordo all’altezza della loro fama, altri sono in piena corsa ed hanno l’imperativo categorico di spendere ogni stilla di sudore per imitarli. Completiamo questa rosa e (ri)partiamo!

Per rispedire al mittente l’ennesimo funerale annunciato.

 

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