Moreno Torricelli: una carriera (non) per caso

di Silvia Sanmory |

Il calcio è una metafora della vita”.

(Jean Paul Sartre)

Spesso i sogni si realizzano o si infrangono per caso o per un dettaglio, per un’intuizione arrivata al momento giusto o per un errore di valutazione, per un colpo di fortuna o per inadeguatezza, per un atto di coraggio o per una svista.

Succede anche su un campo da calcio, come ci ricorda Sartre, che l’ha definito una metafora della vita dove il pallone che gonfia la rete è il simbolo di un obiettivo che si raggiunge.

Può accadere così che una carriera con gli scarpini ai piedi si decida per una casualità che ha del cinematografico tanto pare improbabile, qualcosa più alla “Sliding Doors” che da “Storie vere di vita vissuta”.

Immaginiamo la storia che vi sto per raccontare come una sceneggiatura il cui protagonista è un debuttante, uno da “prima volta sugli schermi”: il suo nome é Moreno Torricelli.

Siamo nel 1992.

Moreno è un ventenne brianzolo, alto, con i capelli a spazzola che si allungheranno cammin facendo, le mani provate dal lavoro di falegname al mobilificio Spinelli, il pallone come passione relegata a poco più di un hobby; reclutato con gli allievi regionali del Como che ai tempi è in Seria A, rispedito a casa senza successo, gioca nella Caretese che milita nel Campionato Nazionale Dilettanti.
Si allena risoluto tre volte a settimana, dopo la fine del turno alle 18, il borsone sempre pronto nel baule della sgangherata Bmw di seconda mano, la musica dei Black Sabbath nelle orecchie, magari “Good to me” che parla di capitoli ancora aperti.

Di una speranza che non muore. 

Il caso vuole che durante una partita amichevole che la sua squadra disputa contro la Juventus tra gli spettatori ci sia Claudio Gentile, direttore sportivo del Lecco ma soprattutto Campione del Mondo 1982, uno che di stoffa se ne intende, uno che sa riconoscere nelle grandi doti fisiche di Torricelli quelle potenzialità che lo renderebbero decisivo. Con un neo, quel sinistro che usa solo per camminare, andrebbe educato per renderlo proponibile in palcoscenici di livello superiore.

Gentile rimane comunque folgorato dalla prestazione in campo di Moreno, tanto da suggerirlo al Trap, a quei tempi allenatore della Juventus, che fidandosi dell’intuizione lo recluta per sostituire, temporanemente, i nazionali in vacanza durante le amichevoli precampionato da giocare con squadre di categorie inferiori.

Ma come in ogni sceneggiatura che si rispetti, c’è un imprevisto; il telegramma per la convocazione per un errore relativo all’indirizzo non viene consegnato e Moreno pensa che quella proposta abbozzata sia svanita nel nulla. Che non ci sia posto per un terzino di Serie D accanto a mostri sacri come Baggio e Vialli. 

Invece sbaglia.

Colpo di scena che rimescola le carte: tre giorni prima del ritiro arriva una telefonata e lui, quasi incredulo, si ritrova indosso la casacca della Vecchia Signora e come compagni di allenamento gli eroi della Massima Serie, quelli osservati con umiltà e rispetto, quelli che, lo dice più volte, bisogna approcciare “con la curiosità di capire perché sono più bravi di te e fare di più per cercare di diventare meglio di loro”.

Osserva e ingloba Moreno, in quel ritiro, ma soprattutto si impegna al massimo in allenamento ben oltre l’orario previsto per perfezionare il suo sinistro. E’ consapevole che, se la squadra deciderà di confermarlo per la trasferta in Giappone, quasi sicuramente ad inizio Campionato farà parte della rosa bianconera.

Sarà una fotografia a fargli capire che il viaggio in terra nipponica è cosa fatta, quella che il fotografo ufficiale Salvatore Giglio gli scatta dicendo che serve per i documenti per la trasferta.

Un flash seguito da un lampo di gioia mista ad incredulità, il tempo di uno schiocco di dita e Moreno davanti all’obiettivo di Giglio è consapevole di essere risalito di quattro categorie.

Nello spazio di un’estate è roba incredibile, quasi da fantascienza, di che montarsi la testa.

Ma lui non se la monta, ben consapevole che per rendere onore alla fortuna bisogna legarla a doppia mandata al merito e rimanere con i piedi per terra.

Non si licenzia dal mobilificio ma si prende un mese di aspettativa, almeno sino a quando di ritorno dal Giappone sul cofano di una macchina a Villar Perosa firma il suo primo contratto con la Juventus, in bianco, come ha dichiarato in un’intervista a “La Gazzetta dello Sport”, con lo spirito di chi si fida ed è sicuro di essere in buone mani.

Un atto di fede come quello fatto da Trapattoni che ha avuto il coraggio di reclutare un dilettante.

E il dilettante, ribattezzato dal Mister con il nomignolo di “Legnamè” (falegname in dialetto brianzolo) e da Baggio con il nick “Geppetto”, dopo la prima giornata di campionato si vede assegnare il ruolo di terzino destro, diventando praticamente titolare fisso dall’avvio di stagione.

Fisicità, progressione, attitudine, potenza, concentrazione sono state le doti principali di Moreno in anni in cui in Italia, alle spalle di fuoriclasse come Paolo Maldini, i terzini con questo bagaglio al seguito sono merce piuttosto rara.

Gli anni con il Trap sono propedeutici ai più grandi successi in carriera, per Torricelli: quelli sotto la guida di Marcello Lippi, quelli di una Juventus dall’equilibrio praticamente perfetto. Dietro al tridente “operaio” Vialli-Ravanelli-Del Piero, un centrocampo inossidabile con Deschamps-Sousa-Conte (e il ricambio di lusso Di Livio) e in difesa Ferrara, Carrera e Vierchowod, compagni di reparto di Moreno.

In particolare sono stati due i momenti più significativi della carriera in bianconero di Torricelli, entrambi legati alla storica Champions League vinta contro l’Ajax, la nostra seconda Coppa dalle Grandi Orecchie alzata nel cielo di Roma il 22 maggio del 1996.

Nella quarta Giornata della fase a gironi, trasferta contro i Glasgow Rangers vinta dalla Juventus a Ibrox Park per 4 – 0. Torricelli parte male contro il temibile Salenko e rimedia subito un giallo che gli costerà la gara seguente. Nel secondo tempo, con la Juve in vantaggio, rischia ancora su Salenko in area ma l’arbitro non concede il rigore agli scozzesi. Poi arriva lo 0-2 con una sua strepitosa rete, l’ultima in bianconero: dribbling da destra verso l’interno del campo e portiere beffato sul suo palo con un colpo  scagliato con il sinistro.

Proprio “quel” sinistro.

 

E soprattutto nella finale di Roma Torricelli da il meglio di sé, gioca senza risparmiarsi, sembra quasi invasato, inarrestabile, riesce a neutralizzare Kanu e Kluivert.

Sarà eletto migliore in campo.

 

Anche in occasione di un’altra finale, quella di Coppa Intercontinentale contro il River Plate, Moreno giocherà in modo esemplare e regalerà alle telecamere di tutto il mondo la sua emozione al momento della premiazione, con la maglia indossata al contrario, con il nome davanti, antesignano di quello che in seguito diventerà un modo di esultare comune a molti giocatori.

Dopo sei stagioni di successi con la Juventus è la volta della Fiorentina e di un’altra situazione inaspettata; a Firenze, dove aver indossato i colori bianconeri è considerato un’onta, Torricelli sovverte le regole: la tifoseria, dopo un’accoglienza prevedibilmente fredda, in breve lo elegge ad un idolo, lo osanna per la sua professionalità, il suo non tirarsi mai indietro, la dedizione al lavoro, l’umiltà, lo spirito di sacrificio.

Torricelli è l’uomo delle cose belle che possono succedere nella vita, una sorta di testimonial ideale.

Ma il finale della storia non è quello che gli spettatori si attendono.

“Tutte le cose belle finiscono, io lo so bene”.

Barbara, la moglie, ha soltanto 40 anni quando la leucemia se la porta via; lo stesso male che qualche anno prima aveva stroncato Andrea Fortunato, compagno di squadra di Moreno ma soprattutto uno dei suoi più cari amici. 

Torricelli, che nel frattempo é diventato allenatore – prima di squadre Giovanili, poi in un paio di compagini toscane di terza serie – nonostante le numerose offerte di panchine di Serie B, decide di lasciare il calcio di livello per occuparsi dei tre figli e si trasferisce in un paesino valdostano, dove diventerà supervisore delle Giovanili del posto, lontano dal mediatico.

Ha ancora i capelli lunghi, ormai brizzolati, e si dedica ad un nuovo ruolo, continuando a pensare che “se hai forza di volontà farai bene a prescindere da dove arriverai”.

A prescindere da dove sei.