Morata, el Niño che sbagliava calzettoni è diventato uomo

di Silvia Sanmory |

Se non cambiamo, non cresciamo. Se non cresciamo, non viviamo davvero“.
(Anatole France)

Il senso della vita è racchiuso in una continua crescita spirituale e tecnica, come ininterrotta evoluzione.

Vale anche per lui, Álvaro Borja Morata Martín.

Era un Niño quando nel luglio del 2014 atterra a Torino, nel trambusto generato dall’addio di Antonio Conte e la scelta di tentare un cambio epocale con Massimiliano Allegri.

Alvaro è un ragazzino promettente con la data di scadenza, complice la “recompra” pretesa dal Real Madrid, nel cui vivaio si è formato dopo un rapido biennio all’Atleti. Allegri quando parla di lui, lo fa in termini lusinghieri ma non omette praticamente mai l’uso della parola crescita (con annessi e connessi: Sta crescendo“, “Deve crescere e via dicendo). Lo rimprovera, ad esempio, per uno dei suoi limiti più evidenti: corre tenendo spesso e troppo a lungo la testa bassa, tanto che in una partita, poco dopo averlo fatto entrare, lo minaccia di rimetterlo in panchina se continua a farlo.

Alvaro è lo stesso ragazzino distratto costretto a rimanere fuori dal campo a causa dei calzettoni di un colore non regolamentare. Eppure, soprattutto nelle notti europei, Alvaro sfodera lucidità e tecnica da uomo e a suon di gol decisivi porta la Juve ad accarezzare di nuovo il sogno Champions, dopo 20 anni. Anche l’anno seguente, più travagliato, incanta ancora una volta di notte come nell’impresa sfiorata in casa del Bayern di Guardiola, dove porta a spasso la difesa tedesca per oltre un’ora. Bello e maturo di notte ma ancora ragazzino, tra alti e troppi bassi, durante la stagione.

Alvaro era andato via, ancora una volta con un gol decisivo notturno in una finale (Coppa Italia contro il Milan), mandando in rete il primo pallone toccato, quello che vale il secondo “double” di fila. Quella sera Morata sa già di dover lasciare la Juventus, tra la commozione di un addio e la confusione di un ritorno alla Casa Madre, combattuto tra l’ambiente che lo stava consacrando e facendo uomo e chi lo aveva formato.

Spesso bisogna attraversare la tempesta per crescere. Haruki Murakami, autore del meraviglioso “Kafka sulla spiaggia“, non ha dubbi: quando sarai uscito dal vento che ti spezza, non sarai lo stesso che vi era entrato.

La tempesta per Morata arriva al termine del suo biennio bianconero e cresce di  intensità, sballottato tra Real, Chelsea e Atletico, con la mancata convocazione in Nazionale a margine dei Mondiali 2018.  Alvaro lo racconta alla ABC: “Avevo lasciato la maglia numero 9, volevo scappare dal mio passato; andavo da uno psicologo ma mi vergognavo, negavo di avere un problema. Eppure ero totalmente fuori dal mondo: litigavo con l’arbitro, con i giocatori, con i tifosi, con mia moglie. Ero in un buco nero. Mostravo false felicità sui social, perdevo valore come persona perché quello che contava era la faccia sorridente per i contratti pubblicitari. Per colpa della testa avevo perso la voglia di giocare. Ho imparato che bisogna invece allenarla perché è lei che comanda il corpo”. 

Poi il ritorno alla Juve. Andato via ragazzo, tornato uomo. Dopo questo ottimo avvio con gol e prestazioni solide, Morata è tornato sul tema della “maturità”, della consapevolezza. Non era sufficiente l’ambiente bianconero e lo splendido ricordo lasciato, non bastava il mister Pirlo, ex-compagno di squadra che aveva apposto il benestare al ritorno, o i compagni di tante battaglie Dybala qui, Cristiano al Real-, Morata doveva metterci del suo e lo ha fatto: freddezza, tecnica, sacrificio, assist, gioco di squadra. Il paragone con i rimpianti potenziali Dzeko e Suarez era dietro l’angolo, ma il giocatore Morata finora li ha eclissati e l’uomo Alvaro sembra sereno (la serenità è indicatore di maturità) e convinto: “Sono tornato come un miglior giocatore e una migliore persona” ed ha aggiunto: “Siamo andati via in due e siamo tornati in cinque“, riferimento alla famiglia cresciuta, evoluta come lui.

Oggi sono una persona felice soprattutto fuori dal campo” ha ribadito. Il che, a quanto pare, si riversa e si rivela anche in campo…


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