Che giocatore è diventato Alvaro Morata?

di Alex Campanelli |

“Aspettati grandi cambiamenti da un uomo che non vedi per tre giorni”; suona più o meno così la massima che sta dietro a un antico proverbio cinese, la quale sostiene che anche in poco tempo un individuo può mutare i propri comportamenti in maniera considerevole. Alvaro Morata manca da Torino da poco più di 4 anni, i suoi gol nella cavalcata Champions infrantasi contro il Barça di Suarez (!) sono incastonati in una fessura dello spazio-tempo che contemporaneamente ce li fanno sembrare vicini e lontanissimi, ma a 4 stagioni piene dall’ultima apparizione in bianconero è necessario fare il punto sul Morata attuale.

Le caratteristiche del Morata bianconero ce le ricordiamo un po’ tutti, ben fissate nella nostra mente e magari anche un po’ ingigantite dal nostalgismo tossico che permea il nostro calcio e (purtroppo) non solo: Alvaro si è dimostrato un attaccante rapido e tecnico, bravo sia di testa che nel tiro con entrambi i piedi, fortissimo in transizione, capace di spaccare il campo in due con le sue conduzioni palla al piede e di attaccare la profondità in maniera efficace, impiegabile da prima e da seconda punta grazie alla sua adattabilità a qualsiasi compagno di reparto, soggetto però a cali di rendimento e di concentrazione, periodi nei quali si intestardisce ben oltre il dovuto e sbaglia gol per lui semplicissimi.

Nelle ultime 4 stagioni Morata ha giocato nel Real di Zidane campione d’Europa, nel Chelsea di Conte e nell’Atletico Madrid di Simeone, contesti differenti che gli hanno richiesto cose molto diverse, ampliandone il bagaglio tattico ma senza favorirne, complice senz’altro il giocatore stesso, la definitiva esplosione che era possibile auspicare dopo la prima stagione in bianconero. Pur non avendo egli ancora un’identità univoca e ben definita, analizzando il percorso di Morata proveremo a capire che giocatore è diventato.

Tornato a Madrid nell’estate 2016 grazie alla clausola di riacquisto, le aspettative intorno a Morata sono elevate, ma le gerarchie di Zidane sono inossidabili: Morata è la riserva di Benzema, e in misura minore anche degli altri componenti del tridente, magari un dodicesimo ma mai un titolare vero. Lo spagnolo risponde con una stagione che è tuttora la migliore della sua carriera per media gol in campionato: pur partendo titolare appena 14 volte, Morata in Liga segna ben 15 reti in 1331 minuti, più di un gol ogni 90′. Non c’è invece traccia di lui nella conquista della Champions League: appena 24 minuti nella fase ad eliminazione diretta, bastati comunque per segnare al Napoli e ricordarci, con l’esultanza che segue, che ci vuole bene.

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A fine stagione Morata lascia Madrid addirittura per 66 milioni di euro, senza di fatto aver mai avuto la completa fiducia del club che lo ha cresciuto ma con aspettative altissime per l’annata seguente, agli ordini di un allenatore che già anni prima aveva espresso il desiderio di volerlo allenare: Antonio Conte.

Il matrimonio tra l’attuale tecnico dell’Inter e l’attaccante iberico sembra uno di quelli annunciati, troppo adatto il gioco di Conte alle caratteristiche di Morata e troppo incisivo e rapido lo spagnolo per non sfondare in Premier League, eppure qualcosa va storto. Morata parte fortissimo, con 6 reti nelle prime 6 gare, poi la sua vena realizzativa progressivamente si inaridisce, i suoi movimenti diventano prevedibili e nelle gare cruciali della stagione, gli ottavi col Barcellona, Conte gli preferisce Hazard e Giroud. Morata in seguito dichiarerà di non aver sentito la fiducia dei compagni, sta di fatto che la sua avventura a Stamford Bridge viene etichettata come flop nonostante di fatto lo spagnolo segni un gol ogni 180′.

Nell’ultima stagione e mezzo Morata ha giocato nell’Atletico Madrid, mai da titolare fisso, ma è riuscito a mantenere intatta la sua media gol nonostante un contesto per nulla semplice e volto alla conservazione più che alla ricerca della rete come quello del Cholo, a sua volta più propenso a valorizzare attaccanti totali (Diego Costa, Falcao, Griezmann) capaci di cantare e portare la croce senza affidarsi troppo alla manovra. L’ultimo flash del Morata colchonero è senz’altro il gol qualificazione realizzato contro il Liverpool, rete che ha rispolverato quella sua abilità di incidere nelle serate europee la quale sembrava essersi un po’ sopita dopo l’addio alla Juve.

Non è un gol difficile, ma la galoppata di Morata non può che avervi ricordato struggentemente le sue progressioni all’Allianz Arena contro il Bayern.

Più di un addetto ai lavori 3 anni fa, al passaggio dal Real al Chelsea, avrebbe scommesso sulla definitiva esplosione di Morata, invece Alvaro non è mai diventato quell’attaccante capace di segnare con continuità 20 gol ogni stagione, fare da riferimento al centro dell’attacco e garantire quella profondità e quell’incisività che appaiono quasi scontate per uno del suo talento. Morata si è rivelato un 9 e mezzo nell’accezione peggiore del termine: non possiede la freddezza e l’abilità nel posizionamento e nel gioco spalle alla porta dei centravanti veri, ma nemmeno la visione di gioco e il tocco vellutato dei numeri 10, pur disponendo di una buona tecnica.

Rispetto al suo primo periodo in bianconero, Morata è peggiorato nei passaggi chiave e nei dribbling riusciti sul totale, e in generale l’esperienza negativa di Londra e quella in chiaroscuro di Madrid sembrano averne ristretto il bagaglio tecnico: Morata con la palla fa meno cose che in passato, non sempre bene, raramente con la fiducia che ne ha contraddistinto le migliori uscite in bianconero. Il cholo Simeone gli ha però inculcato i suoi dettami in materia di non possesso, e oggi Morata è perfettamente in grado di inserirsi in un sistema codificato di pressing e copertura degli spazi, fondamentali dei quali certamente non disponeva 4 anni fa.

In totale controtendenza, dal ritorno a Madrid in poi Morata ha sempre mantenuto un’alta media realizzativa, con una grandissima capacità di incidere da subentrato già intravista in bianconero e poi amplificatasi negli anni. Se prendiamo in considerazione la sua intera carriera, Alvaro ha la media (nelle gare coi club) di una rete ogni 154 minuti: per capirci, Lewandowski segna un gol ogni 117 minuti, Suarez uno ogni 127 e Higuain uno ogni 142.

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Oltre alla media gol/minuti giocati, dividendo i minuti complessivi con le presenze scopriamo che Morata ha giocato in media 56,5 minuti a partita nella sua carriera, numeri non da panchinaro ma sicuramente non da titolare fisso.

La componente psicologica ha spesso giocato un ruolo fondamentale nella carriera di Alvaro Morata: nelle due stagioni che avrebbero dovuto sancire il suo ingresso tra i migliori attaccanti del mondo, la seconda alla Juventus e la prima al Chelsea, il ragazzo ha fallito in maniera abbastanza netta, come schiacciato dalle aspettative. Ben diverso è stato quando lo spagnolo ha dovuto scalare le gerarchie o trarre il massimo dai pochi minuti concessigli, come il primo anno alla Juve, partito infortunato e dietro a Llorente, e l’ultimo al Real.

Alvaro Morata è la riserva perfetta, non perché sia felice di stare in panchina o non sia all’altezza dei titolari, ma perché le sue prestazioni traggono vigore dall’essere continuamente messo in discussione, dal rivestire il ruolo dell’underdog, dello sfavorito, di quello che vuole continuamente sorprendere. Per contro, il ragazzo a quasi 28 anni ha dimostrato di non avere le spalle abbastanza larghe per reggere l’attacco di una grande per molte partite consecutive, le quali tendono a metterne in mostra limiti e lacune; ha piuttosto bisogno che gli vengano addossate poche responsabilità e che non gli venga puntato contro il dito se non segna per 5 gare di fila.

In questo senso, l’acquisto di Morata si inserisce alla perfezione in un reparto che vedrà Cristiano e Dybala come titolari fissi, Kulusevski a cercare di guadagnarsi spazio insieme a loro o da ricambio dell’argentino e proprio Alvaro come perfetto sostituto di tutti e tre, dal 1′ così come a partita in corso, senza abbassare l’efficacia della squadra in entrambe le fasi. Inoltre, poter inserire nel secondo tempo un giocatore che sa entrare in partita immediatamente ed è dotato di velocità, tecnica e tremendismo nelle notti di Champions è un’arma importantissima; il lavoro di Pirlo sarà coccolarlo e farlo sentire importante, quello di Alvaro sarà essere sé stesso nel migliore dei modi. Tutto quello che verrà in più sarà da considerarsi un gradito regalo.