Moise Kean, il Mosè piemontese dell’Oratorio Don Bosco

di Silvia Sanmory |

Ogni volta che seguo una partita ripenso a Simon Critchley quando afferma che il calcio apre ad una particolare dimensione del tempo. 

E’ come se vivessi un presente sospeso, incerto, che prelude ad un futuro indefinito nel quale può succedere, o non succedere, di tutto.

Il calcio ha in se questa indeterminatezza, un limbo in cui il fato aleggia come in un dramma teatrale, ed è questo il suo straordinario.

Lo stesso pallone che a prima vista sembra nient’altro che una semplice sfera gonfia d’aria, con una circonferenza ed un peso normato, in realtà non lo è ma è trasfigurato; è qualcosa che nella sua danza ipnotica si anima e ci anima.

Qualcosa di irrinunciabile.

 

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E’ stato così anche per Moise Bioty Kean, il primo Millennial ad avere esordito in Serie A, e tra l’altro con la nostra maglia, il 19 novembre 2016, allo Juventus Stadium contro il Pescara.

Sedici anni addosso e quella tuta che non riesce a togliere per entrare in campo, tanta è l’agitazione per l’esordio.

Moise è nato a Vercelli da genitori ivoriani, ma con la mamma Isabelle, il vero perno della famiglia, e il fratello Giovanni (che ha giocato in Serie D) si è trasferito presto ad Asti, la città delle Cento Torri e dello Spumante, di Vittorio Alfieri e di presunti fantasmi che si aggirano nei palazzi storici.

La città dove lo chiamano “Mosè”, anche per una sua certa spiccata religiosità.

Qui, all’Oratorio Don Bosco, è di casa, nel cortile calcia palloni facendosi mentalmente la telecronaca delle azioni, si cimenta nel basket e in altri sport che lo aiutano a sviluppare le sue capacità coordinative. Ma è il calcio che lo cattura maggiormente tanto che quando accompagna il fratello agli allenamenti dell’Asti scalpita per entrare in campo: “Voleva anche lui un pallone e una pettorina – racconta Remo Turello, ex dirigente della società calcistica (fallita alcuni anni fa) – incantato da quello che vedeva”.

All’Asti Moise inizia a frequentare tre volte a settimana la Scuola Calcio e da subito vale per lui quella che sarebbe diventata in seguito una regola: giocare sotto età. A otto anni gioca con i ragazzini di dieci per un’intuizione dell’allora allenatore Renato Biasi, ed è il più bravo di tutti. A volte addirittura gioca con i ragazzini del 1996, che hanno quattro anni più di lui. Va in porta da qualsiasi angolazione, se parte con il pallone fermarlo, per i compagni, è un’impresa quasi impossibile, complice anche la struttura fisica.

“Era un ragazzino che faceva la differenza – a parlare è Gianluca Castrignanò, ex dello staff tecnico dell’Asti –  sembrava di vedere un atleta dei 100 metri; aveva un carattere esuberante, molta grinta che è stata probabilmente un’ulteriore dote. Se mi si chiede se si intuiva che sarebbe arrivato un giorno a giocare in Champions League direi che l’associazione non è immediata, di ragazzini talentuosi se ne vedono tanti, il problema è che spesso si perdono lungo il percorso…”.

Moise lungo il percorso non si è perso di certo, anzi con il tempo ha saputo stemperare certe “bizze” caratteriali che avrebbero potuto minarne la carriera e che, precipitosamente, lo avevano accostato a certi atteggiamenti “alla Balotelli“, tra l’altro uno degli idoli calcistici di Kean.

Kean non si è perso, e in parte il merito va proprio a Renato Biasi, ex portiere della Primavera del Torino e responsabile del settore giovanile dell’Asti che ha seguito personalmente i suoi allenamenti, uomo decisivo per il passaggio della giovanissima nuova stella bianconera alla Serie A. E’ lui infatti che lo segnala a Silvano Benedetti, responsabile della Scuola Calcio granata e che lo porta ad un provino a Torino al termine del quale Moise viene immediatamente “reclutato”.

Biasi me lo tratteggia come “un ragazzino un pò irrequieto, dotato certamente”. E precisa che la fortuna maggiore di Moise è stata quella di allenarsi sempre, di andare a cercare di continuo posti dove si giocava a calcio, di allenarsi anche da solo, un tutt’uno con la palla che era di fatto il suo unico divertimento non avendo grandi possibilità economiche per sostituirla con altri intrattenimenti.

Al Torino Moise alterna giocate di livello a qualche impennata caratteriale. Spesso gioca in tornei anche contro le giovanissimi promesse della Juventus ed è proprio in queste occasioni che i bianconeri si accorgono di lui e a soli dieci anni lo reclutano nel loro vivaio. Lì segue un iter che va dagli Esordienti sino alla Primavera, dove viene allenato da Fabio Grosso; proprio Grosso concede all’allora quindicenne Moise di giocare qualche minuto contro il Siviglia, match di Youth League, e il ragazzo è talmente determinato da correre il “rischio” di diventare il marcatore più giovane della storia della competizione.

Dalla Primavera alla Prima squadra nel 2016 (con un anno, il 2017, in prestito al Verona) il passo è breve e soprattutto inevitabile.

Dopo l’esordio nella partita contro il Pescara, Moise debutta anche in Champions, guarda caso di nuovo contro il Siviglia (stavolta quello “dei grandi”), altro primato vista la giovanissima età, e dopo il suo ingresso la Juve mette a segno i due gol che le fanno espugnare il Sanchez-Pizjuan con il punteggio di 3-1; non finisce qui: il 27 maggio del 2017 segna la sua prima rete tra i professionisti, ai danni del Bologna, meritandosi il titolo di primo Millennial a segnare in A.

Precoce anche in Nazionale (il primo a segnare nell’Under  21 contro gli Stati Uniti, il primo classe 2000 ad esordire con la Nazionale Maggiore). Uno che brucia le tappe insomma; anche se per quanto riguarda il suo iter bianconero, esser stato poco utilizzato agli inizi, si è forse rivelato fondamentale per preservarlo, facendogli apprendere disciplina e ritmi che gli hanno permesso di percorrere una curva di crescita notevole.

Lo scorso gennaio ha firmato la sua prima rete in Coppa Italia nel match contro il Bologna, una sorta di deja vu  visti i colori della squadra avversaria nuovamente “castigata” dall’enfant prodige. Ma la meritatissima standing ovation (che neppure lo sciopero del tifo caldo della Sud è riuscita a raffreddare…) è arrivata l’8 marzo quando Moise, falcate da pantera inarrestabile, senso del gol ineccepibile e tecnica sopraffina, realizzata una doppietta contro l’Udinese nella sua prima partita da titolare, procurandosi inoltre il rigore poi trasformato da Emre Can.

Emozionante.  Un gol al primo pallone toccato (su assist di Alex Sandro), come accade solo ai bomber di razza; il copione si ripete con il secondo gol,  frutto stavolta di corsa inarrestabile verso la porta dopo aver rubato il pallone sulla trequarti, una finta e via, colpo di punta in anticipo sui riflessi del portiere, e la rete che si gonfia nuovamente. Musso di nuovo beffato. Noi che risolviamo la partita nei primi 45′ minuti.

 

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Lacrimuccia e sorriso inebetito per me (avrete notato tutti anche lo stop di tacco al volo su un lunghissimo cambio di campo, poco prima di essere sostituito), ballettino per celebrare il primo gol e spalle della divisa alzate a festeggiare il secondo per lui.

Il 12 marzo, quando ha sostituito lo sfiancato Mandzukic nella magica notte contro l’Atletico Madrid, il “Mosè” bianconero ha stupito ancora una volta sfiorando il 3-0 mancato soltanto per pochi centimetri, lambendo il palo alla sinistra di Oblak, ed entrando nell’azione decisiva che ha portato al rigore su Bernardeschi.

Incisivo ormai in ogni competizione, con un contratto in scadenza nel 2020, fa notizia il  fatto che il bomber sia attenzionato da altri club (si parla del Milan e dell’Ajax, quest’ultimo già accostato al calciatore nel mese di gennaio); ad inizio anno Paratici ha affermato che Kean è incedibile;  la speranza è che la Juventus non cambi idea consentendoci di osservare da vicino la continua crescita di questo giovane campione, e di goderne i frutti.