Il nuovo modulo di Pirlo sta bloccando la Juve

di Alex Campanelli |

pirlo modulo

Superati ormai da tempo i due terzi della stagione, è possibile delineare le peculiarità positive e negative della Juventus di Andrea Pirlo.

Tra i difetti principali, il più evidente è senz’altro la capacità di subire contrattacchi in parità o addirittura inferiorità numerica in pressoché ogni momento della gara, ma vi sono altre particolarità che saltano all’occhio, come la difficoltà della squadra nell’effettuare le giuste scelte nelle rifiniture decisive (il contropiede sbagliato da Morata nel derby è solo l’ultimo di un’infinita serie di episodi) o i tanti problemi nel trasformare il predominio territoriale in occasioni da gol.

Nelle ultime settimane si è però aggiunto un nuovo e inquietante aspetto che ha inaridito ulteriormente la produzione offensiva della squadra, una svolta negativa arrivata dopo l’eliminazione dalla Champions League e mascherata solo parzialmente dalle prodezze individuali di Cristiano e di Chiesa. Prima di Juventus – Porto, Pirlo aveva sempre schierato il suo 11 con un modulo ibrido, un 3-5-2 in fase di possesso (o 3-4-1-2 con Ramsey in campo) che scivolava in un 4-4-2 in non possesso, uno schema che portava sempre almeno 5 uomini ad occupare la trequarti campo offensiva: le 2 punte, i 2 esterni e un centrocampista con compiti di inserimento e/o rifinitura, principi che ricalcavano il credo dell’allenatore (illustrati anche nella sua tesi) ma ai quali Pirlo sembra aver abiurato nelle ultime 3 uscite.

Dalla partita con il Cagliari in poi, il tecnico ha rinunciato a impostare la squadra con un doppio modulo, passando a un 4-4-2 classico con il doppio mediano e tutti gli uomini offensivi in campo insieme: Kulusevski a destra, Chiesa a sinistra e Cristiano e Morata di punta, in quello che a tratti è sembrato quasi un 4-2-4. Tale impostazione aveva probabilmente il compito di fornire solidità alla Juve, facendola ripartire da compiti semplici senza alcun tipo di scalata macchinosa, e nel contempo puntava ad aumentarne la produzione offensiva mettendo in campo tutti i giocatori d’attacco (facile cogliere similitudini col passaggio al 4-2-3-1 di Allegri nel 2017), ma a conti fatti l’eccessiva semplificazione ha fatto del male alla Juventus, esponendone ancora di più i difetti.

In fase difensiva, la Juve fatica a coprire le avanzate di Cuadrado sulla destra, col terzino che attacca spesso insieme a Kulusevski ma è poi costretto a lunghe corse per non lasciare la squadra scoperta, dato che non di rado i centrocampisti sono lenti a scivolare sull’esterno in caso di necessità. Tale rischio però non paga dividendi all’altezza in attacco, dato che il colombiano e lo svedese occupano sovente la stessa zona di campo e, più che pestarsi i piedi, sono sostanzialmente poco utili in combinazione.

Non è solo questo il problema offensivo generato dal nuovo modulo: mancando l’uomo tra le linee, la squadra è evidentemente spezzata in due tronconi, Chiesa e Kulusevski non riescono praticamente mai a trovarsi in isolamento sul lato e possono rendersi pericolosi solo dialogando con le punte, le quali però a turno sono costrette ad abbassarsi per non lasciare la Juve in inferiorità in mezzo al campo, un circolo vizioso che può essere spezzato solo dalle giocate del singolo o da un errore dei marcatori.

Al di là del risultato della gara del San Paolo, la Juventus ha dominato in lungo e in largo sul piano del gioco e delle occasioni in entrambe le uscite stagionali contro il Napoli; andare avanti con la nuova disposizione sarebbe un vero e proprio suicidio tattico che annullerebbe del tutto il vantaggio della Juve, prigioniera di schemi che i giocatori non riescono ad interpretare in maniera efficace, sui partenopei.

Nella fretta e nel panico di cambiare qualcosa dopo il Porto, Pirlo ha cambiato male; tre partite sono una cartina di tornasole sufficiente per tornare sui propri passi e portare a casa l’obiettivo minimo, la qualificazione alla Champions League, che inevitabilmente passa per Juventus – Napoli.