Miti da sfatare: l’all-in della Juve 2018/19

Siccome sto per andare in ferie, voglio dirlo prima: dopo anni di gazzettate da febbraio in poi con l’amato “triplete” a portata di mano, il nemico di quest’anno sarà la già insopportabile espressione all-in”. La sentite ovunque, ne parlano in tutte le trasmissioni, la pronunciamo anche tra di noi.

Come nel poker un giocatore si gioca il tutto per tutto mettendo tutti i soldi sul tavolo in una mano – o la va o la spacca -, così la Juve si gioca tutto quest’anno: Champions o morte.

Se prende Ronaldo, se non vende i big, se prende il 31enne Bonucci per il 24enne Caldara: tutto su quest’anno, o al massimo su quello successivo. Lo scudetto è ovviamente già vinto e se per puro caso non si vince la Champions è fallimento: l’all-in è andato male.

Ora, al di là della normale dialettica tra tifosi (inseriamo anche diversi media nella categoria), per cui gli avversari vogliono indurti a pensare che le tue vittorie siano tutte scontate, per poi così non incensarti se le ottieni ma distruggerti se le fallisci, questo mantra dell’all-in è ovviamente insensato, demenziale.

Nessuno spende per “garantirsi” la champions: l’obiettivo è crescere, anno dopo anno, come mentalità, alla ricerca di nuovi stimoli, per vincere ancora in Italia (ogni anno più difficile) e cercare di essere sempre più competitivi in Europa, con l’obiettivo di trionfare anche lì, esattamente come altre 6 o 7 squadre. Crescere, dunque

E la crescita può passare dai giovani,  da una maggiore consapevolezza, da un maggior appeal internazionale, da mille aspetti che possono cambiare di anno in anno: un giorno serve un nuovo tecnico juventino e ambizioso, un altro uno più capace di gestire e rasserenare, una volta un campione consacrato come Pirlo o Tevez, un’altra un giovane come Pogba o Morata, un’altra ancora è il momento di provare a fare il salto definitivo con il giocatore più forte e celebre del mondo. Nessun all-in, è un continuo percorso di crescita.

Seguendo la narrazione dei media, pare che la Juve stia prendendo una serie di giocatori esperti, appunto, per mettere tutto sul tavolo: Champions ora o mai più.

Si dimentica così che la società, sessione dopo sessione, sta anche costruendo per il futuro: Emre Can, Cancelo, Perin, Spinazzola vanno ad aggiungersi ai vari Bentancur, Dybala, Bernardeschi, De Sciglio, Rugani, ai non certo vecchi Alex Sandro, Pjanic e Douglas Costa.

C’è Ronaldo, certo, che comunque non va a sostituire un giovane di primo pelo e, soprattutto, rappresentava un’occasione sensazionale, dentro il campo e fuori.

Rieccoci a Bonucci per Caldara, dunque, la prova provata dell’all-in.

Anche qui, al di là delle tante legittime riserve tecniche e sentimentali lette ovunque, diversi motivi spiegano agevolmente lo scambio senza alcune legame con all-in e compagnia: al netto della ben nota necessità di cedere Higuain, che ha comportato qualche sacrificio nella trattativa parallela, nel 2017 la Juventus vende Bonucci per 42 milioni poco dopo avere comprato Caldara per 19 milioni, tra le feste rossonere e le pernacchie generali di mezzo mondo per la cessione di un grande difensore a una rivale storica. Solamente un anno dopo, riprende Leonardo con la stessa valutazione del giovane ex atalantino (e viene derisa anche qui, ovviamente).

Il tutto, con plusvalenza fondamentale per cercare di non vendere altri big titolari dopo i super acquisti di inizio mercato. Da un punto di vista meramente tecnico e tattico, la società coglie l’occasione di prendere un difensore tra i più quotati al mondo, già eccellente in bianconero, sacrificando un ottimo prospetto ma non un titolare intoccabile.

Aggiungo un parere personale:con la partenza di Buffon e il fisiologico calo di Barzagli, la Juve ha voluto riportare a casa un leader che conosce bene l’ambiente, in modo da pagare meno lo scotto dell’addio di Gigi, sopportabile a livello di prestazioni ma difficilmente a livello di leadership e carisma in campo e fuori. Credo abbia contato questo, più che l’ormai inflazionato “vogliamo solo giocatori pronti per vincere subito”.

Mossa giusta o sbagliata, lo scopriremo più avanti; certamente, nessun legame con la presunta intenzione di puntare tutto su questa mano.

Questo per quanto riguarda noi e il nostro mercato.

Poi c’è il resto: gli stimoli, le avversarie.

Premettiamo: io considero la Juventus favorita per il campionato e tra le prime candidate in Champions League. Non ci nascondiamo, non si nasconde nessuno: la squadra è molto forte, ha un campione assoluto davanti e tanti altri grandi giocatori in tutti i ruoli.

Detto questo, si rischia facilmente di cascare nel trucchetto del titolo italiano già vinto e quello europeo a un passo: invece no, lo scudetto rimane un’impresa più complicata ogni anno, la Champions addirittura una super impresa.

Non si cambia per “vincere la Champions”, come scritto sopra. Quello che non viene preso in considerazione è che si cerca di migliorare la squadra ogni anno proprio per rivincere quanto si è già vinto e, se si riesce, provare a superarsi: è un’idiozia quella che si sente spesso: “mica avrete preso Higuain per vincere il sesto scudetto consecutivo?”, ora “mica avrete preso Ronaldo per vincere l’ottavo scudetto consecutivo?”. Sì, certo, anche per quello. Ogni anno devi trovare nuovi stimoli, le avversarie si rinforzano, migliorare la squadra è assolutamente necessario: solo così riesci a fare 95 punti, per esempio, visto che ormai le rivali ne fanno anche oltre 90. Non ci rinnovassimo e migliorassimo anno dopo anno, avremmo già smesso di vincere da tempo (come capitato ad alcune squadre protagoniste recentemente di cicli esaltanti ma decisamente più effimeri).

Chi dà per scontato lo scudetto (juventini e anti) sottovaluta una serie di aspetti fondamentali: per noi gli stimoli, volenti o nolenti, sono sempre più difficili da trovare; vincere pare quasi un dovere, e non è ma un buon punto di partenza. 

Soprattutto, le principali avversarie si stanno rinforzando: solo l’Inter, per ora, ha tenuto tutti i big e ha preso Nainggolan, De Vrij, Martinez, Asamoah, Vrsaljko; non contenta, tratta campioni del calibro di Vidal e Modric. Come vogliamo chiamarla, allora, questa campagna acquisti nerazzurra: un all-in per vincere lo scudetto? Prendi Nainggolan, cerchi Modric, aggiungi De Vrij and co; un fallimento se non trionfi a fine anno? O fai tutto questo per restare tra le prime quattro? No, ovviamente l’obiettivo è lo scudetto, ben consci che la Juve è favorita: è nel lotto delle favorite e vuole essere pronta ad approfittarne se i bianconeri per un anno non tenessero il ritmo degli anni precedenti. Nessun all-in, è un percorso di crescita anche per loro.

Il punto è che  ormai in Italia ci sono 4-5 squadre nettamente superiori alle altre, contro le quali vincono quasi sempre. Il Napoli non perdeva punti praticamente mai: bastava un miracolo in più o in meno di Donnarumma al 90esimo e magari il titolo poteva prendere altre vie.

Lo scudetto dipende dal non fare scivoloni e non sbagliare gli scontri diretti, perché c’è ben poco margine di recupero: ora ricordiamo tutti la festa per l’ultimo scudetto, ci sentiamo imbattibili, ma dimentichiamo in fretta i nostri pensieri e la nostra rabbia fino all’87esimo di Inter-Juventus (poco dopo l’ingresso del blindatore di fortini Santon, per capirci), quando rimanevano tre sole partite da giocare.

Noi non diamo nulla per scontato, ma certo non ci nascondiamo. Chi si nasconde sono piuttosto le nostre avversarie (e i loro media di riferimento), che con il refrain della Juve irraggiungibile celano le loro evidenti e legittime ambizioni: se il Napoli dell’anno scorso è arrivato a un hotel dal titolo, perché non potrebbe farcela quest’anno con qualche rinforzo e un grande allenatore come Ancelotti? E chi l’anno scorso ha raggiunto la semifinale di Champions League e ha operato un rinnovamento di grande qualità con due cessioni pesanti compensate dagli acquisti di Pastore, Kluivert, Cristante e altri ancora da definire? Obiettivo quarto posto?

Il campionato è tutto da giocare, con la Juve forte e favorita e le altre pronte ad approfittare, come stava per accadere solo pochi mesi fa, con Napoli illuminata dai fuochi d’artificio, Capodichino invasa dai tifosi impazziti e il questore già scatenato in dichiarazioni sulla festa scudetto indimenticabile di fine anno.

Rimane la Champions, il vero punto centrale del presunto all-in.

La Juve è tra le favorite, ha limato moltissimo il gap dall’imbattibile Real sottraendogli il campione più affermato, ma ci sono tante candidate, attrezzate almeno quanto lei.

I campioni d’Europa, appunto. Il Barcellona di Messi, Coutinho, Suarez, dell’ex nerazzurro Vidal e altri fenomeni. Il City di Guardiola e mille fuoriclasse. Il PSG di Neymar, Cavani, Mbappé, Di Maria, Thiago Silva e compagnia (fanno paura solo a scriverli). Poco staccate il Liverpool, il Manchester Utd, l’Atletico Madrid

E poi ci sono le italiane, il sempre più maturo Napoli, passato ad Ancelotti; la Roma, che da outsider ha sfiorato la finale: perché non provarci anche quest’anno? E l’Inter, decisamente rinforzata e abituata storicamente a essere implacabile non solo “fino al confine” come noi: perché dunque porsi dei limiti?

Siamo forti, dunque, forse fortissimi, ma con ancora tutto da conquistare, in Italia e ancor più in Europa, con concorrenza sempre più agguerrita da noi ed eccezionale oltre il confine.

Nessun “all-in”, anche se ce lo diranno tutti i giorni e tutto l’anno, nella malcelata speranza che svaniscano in un lampo i soldi messi sul piatto, come se fosse davvero la nostra ultima mano. E a me spiace dirvelo, credetemi, ma non abbiamo alcuna intenzione di alzarci dal tavolo.