Mission (im)possible: Top Club anche sul campo

di Vittorio Aversano |

Simeone guadagna, grossomodo, tre volte Allegri. Che questo sia o meno comprensibile, si è visto sul nostro amato “campo” che tale esborso parrebbe giustificato e, ironia della sorte, le reti subite nell’ottavo di andata contro l’Atletico Madrid potevano essere, per l’appunto, il triplo: El Cholo ha stritolato, affossato e umiliato il proprio avversario, infliggendo non solo una sconfitta che, verosimilmente, risulterà esiziale per la CL e, quindi, per l’intera stagione, ma anche la lezione tattica per cui è possibile giocare con una difesa imperforabile, senza rinunciare né alle trame di gioco, né al ritmo, né ai gol. Questa ennesima débâcle europea potrebbe segnare la fine dell’epoca Allegri: uno dei nostri tecnici più vincenti in campo nazionale, capace di leggere le partite in corso d’opera (anche interpretabile come: saper correggere eventuali errori iniziali, indirizzando la buona sorte a proprio vantaggio) e di riportare la Juventus a una stabile dimensione europea. Tuttavia, non sempre infallibile nel farsi trovare pronto a certi appuntamenti con il destino, per ragioni in buona parte, ma non solo, a lui riconducibili.

Per ragioni di brevità, non posso linkare tutti gli articoli in cui, in questi ultimi due anni, ho denunciato quelli che ritengo i principali vizi della corrente gestione tecnica:

  1. Atteggiamento eccessivamente ed ingiustificatamente prudente in quasi tutte le gare (ben esplicitato anche ieri, dalla conservazione del miglior giocatore in rosa dopo CR7, vale a dire Cancelo, in panchina per 85′).
  2. Discutibili idee di gioco (leggasi: “organizzo la fase difensiva, poi davanti sono bravi e qualcuno il gol lo fa”), con
    • Impostazione affidata alla difesa che, nei top club, ha la funzione di respingere gli attacchi e mandare il pallone in avanti, mentre da noi, di indugiare in passaggi orizzontali, possibilmente tra i due o tre centrali, con l’obiettivo di attirare il pressing avversario, per poi scaricare con il lancio lungo o corto, ma frettoloso, sul primo compagno libero; e
    • Carenza di schemi offensivi o sui calci piazzati, con troppi contropiede e calci di punizione sprecati e finalizzazioni affidate a chi si trova in avanti in quel momento, unite alle azioni in solitaria di chi non sa a chi passare la palla.
  3. Snaturamento incomprensibile di numerosi giocatori, costretti a reinventarsi una carriera in posizioni e ruoli del tutto inediti, con conseguente mortificazione del loro valore e della loro tecnica e mancato sfruttamento delle qualità per cui sono stati acquistati, unita agli azzardati esperimenti tattici (ex multis: Dani Alves terzo centrale di difesa; Padoin regista arretrato; Sturaro terzino destro o ala sinistra).
  4. Il concetto esasperato di “tuttocampista”, che implica che chiunque possa stare in qualsiasi zona del campo e con qualsiasi mansione, senza eccellere realmente in nessuna abilità particolare.
  5. Il conseguente equivoco tattico di Dybala e Pjanic, mai veramente convincenti nei rispettivi ruoli di assegnazione.
  6. La preparazione atletica fondata sull’appesantimento dei muscoli nella frazione invernale della stagione, con conseguenti e ripetuti infortuni a raffica, con l’obiettivo di “volare” da marzo in poi, senza probabilmente considerare che, intanto, non è detto che accada e che, per allora, magari la squadra sarà già fuori dalla corsa alla CL.

La Juventus, con l’acquisto di Cristiano Ronaldo, ha compiuto un’operazione straordinaria che avrebbe, nelle premesse, dovuto costituire un segnatempo finanziario e tecnico, il tassello mancante per ambire alla vittoria della CL. La prima gara con il Valencia ci aveva illuso che la mentalità fosse cambiata, incoraggiata e guidata da CR7 che, pur ingiustamente espulso in quel frangente, era stato prontamente riscattato da un’orgogliosa e convincente prestazione dei compagni. In realtà, si è trattato di un bluff e, a ben guardare, l’ennesimo. La squadra, a quei tempi, era convinta di essere più forte delle avversarie e, per breve tempo, ha giocato con maggiore scioltezza e spregiudicatezza, ma poi ha cominciato a subire un po’ troppi gol in campionato e, quindi, ritenendo questo un segnale d’allarme, si è corso ai ripari, con ciò tuttavia diminuendo la self-confidence, a favore di un atteggiamento più attendista (cit. Andrea Pirlo). Per certi versi, inoltre, è parso sin da subito che l’innesto del fuoriclasse di Madeira (che, per quanto GOAT, non è onnipotente) non potesse, da solo, portare la rosa ad eguagliare quella degli altri top club, essendo evidenziabili diverse, sostanziali lacune già in partenza:

  1. L’età avanzata dei centrali di difesa e l’assenza di ricambi all’altezza, ulteriormente acuita con l’assurda sostituzione di Benatia con Caceres a metà stagione e probabilmente, ancor prima, il dietrofront di Bonucci;
  2. La presenza in rosa di De Sciglio, il fedelissimo dell’allenatore, che una volta paragonai a Birindelli per dedizione e sacrificio, ma ora mi rendo conto che non gli si avvicina nemmeno nel modo di portare i calzoncini e devo, pertanto, scusarmi con l’eroe del Riazor e del Camp Nou;
  3. Il centrocampo costruito irrazionalmente e con minor qualità, dopo lo smantellamento operato nel 2015/2016 a favore dell’attacco e delle fasce, con una mezzala/trequartista (Pjanic) in regia, una mezzala destra (Khedira) dal passato glorioso, ormai fisicamente logora – sta più in infermeria che in campo – , un mediano incursore di quantità ed esperienza (Matuidi), ma con “i piedi di balsa” (cit.) e un paio di giovani scommesse a buon prezzo (Bentancur ed Emre Can), entrambi con trascorsi da centromediani, dislocati di volta in volta dove si può fare di necessità virtù;
  4. L’abbondanza di ali per un solo centravanti, peraltro più chiamato alla fase di contenimento e rottura che non a quella finalizzatrice, e il prevedibile basso minutaggio di possibili talenti (Kean e Spinazzola), che hanno rischiato di essere ancora ceduti altrove.

I top club europei hanno un’identità ben definita, fondata sulla valorizzazione delle individualità, unite nell’esaltazione di un gioco corale, scandito da tecnica, corsa, e una condizione atletica quasi sempre brillante in ogni momento della stagione. Nulla di tutto questo è riconoscibile nella Juventus targata Allegri. Non ingannino le due finali degli ultimi quattro anni, in quanto frutto di tragitti ben diversi da quello attuale: a Berlino, con una squadra nettamente più forte di quella attuale, beneficiavamo ancora dei meccanismi in mediana e in difesa impostati da Conte nel triennio precedente, per cui lo stesso Allegri dichiarò che si sarebbe limitato a “fare meno danni possibili” con il proprio subentro nella gestione tecnica; a Cardiff, lo straordinario sacrificio di Mandzukic nello svolgere integralmente le mansioni della fascia sinistra, quella di Higuain nell’arretrare all’attuale ruolo di raccordo ricoperto da Dybala, e l’esplosione primaverile di Dani Alves, ci consentirono di sopperire alla statica e inadeguata mediana a due con Pjanic e Khedira.

La verità che ci consegna la partita di ieri – che non casualmente segue all’eliminazione dalla Coppa Italia ad opera di una dinamica e grintosa Atalanta – è che questo modo di gestire la stagione e le singole partite, fondato sulla presunzione che il calcio sia semplice, sull’assoluta speculazione delle singole fasi, delle partite da 180’+recupero, dei cambi in corso di gara, del contenimento al posto dell’affondo, rinvigorisce ulteriormente le ambizioni di avversari già di per sé qualificati, che probabilmente si aspettano che un club vincitore degli ultimi sette campionati li sottometta, anziché adattarsi; li sfianchi, anziché tentare di arginarli. Al contrario, la Juve aspetta, e palleggia come meglio riesce nelle retrovie, cercando l’imbucata occasionale: questo produce una non infrequente sterilità offensiva, un sistema di gioco farraginoso e, quindi, prestazioni difficili da ricordare per la loro qualità, con l’ulteriore conseguenza della frustrazione psicologica dei giocatori in campo, che sono risultati, nei tempi più recenti, non in grado di rovesciare un risultato negativo quantomeno con una prova di carattere; guardando in panchina, notiamo il tecnico che predica “halma” e, non è che sia sbagliato, ma certamente, a conti fatti, non è efficace. Sicuramente, non in Europa.

La presunzione, dicevo: come scrissi tempo fa, top club plurivincitori di CL, come il Barcellona di Guardiola o il Real Madrid, utilizzano tre mediani dalle caratteristiche (superiori, ma) assimilabili a quelle dei nostri (Iniesta-Busquets/Xavi-Rakitic; Modric-Casemiro-Kroos), eppure logicamente sistemati in modo da schermare la difesa con un centrale grosso e fisico e consentire maggiore libertà al c.d. “regista” sulla fascia; ovvero, si affidano a schemi mnemonici per supplire alla carenza di fisicità al centro (come nel caso di Xavi, che però equivale il nostro Pirlo, quindi un fuoriclasse; oppure Verratti nel PSG che, pur lontano da questi, ha piede e visione di gioco). Se “il calcio è semplice”, perché complicarlo? Per la stessa ragione, non sapremo mai quanto avrebbero davvero potuto rendere Dybala, Pjanic, Higuain o Bentancur, se collocati nel ruolo elettivo e con mansioni coerenti.

Per arrivare a quei livelli – che a me francamente non sembrano niente di che, considerando la miglior parte dei giocatori attualmente in rosa – non resterà che seguire il normale sviluppo di qualsiasi project che, al completamento, al fallimento, o anche al semplice mutare degli obiettivi, richiede un nuovo manager: se Allegri poteva andare bene per placare e rinvigorire il gruppo spremuto da Conte e gli si chiedeva di vincere il campionato e la Coppa Italia, andando il più avanti possibile in Europa, così da mantenere la Juve stabilmente tra le prime otto, adesso che la c.d. “asticella” si è alzata – e non da adesso, in verità, avendo la partita di ieri ricopiato tantissime altre esibizioni, non solo di questa stagione – , occorre ripensare all’aspetto della guida tecnica. Il cambio del management gestionale, con l’uscita di Marotta, in presenza di insuccessi sportivi evidenti, dovrebbe comportare a breve una diversa strategia, per ricreare una squadra in linea con le aspettative e gli investimenti effettuati. Una società che si propone come esempio non può continuare a fallire l’obiettivo sempre dichiarato come il principale della stagione: c’è un evidente iato tra il voluto ed il realizzato (escluso ovviamente il campionato nazionale, per mancanza di validi competitors). La scaletta esposta a due mani da Agnelli a Villarperosa, guardando un Ronaldo sogghignante, rischia di non essere rispettata.

Nell’ambito di un calcio risultatista, ma anche di intrattenimento, pur rimanendo grati ad Allegri per aver contribuito ai successi nazionali, occorre ora cambiare – nell’ordine – guida tecnica, sistema di gioco e alcuni giocatori, per partecipare a una CL che abbia un senso e, quindi, provare a vincerla. Guardando al presente e all’immediato futuro, a meno di incredibili stravolgimenti (nemmeno la storia ci viene in soccorso, speriamo lo faccia il notorio “culo” di Allegri), la nostra avventura europea, anche quest’anno, pare avviarsi ad una meritata conclusione, più prematura di altre, peraltro. L’ultima Juventus vincitrice della CL veniva dalla vittoria della Coppa Uefa due anni prima: forse l’anno prossimo converrebbe farsi eliminare al girone, per sognare in grande.