Miralem Pjanic – Top Player loading…

di Giuseppe Gariffo |

pjanic top

Quando, all’inizio dell’estate 2016, la Juventus pagò alla Roma la clausola rescissoria di 30 milioni per acquisire il cartellino di Miralem Pjanic, il pubblico di fede juventina si divise. Non erano ben definite le caratteristiche del centrocampista bosniaco, di sicuro talento ma difficilmente inquadrabile nel centrocampo a tre della Juventus di Massimiliano Allegri. Non era ancora il mercato dopato dalle cifre ultimamente messe in circolo da cinesi e sceicchi, e la cifra sborsata dalla dirigenza bianconera (oggi risibile) sembrava tutto fuorchè un’inezia. Attorno al “pianista”, descritto dagli ambienti di provenienza come pigro e incostante, è iniziato a crearsi un clima di impazienza e sfiducia.  Poche settimane dopo, oltretutto, Paul Pogba cambiò maglia e, numericamente, Miralem divenne di fatto il suo sostituto. Un “progetto di Top-Player” (così lo definì inizialmente Luca Momblano), ma al posto di quello che, almeno per la tifoseria bianconera, Top-Player lo era già.

Le prestazioni iniziali non aiutarono certo a vincere lo scetticismo, complici i continui spostamenti di ruolo attuati da Allegri nel tentativo vano di metterlo a suo agio. Non bene, a San Siro contro l’Inter, come perno davanti la difesa; evanescente contro il Lione in Champions come vertice alto del rombo; quasi inguardabile e fuori dal gioco nella posizione defilata di mezzala sinistra, occupata in molte partite. Ad eccezione di alcuni lampi di genio (punizioni dal limite e qualche assist) si è dovuto attendere il mese di gennaio per vedere il vero Pjanic, che si è avvantaggiato forse più di chiunque altro del passaggio al nuovo modulo, il 4-2-3-1. Nella mediana a due, in coppia con Sami Khedira, ha inanellato una serie di prestazioni di alto livello, fino all’intervallo di Cardiff dove si persero le sue tracce dopo un primo tempo ben giocato.

Dopo un anno possiamo chiederci: che tipo di calciatore è Miralem Pjanic? E poi: a che punto è il caricamento del file “top-player”, quanto gli manca (se gli manca) per raggiungere l’eccellenza?

Anzitutto abbiamo scoperto un tipo di calciatore diverso da quello che ci era stato descritto. Mire non è solo un regista, un uomo assist, un “sarto del gioco”. E’ anche uno dei calciatori in rosa che corre di più, che va più spesso in tackle e viaggia alla media di due “intercetti” a partita. Non male per Allegri, che predilige il recupero palla mediante intercetto (che rispetto al contrasto può più facilmente dare il via a ripartenze), ma non male in generale, perchè Pjanic resta comunque un centrocampista di costruzione. Questi numeri (evidenziabili da un’osservazione attenta, prima ancora che dalle stats) confermano la completezza del suo repertorio.

Ma allora siamo già di fronte a un top-player? Fatti salvi i gusti personali, analizzando i match in cui ha fronteggiato centrocampisti di livello mondiale, le prestazioni e i numeri sono dalla sua parte. La partita del Camp Nou è stata, fin qui, il punto più alto dell’esperienza juventina di Pjanic: settantasei palloni toccati (più, e non poco, di ogni altro bianconero), otto tackle, cinque intercetti (!), tre passaggi chiave e un tiro in porta. Di fronte a lui c’erano Iniesta, Busquets e Rakitic. Gente che lo status di top-player lo ha meritato da anni (don Andrès, irraggiungibile, su tutti). Surclassati, quella sera come nella partita di andata di 8 giorni prima.

Anche nella triste serata di Cardiff, di fronte a Kroos e Modric (i più forti in assoluto, a detta di tutti, in questo momento storico), il primo tempo del bosniaco è stato di assoluto livello: suo il gran tiro che senza il miracolo di Navas poteva dare un’altra direzione alla serata, suo il piede più preciso (91% di passaggi giusti) e il maggior numero di palloni toccati (alla fine 10 in meno di Dani Alves, che ha però giocato tutta la partita). Numeri significativi, quasi tutti maturati nel primo tempo, per via di un infortunio che ne ha compromesso la ripresa, contribuendo alla debacle della squadra, e dettato il cambio al 69′.

La sensazione è che, per attestarsi al livello dei top, a Pjanic manchi anzitutto il confermarsi quest’anno, dato che già nell’ultima Champions è stato certamente tra i migliori nel suo ruolo (a 45′ dall’essere, forse, “il” migliore). Ci si aspetta, come anche sottolineato nel post-Cagliari da Allegri, una maggiore freddezza anche nella gestione dei palloni che scottano, sui quali non è ancora sempre irreprensibile. La crescita in questo dettaglio gli potrà permettere di essere schierato, senza ripercussioni sul rendimento, anche come vertice basso in un centrocampo a tre, pur in un’interpretazione del ruolo più “verticale” di quella di Andrea Pirlo.

Last but not least, non potrà che avvantaggiarsi di una crescita tecnica della squadra. Le partenze di due “registi vicari” come Bonucci e Dani Alves accrescerà le sue responsabilità di impostazione: in quest’ottica (e considerate anche le sue doti aerobiche e di recupero palla) sarebbe forse stato meglio affiancargli un centrocampista tecnicamente più dotato dell’ottimo Matuidi. Attualmente, tra quelli stabilmente in campo, il solo Dybala parla lo stesso linguaggio calcistico di Miralem. Sarà dunque importante riuscire a inserire sempre più, nel progetto di undici titolare, calciatori in grado di dialogare con lui nel rapido (almeno uno, meglio due, tra Costa, Pjaca e Bernardeschi) permettendogli di esprimere al meglio le sue doti.

Pjanic è a pochi passi dai migliori nel suo ruolo. Colmare il gap dipenderà da lui, ma anche e soprattutto dalla Juventus.