Mio fratello è figlio unico… e interista!

di Juventibus |

Sarà st​​ato il febbraio del 1998. Come ogni domenica papà, passando dall’edicola mi ha portato qualcosa. E, come ogni domenica, mio fratello, di cinque anni più piccolo, comincia a piangere. Come tutti i bambini della sua età non accetta che il maggiore abbia qualcosa che lui non ha. Poco importa che di quel poster a grandezza naturale di Alex Del Piero non sappia che farsene: l’avevo avuto io, doveva averlo anche lui. Tornando alla stessa edicola, mio padre non trovò un altro poster di Del Piero ma uno di Ronaldo (del resto era il periodo in cui i due si contendevano il titolo di migliore del mondo prima che le rispettive ginocchia si sbriciolassero), lo comprò e lo portò a casa lo stesso: avrebbe fatto di tutto pur di far smettere di piangere il suo secondogenito.

Ecco, penso che quello sia stato il momento esatto in cui mio fratello sia diventato interista. Per un iniziale spirito d’emulazione trasformatosi in spirito di contraddizione. Certo, mentre il mio poster di Del Piero è ancora lì, lui ha dovuto sostituire il suo con uno di Vieri e poi con uno di Adriano e poi con uno di Milito: la sua coerenza è stata comunque invidiabile, nei momenti buoni e in quello meno. Ma, ancora oggi, non posso fare a meno di chiedermi cosa sarebbe successo se, quel giorno, papà avesse trovato anche il secondo poster a grandezza naturale di Del Piero. Gli juventini in casa sarebbero diventati due invece di uno? Forse. O forse no. Forse sarebbe diventato tifoso interista lo stesso, o forse avrebbe tifato qualsiasi altra squadra. Chi può dirlo. Di certo, vigilie pre e post de LA partita sarebbero stati diversi. Non so se migliori o peggiori, ma diversi certamente sì.

Comincio con il dire che, purtroppo (o per fortuna?), da qualche tempo non è più la stessa cosa: vuoi perché abbiamo raggiunto (o dovremmo averlo fatto) una qual certa maturità che ci porta a vivere il calcio come “la cosa più importate delle cose meno importanti”, vuoi perché con lui che lavora e vive lontano da casa tornando solo nei week end oltre qualche generica frecciatina di prammatica non si può andare. Anzi, da questo punto di vista direi che siamo quasi arrivati a odiarci (sportivamente s’intende) meno rispetto al passato, con incredibili e sincere manifestazioni di solidarietà via WhatsApp, da parte mia (“bravi avete cacciato le palle e giocato da squadra” dopo Napoli – Inter 2-1) e sua (“tranquilli tanto gliene date tre”, nella settimana che ha preceduto la gara che non ha risollevato le sorti del Paese). Un trend che non è stato scalfito nemmeno dalla soporifera gara d’andata, un girone ma anche una vita fa: generiche considerazioni su quanto avessero fatti parimenti schifo le due squadre e poi a nanna.

Niente a che vedere con il passato quando la data veniva cerchiata in rosso sul calendario e con l’attesa che montava dalle 16:48 della domenica precedente. Preludio a una settimana infernale, con la convivenza che si faceva impossibile per la disperazione di mia madre e il divertimento di mio padre che, recentemente, ha confessato di aver più volte aizzato i battibecchi. Oddio, battibecchi: insulti, litigi, guerre di religione, sfottò crudeli in caso di sconfitta, “tanto vi facciamo il culo al ritorno” qualora al novantesimo il segno fosse stato l’X.

Dato che era ancora troppo piccolo all’epoca di Iuliano-Ronaldo (a proposito, mentre scrivo mancano 3 giorni alla partita e Simoni non si è ancora fatto sentire: devo preoccuparmi?) ha vissuto male il 2-1 di Marchisio che scavina Julio Cesar, malissimo l’1-0 dell’anno post triplete (con Eto’o che si sbrana il gol del pari a porta vuota come uno Dzeko qualsiasi), peggio il 2-0 del 2012 che implicitamente significava il nostro ritorno a livelli ai quali pensava non saremmo mai tornati. Non gli sono mancate, però, occasioni di rivincita: come il 2-0 a San Siro nell’anno del triplete o l’1-3 che voleva dire fine dell’imbattibilità contiana e dell’inviolabilità dello Stadium. Due tra le serate peggiori della mia vita. Comunque niente se paragonato al 5 maggio 2002. Il giorno della sua prima comunione, quando la sua squadra il regalo lo fece a me anziché a lui. Ancora oggi penso che non abbia mai voluto guardare l’album di fotografie scattate quel giorno.

L’anno scorso, poi, siamo anche riusciti ad andare a vederla dal vivo. E’ accaduto durante un mio breve soggiorno lavorativo a Milano. Complice uno scudetto vinto da un’era geologica, ho prenotato con congruo anticipo i biglietti e l’ho portato a San Siro per la prima volta in vita sua. Gol di Icardi, pareggio di Marchisio su rigore conquistato da Matri (che aveva preso a Vidic dieci metri sull’allungo manco fosse Bolt), 1-2 di Morata in versione beach boy: guardando il suo viso a fine partita confesso che è stata l’unica volta in cui mi è dispiaciuto un po’ non vincere (la sconfitta non è un’opzione d prendere in considerazione) contro quelli là.
Qualche settimana fa mi ha chiesto di portarlo a vederla allo Stadium perché, parole sue, “voglio godermi lo spettacolo in uno stadio come si deve”. A questo giro non è stato possibile accontentarlo, ma al prossimo non mancheremo: in fondo uno Juve – Inter senza di lui è uno Juve – Inter in meno nei miei ricordi. Anche se qualcosa è cambiato rispetto a qualche anno fa.

di Claudio Pellecchia