Il mio capitano era Scirea

di Giancarlo Liviano D Arcangelo |

Il mio capitano era Scirea, che era anche il capitano della Juventus.

La scelta fu quasi automatica. Scirea era ed è raccontato da tutti i calciatori, gli allenatori, i dirigenti e gli avversari che l’hanno incrociato nella vita come un uomo di enorme spessore. Il giocatore più corretto che abbia mai calcato un campo di calcio, si diceva. Era la guida, il confessore, il consigliere, la colonna, l’amico taciturno a cui si poteva affidare la propria esistenza. Non aveva difetti e rendeva estremamente facile il calvario della venerazione, per dirla alla Cioran, e mai da lui arrivava quell’atto indegno, l’errore gratuito avulso dal gioco (perché di errori in campo ne commetteva come tutti). Ciò che mai avveniva era la caduta agli inferi, l’atto volgare o misero che poteva indurre a ridimensionare il divario tra adoratore e adorato.
Era indelebile nei miei occhi il gesto perfetto, armonioso, che Scirea aveva compiuto nel bel mezzo della finale mondiale del 1982, a Madrid, Italia-Germania 3-1.
Il secondo gol arrivò dopo un’azione che avrò rivisto migliaia di volte perché si sgomitolò come un trattato empirico sull’estetica dei moti armonici dei corpi in movimento. Un contropiede irridente trasformatosi in calcio totale. Ci fu Rossi, che in ripiegamento difensivo, mingherlino eppure sempre fellonesco anche nella propria metà campo, rubò palla al demoniaco Breitner (il calciatore con l’aria da rivoluzionario che negli anni di piombo tedeschi si faceva fotografare con il Libretto Rosso di Mao Tse-Tung), e alleggerì su Scirea che avanzava all’arma bianca, sul punto di chiamare a compimento l’assalto definitivo. Scirea prese campo progredendo a testa alta, e appoggiò a Conti che girò la testa per guardarsi indietro e scegliere una linea di avanzamento verticale, per ritardare i recuperi del solito Briegel e dell’hauptsturmfuhrer K.H. Förster, a cui tagliò la strada rendendolo inservibile.
Poi si fermò e fece una piroetta; e fu in quell’attimo, su quell’orpello che avvenne la ninfosi: il contropiede si trasformò in un attacco arioso. I tedeschi per come poterono, si piazzarono.
Erano stremati perché avvertivano la fatica dei supplementari contro la Francia in semifinale, nella loro seconda partita del secolo (vinta) dopo Italia – Germania 4-3, e Scirea ormai aveva il presidio delle linee avversarie. Andò sull’estremo destro dell’area di rigore e ricevette palla da Rossi, e di tacco la mandò all’indietro verso Bergomi mostrando al mondo quanto lo stile possa essere sostanza.
Bergomi, che aveva diciotto anni appena, glielo restituì ancora, da sottoposto che gioca di rimando con il diretto superiore, mostrando di sapere benissimo a chi è riservato l’onore e l’onere delle decisioni chiave.
Scirea pareva uno schermidore. Era etereo, il pallone lo controllò prezioso tra i piedi, finse un dribbling e temporeggiò, poi vide
Tardelli libero sulla lunetta ed effettuò un’assistenza precisa al compagno in inserimento, che a sua volta attendeva fremendo.
Era innervato, coriaceo, e si allineò al virtuosismo generale.
E fu in quell’attimo che si manifestò il mistero umano quando riverbera attraverso il calcio: uomini diversissimi tra loro, atomi, casi unici che debbono confondersi in un’unica entità sacrale, tutti in contemporanea, sembrarono biologicamente un unico organismo complesso, e poi chapeau, chiusura del cerchio e congiunzione delle coordinate polari: stop a seguire di Tardelli e controbalzo di sinistro nell’angolo destro, per il 2-0.
Scirea per me era il continuatore della tradizione di grandi saggi, di uomini destinati a vivere nella rettitudine: come un oracolo sembrava sempre conoscere le intenzioni segrete degli avversari nei blitz offensivi che portavano minacce alla sua squadra.
Scirea era tra i pochi a saperli arginare, e quasi sempre senza commettere violenze né scorrettezze episodiche, ma puntando tutto sulla strategia e sul senso dell’onore.
Devi scegliere ciò che e giusto per poter camminare a testa alta tra gli uomini migliori, mi veniva detto costantemente, e nessuno come Scirea giocava a testa alta. Le sue progressioni in attacco, sempre a testa alta, che s’innescavano sempre dopo un recupero del pallone spettacolare e lo sbrogliamento dell’intrico, culminavano spesso in azioni di contropiede magistralmente condotte, o addirittura con qualche sua finalizzazione in gol, come se Scirea leggesse nei segreti dello spaziotempo.
Così, quando, ai primi di settembre del 1989, a dodici anni, partii per Bologna con la mia famiglia mai avrei pensato che dopo poche ore potesse cogliermi la notizia della morte prematura di Gaetano, da poco ritiratosi dal calcio giocato e impegnato nella nuova attività di allenatore in seconda della Juventus.
Ma fi fu il tempo per un’ultima lezione. Il pomeriggio che precedette la notizia della morte di Scirea mi capitò di trovare uno scatolone di legno malcelato sotto il letto di mia nonna, e aprendolo come se si trattasse di un vecchio forziere abbandonato da un bastimento nel Mar dei Caraibi, vidi, tra vecchi numeri di Topolino e una certa quantità di scartoffie, una rivoltella vera, nera e lucida, col calcio smerigliato e qualche segno di consunzione sullo smalto.
Un’arma che, appresi in seguito, era appartenuta a mio nonno ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. La presi in mano.
Governavo con eccitazione per il nuovo giocattolo di cui mi ero impadronito, e quando la portai per casa sventolandola come se fossi Al Capone, vidi gli sguardi familiari agonizzanti, terrorizzati, come se li avesse colti la morte in persona con la sua falce sgangherata. Con impeto, fui immediatamente disarmato e arrestato.
«Potevi morire!» mi fu gridato, senza che io potessi immaginare ancora cosa significasse. Morire. E perché? E come, se la pistola era scarica?
La morte poi non riguardava solo epoche passate e gente lontana? Cosa aveva a che fare con noi?
Non mi misi a piangere, ma dovetti faticare non poco per trattenermi, e in cambio delle lacrime impostai un broncio inconsolabile.
Per cena, richiamato dalle prigioni mi sedetti a tavola voglioso di far valere i miei diritti, speranzoso di poter impugnare ancora la pistola scarica. La televisione era naturalmente accesa, come sempre, e alla Domenica Sportiva fu annunciata la notizia ferale da un commosso Sandro Ciotti.
Scirea era morto in Polonia.
Un incidente stradale mentre andava a visionare il Górnik Zabrze, ben poco temibile avversario della Juventus nei trentaduesimi di finale di Coppa Uefa. Allora sì che piansi di disperazione.

La morte, per la pima volta, era entrata di prepotenza nella mia vita.
Come poteva morire Scirea, che era il giusto per antonomasia?
Quanto avrebbe impiegato la morte a prendersi anche me, se non aveva avuto alcuna premura con il mio eroe?

Estratto da “Gloria agli eroi del mondo di sogno” Il Saggiatore, 2014.