Milan-Juve, analisi di una dèbacle collettiva

di Giulio Gori |

Quando si subisce una batosta, spesso è gioco facile cercare dei capri espiatori individuali. Ma la sconfitta della Juventus contro il Milan è l’esempio paradigmatico di una débacle collettiva, di cui tutti i giocatori in campo sono egualmente responsabili, con un atteggiamento totalmente fuori luogo va ben oltre qualche errore tecnico più o meno evidente.

La Juventus subisce l’1-2 per un caso che, per eleganza, possiamo definire fortuito. Quattro minuti dopo arriva il pareggio del Milan in una situazione in cui difesa e centrocampo bianconeri si dimostrano piuttosto morbidi. Subire un gol così non dovrebbe succedere, ma considerata l’assoluta casualità del primo, è pur nella dura logica del calcio che nell’arco di una partita una squadra possa subire una rete (la seconda) del tutto evitabile. Pari e patta, comincia un’altra partita. E qui nasce il vero problema, il terzo gol, che invece è fuori da ogni logica di una squadra di alto livello. Perché una grande squadra non si comporta come un tifoso – e non me ne vogliano i tifosi, che fanno giustamente il proprio lavoro – ma ha il dovere di mantenere la lucidità. Di fronte a un avversario che quattro minuti prima sembrava sconfitto e che quattro minuti dopo si trova di fronte a un’orizzonte completamente diverso, il primo dovere della Juventus sarebbe stato il mantenere la lucidità. Non buttarsi a capofitto per ribaltare la partita: il calcio non è il braccio di ferro dove si misura la forza bruta dei contendenti, il calcio è strategia, psicologia, capacità di capire l’andamento dell’incontro. Con 25 minuti davanti, la Juventus avrebbe dovuto pensare prima a smontare gli entusiasmi del Milan e solo dopo provare a vincere l’incontro. E il sistema è semplice: tenere palla, nascondere il pallone, spezzare il gioco, far perdere il ritmo a chi si trova in uno stato di esaltazione, far passare la trebisonda e provare di nuovo a imporre la propria superiorità.

La Juventus si è comportata invece come una squadra inesperta, riversandosi subito dopo il 2-2 nella metà campo milanista, senza neppure pensare a rispettare le consegne. Il terzo gol è inaccettabile per come è maturato. Una giocata inutilmente forzata da Cristiano Ronaldo a 40 metri dalla porta avversaria (una zona in cui è inutile rischiare perché il beneficio ricavato dalla giocata è comunque molto meno rilevante dell’eventuale danno), che a sua volta non ha le spalle coperte: Pjanic è troppo staccato, la difesa è a anni luce dietro, la Juventus nella foga ha perso ogni distanza. La palla arriva a Rebic che riceve contro una linea difensiva composta dai soli due centrali, peraltro piatti. Qui almeno Rugani fa una cosa intelligente: trovandosi in mare aperto, aspetta che Bonucci gli scivoli alle spalle e fa fallo sull’avversario (così al massimo prende il giallo e non il rosso), ma la palla prosegue la sua corsa. Il terzino destro non c’è, Pjanic non segue Leao (il bosniaco nella ripresa è stato più che censurabile), Bonucci non scala sul rossonero, l’unico che ci prova è Rugani che però si era dovuto rialzare da terra, e arriva il 3-2. Anche in diverse azioni successive la Juventus si farà trovare insolitamente lunga, con i reparti sgranati, dando così buon gioco alle ripartenze rossonere. Ma nel calcio, i tanto evocati «attributi» spesso sono equivocati: la grinta è una virtù, ma quando si trasforma in foga e impedisce di capire che in quel pezzo di partita è meglio far passare la tempesta anziché attaccare alla garibaldina, rischia di diventare controproducente. Gli attributi sono semmai la lucidità di chi dovrebbe capire quando è il momento di abbassare il ritmo e quando è arrivato quello di infierire.

In questo difetto di mentalità, però, non sembra esserci un problema strutturale. Può succedere uno sbandamento, non è mal di nulla, non c’è da fare disfattismo, fa parte della logica del pallone. Diverso sarebbe se questo genere di débacle accadesse più di una volta. Per questo sulla graticola non può essere messo Maurizio Sarri: in campo vanno i giocatori, sono loro che hanno i meriti e le colpe, un allenatore dalla panchina può dare istruzioni, ma la loro efficacia è limitata. Un allenatore deve semmai lavorare in allenamento perché una circostanza del genere non si ripeta. Solo se si ripetesse, quindi, ci sarebbe da porre un problema sulla capacità del mister di dare una guida non solo tecnico-tattica, ma anche mentale ai giocatori. Sarri assolto, quindi? Solo a metà: perché le sue dichiarazioni post partita («Non ho capito cos’è successo. Ma non ci dobbiamo fare troppe domande») non depongono a favore della soluzione del problema: primo perché quel che si è visto in campo è limpidissimo; secondo, perché quando si sbaglia, si analizza l’accaduto e si lavora perché non risucceda.


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