Il mezzo sorriso di Vladimir Jugovic

di Riceviamo e Pubblichiamo |

«Per un attimo ti ho invidiato quella sera, sai?», mi confessa un amico ricordando la finale di Roma contro l’Ajax. «Ti ho invidiato perché tu, guardando la partita in TV, hai potuto vedere il mezzo sorriso di Jugović. Noi dallo stadio non abbiamo notato niente, solo il fumogeno esploso prima del tiro».

Invidiato? Certo, vuoi mettere? Tu allo stadio a festeggiare con migliaia di tifosi in stato di estati ed io a casa sulla poltrona, fantozzianamente in mutandoni e canottiera, birra ghiacciata e rutto libero! Però è vero, ammetto. Quel mezzo sorriso è forse il ricordo più bello di quella serata. Mi ha dato tranquillità, mi ha regalato la certezza che Jugo avrebbe messo dentro quel rigore che voleva dire gioia sfrenata, imprecazioni, anni di rincorse inutili a quella coppa che, ancora oggi, non riesco a pronunciare. Era la rivincita contro il destino, che poi si sarebbe beffardamente vendicato l’anno dopo, quello dopo ancora, e altre due volte di seguito. Ma quella sera, in una tiepida notte romana di maggio, quel mezzo sorriso mi ripagava di tutte le delusioni, di tutte le lacrime versate per quello strano vaso dai manici così larghi, tanto bizzarro quanto prestigioso, tanto agognato quanto maledetto. Per me, che ho vagabondato a testa china per le vie di Belgrado, Atene e Bruxelles, con tanto dolore nel cuore.

Ma chi era questo slavo dagli occhi di ghiaccio che guarda truce Van der Sar, portierone dell’Ajax, prima di trafiggerlo su rigore? «Del tiro dal dischetto di Roma, se ci penso, sento ancora le stesse sensazioni di allora – racconta – era quello che valeva la coppa. Quel goal mi ha permesso di entrare nella storia di un club glorioso come la Juventus e di vincere la seconda Coppa Campioni. Cambierei qualcosa di quella notte? Mi gusterei maggiormente il successo. Subito dopo la finale di Roma andai a giocare con la mia Nazionale invece di festeggiare con i compagni».

Vladimir Jugović, centrocampista di Trstenik, classe 1969, che Lippi fortissimamente vuole nell’estate del 1995 per rafforzare in quantità e qualità un centrocampo alla prova del fuoco della Champions League. Quando arriva a Torino, non è più un ragazzino e il calcio che conta lo mastica oramai da anni. Cresciuto nella Stella Rossa che vince la Coppa dei Campioni, mostra con la maglia della Sampdoria del suo maestro e scopritore Boškov, di saperci fare anche nel campionato più difficile del mondo.

«Ho iniziato a giocare a dodici anni in una piccola squadra dove, però, sono rimasto solo sei mesi. Subito dopo, sono passato alla Stella Rossa con la quale ho fatto tutte le trafile, sino ad arrivare alla prima squadra. L’esperienza nel settore giovanile è stata molto importante, perché non ho mai giocato con i ragazzi della mia età, ma sempre con quelli più grandi, dai quali ho imparato molto. A sedici anni ho fatto l’esordio in prima squadra, anche se per un’amichevole. A diciotto anni ho fatto il servizio militare e, al mio ritorno a Belgrado, ho dovuto affrontare una situazione difficile e prendere una decisione che si è poi rivelata molto importante per la mia carriera. Infatti, l’allenatore della Stella Rossa non mi considerava per niente; così, dopo solo una partita, ho deciso di andare nel Rad, squadra molto meno ambiziosa, dove ho trovato un bravo allenatore e dove sono riuscito a esprimere al meglio le mie capacità, disputando un buon campionato. La stagione successiva sono tornato alla Stella Rossa ed ho vinto la Coppa Campioni, giocando da titolare. Ma la mia vera consacrazione coincide con la vittoria nella Coppa Intercontinentale, conquistata a Tokyo nel dicembre del 1991; in quell’occasione ho due dei tre goal con i quali abbiamo battuto i cileni del Colo Colo. A Tokyo, ho capito che avrei davvero potuto farcela nel difficile mondo del calcio».

La Juventus che ha già Conte, Sousa e Deschamps adesso si ritrova pure questo giocatore tosto che sa contrastare mettendo unghie e denti, ma anche impostare e, per di più, tira in porta da qualunque posizione, centrando molto spesso la porta. La squadra che spazza via Steaua, Rangers e Borussia Dortmund, nella prima tornata della Champions, capisce di aver trovato un puntello adeguato ai nuovi bisogni. Anche in campionato Jugo ci mette poco a rendersi utile. 27 agosto del 1995, prima giornata al Delle Alpi con la Cremonese che tenta improbabili barricate e Juventus che stenta, finché arriva la cannonata di Jugović da fuori area che fa giustizia e apre la goleada. Per la coppa, invece, l’acuto avviene in semifinale: 3 aprile 1996, a Torino scende il Nantes, bisogna chiudere il conto nel match di andata per non rischiare una trasferta caldissima in Francia. Segna Vialli, raddoppia Jugović, perentorio, sempre dalla distanza È il prologo alla notte dello stadio Olimpico, 22 maggio 1996. La Champions alzata al cielo da Vialli è l’ultimo atto, il penultimo è il rigore decisivo trasformato da Vladimir.

Jugo si conferma anche nella stagione successiva: prima la Coppa Intercontinentale a Tokyo, con prestazione sopra le righe, poi la Supercoppa a spese del Paris Saint-Germain e infine lo scudetto, al quale dedica trenta partite e ben sei reti. Storica la doppietta al Milan nella serata del 6 aprile 1997, da raccontare ai nipoti. A San Siro, Juventus travolge Milan 6-1, di Jugović il primo e il terzo sigillo. Il suo ultimo goal è ancora in notturna, il 15 maggio: il Piacenza è travolto 4-1 mentre il Parma pareggia col Milan ed esce di scena, consegnando in anticipo il tricolore ai bianconeri.

L’avventura di Jugović si chiude qui. Due stagioni con molti successi e un mare di soddisfazioni, scudetto più tutte le coppe, Intercontinentale compresa, settantaquattro partite e dieci reti, due anni pienissimi. E quel mezzo sorriso regalatomi, in uno Stadio Olimpico vestito a bianconero, tanti anni or sono. Hasta siempre comandante Jugović!

 

Di Stefano Bedeschi