Champions 2018: mezzo piede dentro o mezzo piede fuori?

Dell’ottavo di andata contro il Tottenham, va separato il risultato dalla prestazione della squadra, sebbene i due elementi siano innegabilmente collegati.

Il risultato (nella stagione in cui sembra che non riusciamo a capitalizzare i rigori decisivi) ci condanna ad un miracolo a Wembley, altamente improbabile da immaginare, ma non impossibile: la Juventus ci ha senz’altro abituato, nei decenni, a grandi rimonte. Ma, al momento, regna lo scoramento e l’inquietudine, anche perché la qualità e la fame sono sempre state caratteristiche imprescindibili per compiere imprese memorabili e ieri, come in altre occasioni di questa stagione, non si sono viste né l’una né l’altra; anzi, qualche giocatore ha dichiarato che la squadra aveva paura a scoprirsi perché il Tottenham è una squadra forte.

Ora, che il Tottenham palleggi bene e abbia qualche individualità spiccata si può anche ammettere, ma a me non è parso che abbia fatto altro che passarsi il pallone con precisione, muovendosi armonicamente e dimostrando un’identità gradevolmente ben definita. Si può partire da uno 0-2 interno e rimontare (con poco costrutto, ai fini pratici, perché si tratta comunque di due gol presi in casa), ma subire rimonte, incapaci di imbastire una minima reazione corale adeguata, delegando ai singoli o al rimpallo o alla palla sporca il compito di creare una qualche chance di pericolo, e parlando oltretutto di paura, lascia interdetti, a questo punto della stagione e dell’intero progetto avviato con Allegri in panchina.

Intanto, devo contestualizzare e concretizzare l’esatta dimensione della squadra: per me, questa Juventus non è un top team. Per essere tale, occorre una rosa di giocatori di qualità, dotata di leader reali e non di facile suggestione, che resti invariata nel suo assetto-base per almeno tre, cinque anni, modificato con pochi innesti – di pari livello, se non superiore – nei settori che si rivelano, di stagione in stagione, carenti o inadeguati per il raggiungimento dell’obiettivo sportivo prefissato. Nessuna squadra vincente si sottrae, né si è mai sottratta, a questa regola.

La Juventus 2017/2018 è una squadra profondamente mutata, ma al pari di quelle degli ultimi quattro anni precedenti. All’insediamento di Allegri, si disponeva di un undici titolare di livello assoluto, pur non supportato da ricambi di pari altezza; si è proceduto però al suo smantellamento e all’inserimento di nuovi giocatori, chiaramente non all’altezza dei partenti. E così si è continuato ad operare fino a quest’anno. Questo è il risultato dell’autofinanziamento, ma anche di scelte di mercato che, incoerentemente con le dichiarazioni rese all’inizio di ogni stagione, si sono rivelate idonee a vincere il campionato e la Tim Cup, non la Champions League. E non ingannino le due finali giocate, perché le finali si vincono e basta.

Nessuno qui dice che i doblete di questi ultimi tre anni siano deprecabili, anzi, ad averne. Ma parliamoci chiaro: anche complice l’evidente minor qualità delle avversarie, si è riuscito, in molte occasioni, a mettere la polvere sotto il tappeto con le giocate dei singoli o di chi si trovava incidentalmente in forma in quella specifica giornata, nascondendo il fatto che la squadra solo di rado abbia espresso una qualche idea di gioco collettivo. Infatti, quest’anno che molte concorrenti italiane si sono rinforzate (e noi, a mio avviso, ci siamo impoveriti), siamo attualmente secondi e stiamo inseguendo, offrendo il più delle volte delle prestazioni inguardabili (come quella di Firenze) con gli avversari a tenere palla e noi a tentare di intercettarla, con ogni mezzo, lecito o meno.

Ad oggi, almeno, va così; poi vedremo come finirà, non si può mai dire, e sarei lieto di aver avuto torto. Ma resta il fatto che occorra migliorare e che la dichiarata ambizione sia supportata non tanto da parole altisonanti nelle interviste, quanto da elementi concreti (qualità, gioco, risultati), per collocarsi là dove ci hanno detto che la Juventus apparterrebbe, cioè alle prime quattro squadre europee. Se questo è coerente con il coefficiente UEFA, i fatti dimostrano che siamo ancora ben lontani dai livelli delle solite note (più il Manchester City), non soltanto per questioni di budget (o daremmo ragione a chi utilizza questo stesso alibi contro di noi), ma anche per la mancanza di un’organizzazione tecnica che valorizzi i calciatori acquistati, portandoli al massimo delle loro capacità. Abbiamo, e stiamo ancora avendo, una gestione restrittiva e fortemente dilapidante del potenziale tecnico a disposizione. Se pure avessimo l’attacco del PSG o il centrocampo del Real, ci ritroveremmo con lo stesso, identico scenario.

Chi vi scrive ha bene in mente la differenza tra il bel gioco e il risultato, preferendo senza dubbio quest’ultimo: ma, a lungo andare, come si sta rendendo evidente, l’assenza del primo comporta anche l’assenza del secondo.

Infatti, la Juventus che, finora, è risultata vincente nelle mura domestiche, sta incontrando difficoltà persino nel proprio campionato, all’innalzarsi della qualità delle avversarie, contestualmente alla necessità di dover, ogni anno, trovare un nuovo modulo ed assetto tattico. I giocatori attuali sono stati presi, in origine, perché forti nel loro ruolo naturale all’interno delle squadre di provenienza ma, non appena messo piede a Vinovo, sono stati adattati a ruoli diversi, a compiti diversi, nuovi, mai sperimentati prima: in altre parole, sono stati costretti a ripartire da zero o poco più, con l’obiettivo di rendere subito al massimo in quel ruolo. E questo non è possibile per nessuno, perché vuol dire snaturarsi. Alcuni giocatori ci sono riusciti l’anno scorso (Mandzukic e Pjanic su tutti), ma è come tenere una palla sott’acqua con entrambe le mani: non può durare, perché è forzato. Nei ruoli attuali, molti nostri giocatori rendono al 50% e questo fa rendere la squadra al 50%.

Così ci ritroviamo al punto clou: il soggetto deputato a mettere in campo i giocatori è l’allenatore. Nessun pregiudizio nei confronti del tecnico, beninteso, anzi ero contento del suo arrivo e del suo primo anno alla Juve. Ma, se al quarto anno consecutivo, ricevo (o faccio comprare) giocatori per il 4231 e, soltanto in corso d’opera, scopro che il 433 è il modulo con cui non si prende gol, si tratta già da subito di una grave incomprensione iniziale.

Così, nella ricerca del nuovo assetto, perdo punti per strada e mi ritrovo a dover inseguire, come da tre anni a questa parte. Se questo deve apparire normale, solo perché lo dice Allegri, beh, sappiate che non lo è. Al quarto anno della sua gestione, la squadra dovrebbe giocare a memoria, in virtù di una struttura fondante costruita negli anni precedenti: quello che apprezziamo nelle grandi avversarie europee, insomma. Eppure, non solo è così ma, nella prima, vera partita delicata della stagione, si riesuma il modulo-colabrodo con cui abbiamo subito reti persino dalle squadre italiane di media e bassa classifica. Se avesse funzionato, sarebbe stato un genio, ma i fatti dicono che invece è stata una delle verosimili cause del pareggio e dello squallido spettacolo offerto agli spettatori internazionali.

Allegri è responsabile anche del cattivo stato di forma di molti nostri giocatori (pianificazione) e dei loro frequenti infortuni (carichi di lavoro) all’affacciarsi del momento topico della stagione, da lui sinora decantato come l’unica finestra temporale di effettiva importanza ai fini del conseguimento degli obiettivi stagionali. Basta con questa favola che le sue squadre in primavera volano: l’ottavo di ritorno ce l’abbiamo tra 22 giorni e farà ancora più freddo, e più a lungo, se usciamo dall’Europa che conta.

Allegri è quello delle frasi ad effetto con zero umiltà (che tanto servirebbe, specie oggi), come “il calcio è semplice” oppure “basta metterne in campo undici”. No, non basta metterli in campo. Bisogna insegnare loro un gioco: e questo è tutto fuorché semplice. È semplice soltanto se non glielo insegni. Compattarsi in undici nella propria trequarti quando gli avversari attaccano, lasciare costantemente a loro l’iniziativa, effettuare lunghi o corti passaggi imprecisi, fucilate da dover controllare in tre tempi o flebili soffi da dover inseguire fuori posizione, palleggiare in disco-samba con qualsiasi parte del corpo si trovi a toccare il pallone, sporcare i passaggi avversari o sovrastarli soltanto con il fisico, arrivare nei pressi dell’area senza avere la minima idea di come penetrare la difesa, trasmettere la sensazione di caos e di caso: tutto questo non è né sinonimo di giocare a calcio né tantomeno identificativo di una grande squadra.

Insomma, pare che il suo proverbiale “fiuuuu”, che spesso ci ha tenuto a galla e di cui ci siamo avvalsi con piena consapevolezza, si stia esaurendo; ma questa squadra può comunque giocare meglio di così, semplicemente perché ci sono squadre meno dotate che giocano meglio.

Se, come a me appare, Allegri non insegna a giocare a calcio, ma soltanto a posizionarsi in campo, e ogni anno impiega mesi prima di trovare (forse) una quadra tattica, e il messaggio che trasmette ai giocatori, decimati dagli infortuni negli uomini-chiave, è di restare raccolti nella propria area e tentare di ripartire alla “viva il parroco”, perché la palla in qualche modo deve arrivare davanti (e alla fine non ne accetta le critiche), mi auguro che la società trovi quantomeno il modo per ammortizzare l’inspiegabile, faraonico ingaggio con cui, unitamente al rinnovo, lo ha premiato, dopo aver (malamente) perso la seconda finale di Champions League in tre anni. Occorre un po’ di coerenza, anche qui: se normalmente si sostiene che soltanto chi vince scrive il proprio nome nella storia, non si può, quando non conviene, celebrare un secondo posto come un relativo successo.

Non si tratta più di accontentarsi o meno, di essere grati o ingiusti critici, ma soltanto di capire se realmente si vuole e si può fare il salto di qualità.