Lionel Messi, il saluto imperfetto del genio irripetibile

di Alex Campanelli |

messi

“Ad un certo punto questo ragazzo si avventura in uno slalom esaltante, salta Cannavaro e Pessotto e conclude un’azione ultraterrena con un assist ad Andres Iniesta. Non avevo mai visto un giocatore con quelle qualità, un diciottenne che gioca con una tale personalità davanti a 90mila persone, era chiaro che sarebbe diventato il dominatore del calcio degli anni a venire. Lo chiesi a Rijkaard, avevano tre stranieri e non potevano farlo firmare subito, ma rispose che non se ne parlava e che avrebbero sistemato tutto”.

Parole e musica di Fabio Capello, tra i primi in Italia a restare incantato da quel ragazzino col numero 30 che ha alle spalle una storia da Libro Cuore, talmente vera da sembrare scritta dal Roberto Benigni più sentimentale e strappalacrime, un po’ La Vita è Bella e un po’ La Tigre e La Neve. Il problema all’ormone della crescita, il contratto scritto su un fazzoletto da Carles Rexach, uomo che sarebbe anche stato una leggenda del Barcellona degli anni ’60/’70 prima di diventare “quello che ha preso Messi”, l’incontro col padre calcistico Pep Guardiola, l’ascesa inarrestabile verso il gotha dei migliori di sempre.

Forse è proprio questo a scatenare le reazioni incontrollate e ben poco ragionate di chi lo ha condannato per l’addio al Barça, ignorando volutamente i veri responsabili della separazione: Lionel Messi è troppo perfetto, la sua storia è troppo bella per essere vera, i suoi sentimenti per la squadra che lo ha cresciuto sono troppo puri per non essere montati ad arte.

Come capita ai veramente grandi, Messi è stato discusso in pressoché ogni fase della sua carriera: agli albori si diceva che il suo fisico fosse troppo fragile per giocare a calcio, nell’era Guardiola i detrattori dell’argentino sostenevano che gran parte del merito andasse attribuito a Xavi e Iniesta, in nazionale gli è sempre stato fatto pesare (soprattutto in patria) il paragone con Maradona, “superiore in personalità e leadership”, negli ultimi anni di carriera c’è stato addirittura chi lo ha definito una zavorra per il Barcellona, per il suo stipendio e per la sua influenza eccessiva nel gioco della squadra (ma non vi ricorda qualcuno?).

Il problema è che, mentre eravamo impegnati a criticare Messi, non ci siamo accorti che il ragazzino col numero 30, poi 19, poi 10 più iconico del ventunesimo secolo, superava qualsiasi tipo di difficoltà, di pregiudizio e di critica esclusivamente grazie al suo talento, alla sua capacità di trasformare una partita di calcio in un sogno ad occhi aperti, di dipingere panorami incredibili col suo piede sinistro, di improvvisare discese vertiginose tutte con lo stesso finale.

Il contesto ideale, quella comfort zone che per molti è diventata il principale cavallo di battaglia per sminuire le imprese dell’extraterrestre argentino, è in realtà una delle più grandi bugie del calcio moderno. Perché Messi ha vinto con Xavi e Iniesta, ma anche con Rakitic e Arthur, ha segnato insieme ad Eto’o e Henry, Suarez e Neymar, ma anche con Villa, Pedro, Tello e Cuenca, ha sollevato trofei con Guardiola, Vilanova, Luis Enrique, Martino e Valverde, ha giocato da 10, da 9, da 11 e anche ricoprendo tutti questi ruoli insieme. Il contesto ideale per esprimersi al meglio, ovvero il Barcellona degli ultimi 15 anni, è stato creato da Messi stesso, insieme fautore e beneficiario, ed è stato possibile solo perché lui era presente.

A rendere Lionel Messi un genio irripetibile è però un dettaglio che lo pone su un livello diverso rispetto agli altri mostri sacri di questo sport: tutte le vittorie in campo nazionale ed europeo, tutti i gol, gli assist, i record di presenze, i palloni d’oro, tutto quello che Messi ha fatto lo ha fatto esclusivamente con la maglia blaugrana, colore che la nostra mente associa in maniera automatica all’asso argentino.

Johan Cruyff, Diego Armando Maradona, Alfredo Di Stefano, Cristiano Ronaldo, Pelé, Michel Platini, Giuseppe Meazza; nessuno dei migliori della storia, citati in ordine rigorosamente sparso, ha legato il proprio nome a una maglia soltanto, senza alcun tipo di eccezione. Alcuni ci sono andati vicino, su tutti Pelé con i suoi 17 anni di militanza al Santos, ma nessuno può dirsi nato, cresciuto e calcisticamente “morto” nello stesso club.

Il clamoroso errore di valutazione del Barcellona impedisce a Messi, l’uomo che insieme a Cristiano ha cannibalizzato gli ultimi 15 anni di calcio, di chiudere il cerchio lì dov’era cominciato, e non devono stupire né tantomeno indignare le lacrime dell’uomo che ha incarnato, al livello più alto, la miglior simbiosi possibile tra un calciatore e il club di appartenenza.

Un saluto straziante e commovente perché imperfetto, improvviso, umano. Singolare che arrivi proprio nel giorno del trofeo Gamper, la stessa competizione durante la quale, 16 anni fa, Capello e la Juventus appresero dell’atterraggio dell’alieno Leo Messi tra i comuni mortali.