Il mese che ha cambiato la vita a Medhi Benatia

di Willy Signori |

“What a difference a day makes” cantava (o meglio ricantava) Dinah Washington a metà degli anni 50. Era ed è una canzone d’amore senza tempo, perché il tempo conta poco quando c’è l’amore di mezzo. Ancora meno quando si fonde con un pallone che rotola e una maglia bianconera che gli corre dietro.
Quanta differenza avrà fatto un mese nella vita di Medhi Benatia?

Passa la stagione a conquistarsi il posto da titolare non solo per l’invecchiamento naturale e gli acciacchi dei suoi concorrenti, ma anche e soprattutto grazie a prestazioni convincenti, sicure senza errori da matita bicolore, guida la difesa nel suo percorso di redenzione sulla linea tracciata da re Giorgio che trova emozionanti gli 1-0 sofferti, bontà sua, piuttosto dei 6-2 che fanno tanto torneo rionale di mezza estate.
Lo sa lui come lo sanno tutti che “la gente vuole solo il gol” ma semplicemente se ne frega, e fa bene.

Diventa presto il perno della difesa, irrinunciabile, scala posizioni, decide qualche partita con un canestro natalizio da 3 punti pesanti, come contro la Roma, concedendosi il lusso della frittata finale a cui pone rimedio Sczesney e uno sciagurato vecchio amore ceco mai nato che glie la spara in bocca.

Arriva la primavera, che in una stagione calcistica, se sei stato bravo è il periodo della raccolta.
Inizia male per la Juventus, con le 3 polpette avvelenate sapor meringa prese in casa dal Real: Medhi quella partita se la guarda dalla tribuna a causa di un giallo di troppo rimediato nella battaglia di Wembley, peccato.
Poi c’è la trasferta beneventana, siamo al 7 aprile: Benatia gioca una partita da 5 in pagella, Diabate gli fa una doppietta sotto al naso, il nostro fa fatica a contenerlo anzi, in occasione del momentaneo 2-2 dei giallorossi si perde del tutto l’avversario. La Juve vince 4-2 ma in difesa si accende qualche spia.

11 aprile, è la sera del Bernabeu, “la sera dei miracoli” quella “da passare in centomila in uno stadio”. Medi gioca 92 minuti e 30 secondi sontuosi, fantastici, si può dire perfetti senza tema di abuso del termine. Poi a mezzo giro di lancette avviene l’episodio che ribalta tutta la prospettiva di una partita che da epica diventa drammatica. Benatia in area spinge Vasquez a un metro dalla porta che aveva il pallone tra i piedi. Rigore tra le polemiche, ma il marocchino riesce nell’impresa di commettere un fallo dubbio (anche se sgombriamo gli equivoci, per chi scrive, il rigore c’è) laddove l’unica soluzione era gambizzare l’avversario, meglio di così non si poteva fare. O forse si poteva coprire meglio, ma eravamo già tutti a gridare “terra! terra!” e abbiamo beccato tutti insieme lo scoglio nascosto.
L’amarezza, il post con Buffon e le sue parole lo ricordiamo tutti. Un giornalista francese riporta un off record in cui Medhi usa il termine “viol” che in italiano si traduce anche stupro, ma in francese ha accezioni diverse. I giornali italiani riportano “stupro”, Crozza fa il Crozza e ci fa una battuta che definire battuta è già di per se una battuta e al nostro scappa la frizione: gli risponde su Instagram con aplomb alla Tomas Milian e via che scoppia la polemica, un’altra tanto per gradire. È lunedì 16 aprile.
Il giorno prima, domenica 15 la Juve aveva esibisce una prestazione di orgoglio contro la Sampdoria vincendo 3-0 e portando i bianconeri a + 6 sul Napoli fermato dal Milan (e dal miracolo di Donnarumma). Il marocchino questa partita se la guarda con calma dalla panchina, a riposo in vista della settimana più importante del campionato, quella seguente.

Mercoledì 18 aprile, la Juve si ferma in tutti i sensi a Crotone: 1-1 che grida vendetta e riduce a 4 punti il vantaggio sul Napoli prossimo avversario. Benatia domina per lunghi tratti un Crotone quasi impaurito, fino alla rovesciata che Simy stampa in faccia al difensore, una palla che rimane vagante in area e in aria, un liscio di Trotta, nessuno che la spazza e Simy che si inventa il gol del secolo, che dovrebbe corrispondere a 100 anni, dicono, ma siccome il tempo come scrivevamo sopra conta poco, per noi dura 15 giorni, tanti ne sono passati da quello di CR7…

Siamo arrivati alla sera di domenica 22 aprile, l’italia spaccata in 2 tra juventini e anti si ferma a guardare il primo duello scudetto di primavera inoltrata che abbia un senso da 7 anni in qua, Juve-Napoli. La partita è giocata in maniera scandalosamente rinunciataria da una Juve con la spia della benzina accesa (zero tiri in porta), il Napoli sembra pimpante come non lo era mai stato negli ultimi mesi ma sarà il suo canto del cigno. Vincono gli uomini di Sarri con merito grazie ad un gol all’87° da calcio d’angolo di Koulibaly, che viene canonizzato santo all’istante, si alza in cielo da solo, ci resta per un tempo misurabile in una puntata e mezzo di Holly e Benji e trafigge Buffon. Eh sì… da solo… chi doveva marcarlo? Lui, il protagonista del nostro mese folle, Benatia.
Ma Benatia è rimasto a terra, è decollato solo il difensore del Napoli. Un errore grave dopo una partita eccezionale passata a comandare la difesa in maniera eccellente nonostante gli attacchi costanti degli azzurri. Ci risiamo, sembra un film già visto.
Sembra la fine di un ciclo, o di un impero direbbe qualcuno, si narra di risse negli spogliatoi tra Buffon e il nostro Medhi, ipotetiche liti, giocatori messi sulla porta a impedire l’ingresso di Allegri… lo scatafascio definitivo. Come sempre in questi casi c’è bisogno di trovare un capro che possa espiare i mali del mondo bianconero; Medhi sembra il profilo ideale, “bravo sì, forte però, sempre quegli errori, non è da Juve, non è forte nella testa, lo hanno già fatto fuori” ecc

A confermare queste voci sembrano arrivare le 2 panchine nelle partite seguenti: quella contro l’inter a San Siro, sabato 28 aprile, una partita notturna la cui trama sembra scritta direttamente da Pierre Alexis Ponson du Terrail, precisa per un racconto del suo signor Rocamble. Siamo sull’orlo del precipizio, gli avversari ci danno il benvenuto “al vostro 5 maggio” (se lo sono dimenticati, vedo…). La difesa balla, Barzagli fa autogol, la Juve tutta sembra persa, “this is the end, my only friend” nei nostri occhi e in quelli di Medhi che osserva scaldando col sedere la panchina. Chissà cosa gli sta passando per la testa, durante quegli attimi. Nella nostra le imprecazioni al mister per averlo tenuto fuori.
Cambierà tutto in 180 folli secondi che schianteranno di fatto il campionato, con la sentenza capitale enunciata dal capoccione di Gonzalo.

Poi c’è la sfida interna contro il Bologna il 5 maggio (data evocativa che per noi gobbi è più del natale), Benatia ancora escluso, sembra il timbro vidimato della sua emarginazione. Si vince soffrendo dopo un primo tempo di fantasmi, lo scudetto sembra, miracolosamente, portato a casa. Di nuovo.

Arriviamo all’oggi, poco più di un mese dalla partenza del nostro racconto: Roma, mercoledì 9 maggio 2018, finale di coppa Italia. Medhi dopo i 10 giorni passati “a riposare un po’, come i cavalli sul prato” torna titolare e torna Medhi Benatia. Una partita straordinaria, senza sbavature, senza incertezze, senza incubi, fantasmi o errori dell’ultimo secondo.
Minuto 56, calcio d’angolo, batte Pjanic, Medhi si libera magistralmente della marcatura avversaria e colpisce di testa con tanta forza e precisione che tutti sono già con le braccia alzate, gol. “Proprio lui” direbbe Piccinini, e per una volta sarebbe un commento appropriato. La sblocca lui, la decide lui. Eccolo lì a festeggiare con la mitraglia mentre Dybala lo abbraccia.
Passano 8 minuti, Douglas Costa ha raddoppiato poco prima con l’aiuto di un Donnarumma che rimane stordito dall’errore, è di nuovo calcio d’angolo.
Altra pennellata di Miralem in mezzo, colpisce debole Mandzukic, sembra una presa facile per il 99 rossonero ma si lascia sfuggire il pallone in un rimbalzo di troppo: Medhi è là, fiuta quel pallone, sente la paura dell’avversario come un ghepardo quello della preda, fa un balzo in avanti, mette la palla dentro, sugli spalti ci vuole qualche attimo per capire quello che è successo ma a lui no, lui ha già capito tutto, Medhi Benatia aveva visto e previsto quello che sarebbe successo, per questo era pronto. È gol, di nuovo. È finita.
Medi corre felice sotto la curva bianconera come a voler dire “sono io, sono qua e qua resto!”.
La marea che agita la curva sud impazzisce per una delle coppe Italia vinte più belle, più godute e più festeggiate, proprio perché conquistata facendo un salto direttamente dal ciglio del baratro. Alzala Medhi, perché questa coppa è anche la tua.

7 aprile – 9 maggio, poco più di un mese, 32 giorni in cui i tifosi della Juve e Benatia hanno vissuto in simbiosi: l’idea di aver vinto lo scudetto, il timore di averlo perso per un proprio errore, la straordinaria serata del Bernabeu, l’amarezza e la delusione e il rimpianto infiniti per quegli ultimi 30 secondi e quell’intervento a un metro dalla porta. Lo scudetto rivinto, la bellissima ed emozionante finale contro il Milan che ci ha rimesso in pace col calcio e la nostra amata signora, la sua corsa sotto la curva a braccia sollevate.

Che differenza fa un mese… 32 piccoli giorni…
Chiedetelo a Medhi Benatia, lui ne sa qualcosa.