Il mercato ideale per uscire dalla Terra di Nessuno

di Juventibus |

Costretta dalle leggi di calciomercato a rinunciare alla sua punta di diamante francese, ma ricoperta di oro da quegli stessi inglesi che in maniera sconsiderata se l’erano vista soffiare da sotto le narici per veri e propri spiccioli, la Juventus 2016-2017, con lo sguardo ora davvero rivolto ai più ambiti traguardi continentali, rivoluziona ancora l’organico con l’obiettivo di donare al suo popolo una squadra sempre più completa e competitiva.

Ma ricapitoliamo per sommi capi tutta la campagna acquisti, poiché la cessione di Pogba al Manchester United frutta ben 105 milioni che, al netto delle commissioni, è tutta investita sul mercato, insieme al ricavato delle altre operazioni: Morata rientrato al Real per 30 milioni, Zaza al West Ham per 25, Pereyra passato al Watford per 15 milioni, Isla al Cagliari per 4, Magnusson al Bristol per 2,5, Padoin al Cagliari per 600mila ed altri 3,1 milioni per le altre operazioni di contorno (Schiavone al Cesena per 400 mila, 1,5 dal Legane per il riscatto di Appelt e 1,2 dall’Empoli per Buchel).

Il botto, inutile ricordarlo, è certamente quello messo a segno a fine luglio e risponde al nome di Gonzalo Higuain. Agnelli tratta con de Laurentiis su eventuali sconti o contropartite giusto il tempo di un cortometraggio, poi rompe gli indugi e paga fino all’ultimo centesimo la clausola per liberarlo (90 milioni). Così, il fresco capocannoniere del campionato appena concluso è bianconero.

Con la stessa modalità, la Juventus si era già assicurata le prestazioni del centrocampista Pjanic (32 milioni), una splendida annata nella capitale e la voglia matta di alzare finalmente al cielo qualche trofeo importante.

Prima e dopo, sbarcano a Torino il giovane mediano/mezz’ala – il tempo dirà per bene cosa – Mandragora (7 milioni al Genoa già a gennaio), l’espertissimo laterale destro Dani Alves (a parametro 0 dal Barcellona), il centrale di difesa Benatia a 3 milioni per il prestito dal Bayern Monaco, il promettente nazionale croato Pjaca, esterno d’attacco ventunenne strappato alla concorrenza di mezza Europa per 23 milioni versati alla Dinamo Zagabria.

Riscattato Lemina dal Marsiglia (9,5 milioni) e riportato alla base sul filo di lana l’amatissimo Cuadrado con un prestito triennale (5 milioni a stagione con conguaglio finale per l’acquisto a titolo definitivo), la Juventus è pronta ad affrontare la nuova stagione con rinnovato entusiasmo, appena offuscato dall’ultimo colpo rimastole in canna in chiusura di mercato.

Inutile cercare il clone di Pogba che non esiste. Spalmato il suo interessante bottino di reti tra i nuovi arrivi Higuain in primis e Pjanic e dirottate le sue – a volte geniali – linee di rifinitura sul secondo, la Juventus indirizza lo sguardo alla ricerca di un uomo a centrocampo che possa garantire il filtro del francese, perfezionare il reparto ed offrire anche numericamente un’alternativa di livello ai cosiddetti titolari, Khedira ed il convalescente Marchisio su tutti, le cui condizioni fisiche destano, sul breve e non solo, perplessità. Tanto più tenuto conto dei problemi che affliggono il nuovo arrivato Mandragora.

Svanito l’assalto al francese Matuidi, l’ultimo di tanti nomi inseguiti, nelle ultime, febbrili, ore di calciomercato si cerca di trascinare a Torino il belga Witsel, già promessosi ai bianconeri dalla prossima stagione, quando si svincolerà a parametro zero.

Per anticipare i tempi, la Juventus mette sul piatto una cifra non trascurabile, lo Zenit di Lucescu sembra d’accordo, il centrocampista vola a Torino per le visite mediche, ma sul filo di lana i russi fanno dietrofront e non se ne fa nulla, lasciando un ingiusto senso di amaro in bocca a dirigenza e tifosi.

Witsel o non Witsel e senza la presunzione di definirla fenomenale – i conti si fanno alla fine – la Juventus, con campioni in ogni ruolo e con ottimi o buoni sostituti, è fatta e sembra ben equilibrata. L’errore è quello di vedere solo nero avendo in testa l’unico obiettivo chiamato Cardiff ed utilizzando le casse societarie come se fossero quelle del Monopoli. Purtroppo una cosa è trattare la cessione di Pogba o decidere l’acquisto di Pjaca e un’altra costruire alberghi su Viale dei Giardini.

Lo si voglia o meno non si sfugge dalla realtà, perché è con quella che si deve fare i conti. Se da un lato è evidente la netta supremazia nello stivale, dall’altro c’è la sicurezza di essere finalmente seduti alla tavola rotonda dei Cavalieri d’Europa, pur senza la convinzione di esser loro superiore. Parlo di quella ragionevole certezza che, a prescindere dall’esito finale, è costantemente nella mente delle tre più grandi, da anni incatenate in quell’Olimpo. Alla fine, le ultime due stagioni di Champions sono state brillanti, han regalato soddisfazioni, riposizionato al vertice del continente la Vecchia Signora e, soprattutto, confermato che, passo dopo passo, ci si è convinti che anche la sfida più tosta ti offre la chance per conquistarla. Al di là se poi ce l’hai fatta o meno a sfruttare l’occasione. Non è poco, soprattutto se non hai dimenticato le difficoltà occorse per scavalcare il quinquennio di tormenti che ci ha tenuto occupati.

In questo, è vero, manca l’ulteriore tassello da aggiungere ai tanti già fissati, il più difficile se vogliamo, quel qualcosa che in occasione dei sorteggi ti fa pensare di aver altro da fare perché, sì, tanto, qualsiasi squadra capiti sarebbe la stessa cosa, che si chiami Barcellona, Basilea o Dinamo Kiev.

Si tratta di abbandonare quella “terra di nessuno” nella quale sei troppo forte in Italia ma inferiore a qualcuno in Europa per vincere. Ma l’ambizione smisurata non deve essere una tagliola e il mirino va spostato lentamente verso l’obiettivo più prestigioso. Sennò finisce che il sacrificio del vil danaro sull’altare di una coppa, ben può trasformarsi in un boomerang che ti relega ben presto in uno straziante anonimato. Ad altri è già successo.

Tutto si può dire o pensare, tranne che la Juventus non abbia imboccato la strada più logica e giudiziosa. Quella del rischio calcolato senza correre dietro a nessuno e compiendo i passi lunghi quanto la propria gamba le consente. Magari provando al massimo un saltello ma con lo sguardo sempre rivolto, oltre alle liste da rispettare, alla sostenibilità dei flussi finanziari. Che piaccia o meno, la garanzia che le ha permesso di dirigere la prua verso il vertice con disarmante continuità. Le poche volte che la Juve non l’ha fatto, il campo ha punito la scelleratezza del suo vano tentativo di inseguire frettolosamente il copioso ed improvviso oceano di miliardi di Arcore o di tappare con scarsa competenza il vulnus tecnico derivante da farsopoli. Insomma, se ami la Juve alla fine la ami anche perché sai che, volenti o nolenti è così.

Di più evidentemente non si può e, forse, non è un caso che nel proprio inno non vi sia traccia alcuna di riferimenti alla pazzia. A costo di rinviare il sogno di una Champions a data da destinarsi. Quella arriverà e fanculo agli sfottò di chi non la vede da oltre mille giorni, così come del ventennio di astinenza, se dimentichi la parte di tempo condizionata (fortemente) da accadimenti che ad altri fa comodo nascondere, quando fa comodo nascondere, come polvere sotto il tappeto. Periodo che obiettivamente continua a incidere, per fortuna in maniera sempre più blanda, se è vero come è vero che, nonostante tutta la rincorsa, ben nove società, spagnole, inglesi e la tedesca, contabilizzano più argento di te, alcune molto più di te, costringendoti ad inventarti ogni volta qualcosa di diverso per mantenere l’equilibrio.

Una stabilità sempre meno difficile da raggiungere proprio grazie al lungimirante progetto messo in campo da operatori che da più di un quinquennio, stagione dopo stagione – errori inclusi, ci mancherebbe – hanno centrato l’obiettivo di elevare senza fretta e passo passo la qualità complessiva della rosa, spesso (più all’inizio) sfruttando i corridoi delle scadenze di contratto e, tanto, attingendo alle numerose plusvalenze di mercato.

Ma detto questo, occhio a tutti, nessuno escluso. Attenzione anche agli avversari storditi tra le mura domestiche, perché il calcio è bello nella sua imprevedibilità che non si offre a regole matematiche. Per fortuna.

Tutti attendono al varco i torinesi indicandoli quali sicuri vincitori del titolo nazionale e protagonisti in Europa. La verità, e alla Juventus lo sanno benissimo da sempre, è che anche in Italia la supremazia dovrà essere confermata sul campo, in ogni minuto di ciascuna partita e con la testa concentrata alla conquista di un tricolore, il sesto di fila, che può valere l’ennesimo record, stavolta davvero storico.

E se arriverà, godiamocelo. Fregandocene di chi è pronto a sminuirlo pur avendolo conquistato solo tre volte nella storia, di chi festeggia ancora quello del 1990 e di chi per davvero e seriamente l’ha celebrato, dilapidando una montagna di verdoni, si e no – oggi sono clemente – un paio di volte dai tempi di Brehme e Trapattoni.

Senza la spocchia di chi pensava di avere tre squadre per la Champions, questa Juve ne ha due per il campionato e una secca per un’Europa da vivere ripartendo da quella deliziosa prima ora di gioco in terra tedesca.

Gli ingredienti ci sono tutti, in attesa che l’imponderabile Dea bendata assista i torinesi nel torneo nel quale c’è più bisogno della sua presenza. Qui ci starebbe un bel “cribbio”, hai visto mai…

di Roberto Savino @RobertoSavino10