Il meraviglioso ruolo del piangina nella storia bianconera

di Fabio Giambò |

Una volta era l’influenza della Fiat, tema che ogni tanto rientra ciclicamente in determinati discorsi.

Dopo arrivò l’era di Moggi, sterminato il quale sarebbe cambiato tutto.

Velocemente si arriva alla vigilia dei giorni nostri, l’epoca VAR, la panacea di tutti i mali (figuriamoci anche come viene accolto quello strumento che assegna un rigore contro la Juve nonostante un offside di chi subisce il fallo), la vittoria del Biscardi che c’è in ogni tifoso d’Italia.

Oggi non è ancora chiaro quale sia il motto, l’oggetto del maleficio, il male da estirpare, ma c’è: c’è perché la Juve vince. Perché la Juve domina. Perché la Juventus fa la Juventus e scrive la storia, sempre. Il piangina si è evoluto nel tempo, ma la filosofia della propria fede è sempre la stessa: non si vince, si cercano alibi, bisogna sfogare la propria frustrazione. Tesi che lo condanna perché è così facendo che si muore un minuto dietro al giorno, e quando alla somma finale i minuti vengono messi tutti insieme, si arriva alla morte cerebrale.

Facciamo qualche esempio: nessuno nega che marcare Llorente in quel modo sia azzardata, rivedibile, anche fallosa, ma l’ordine cronologico ha la priorità sulla valutazione: vero o no che Kjaer, una frazione prima di fare ciò che non dovrebbe, si becca in pieno volto il gomito dell’attaccante spagnolo? La risposta, al di là della fede del piangina, è una sola: si. Poi ognuno ci metta dentro tutte le valutazioni che desidera.

Poi c’è il grande limite della filosofia di cui sopra: la memoria corta. Quando Mertens svenne a Firenze qualche voce sparuta parò di simulazione netta, ma non ci fu nessun complotto, nessuno scandalo, nessuno mise in discussione il VAR, né Montella, né Commisso. Era agosto, la maglia di Mertens non è bianconera (nemmeno con gli inserti fluo) e in quel periodo Higuain malmenato e preso a sandwich in area non portava a nessuna lamentela.

Si continua a pedalare e si vince, anche quando Sansone, già ammonito, gioca a pallavolo contro la Juve, si pedala e si vince. Anche quando Emre Can viene sgambettato in area, si continua a pedalare, segnare e magari non si vince, ma non si inventano alibi, pure sacrosanti.

Perché ci si meraviglia se la storia è sempre la stessa? Tizio perde, non ha umiltà e intelligenza calcistica per riconoscere i propri limiti, non riesce a fare il salto decisivo, al contrario Caio incassa, osserva, studia, soffre e alla fine vince. Il calcio è una cosa semplice, quello parlato lo è di più, è sempre la logica a fare da padrona, da un lato la logica del pianto, dall’altro quella della vittoria. Ogni tanto cambia solo la geografia dei lamenti.

C’è una risposta in sospeso da dare: perché ci si meraviglia se in fin dei conti è sempre la stessa storia? Risposta semplice: perché vincere è bello sempre, ma voi piangina lo rendete meraviglioso. Appunto.