La mente non è importante, ma è l’unica cosa che conta

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Michele Melchionda

La partita giocata all’Olimpico tra Juventus e Lazio è stata la chiara manifestazione della domanda che da sempre tutti noi ci poniamo di continuo, nel calcio e nella vita: “Cosa sarebbe successo se…?”.

Una domanda che nasce di fronte all’imprevedibilità della vita, alle sue coincidenze, al destino che si cela dietro sliding doors.

Cosa sarebbe successo al 43° minuto se il tiro di Ronaldo fosse finito in rete anziché sul palo? Cosa sarebbe successo al 95° minuto se Dybala non avesse incespicato nel pallone regalando la rimessa laterale decisiva alla Lazio? E cosa sarebbe successo se la rimessa laterale fosse avvenuta nell’altra parte del campo, dove Inzaghi non avrebbe potuto suggerire al suo giocatore di batterla in avanti?

E potrei continuare.

Ma quindi, se davvero la partita (e la vita) è una pagina già scritta, se non poteva succedere diversamente, che importanza assumono le scelte dell’allenatore e dei calciatori? Che senso hanno i gesti che compiamo ogni giorno?

Forse la concatenazione di eventi vista ieri non è destino in senso assoluto, ma è il frutto dell’incapacità dei calciatori di assecondarlo, della rassegnazione ad esso.

È comprensibile che molti tifosi riversino frustrazione su singoli attori (Dybala in questo caso, in altri Bernardeschi, Bonucci), capisco anche che l’inizio di stagione non sia stato esattamente esaltante ed è giusta la critica, seppur dura, ma è anche vero che se non si fosse verificato solo uno degli eventi della catena di prima si starebbe parlando di un’altra partita.

Si starebbe parlando degli evidenti progressi mostrati dalla Juve oggi, di una difesa che trasmetteva sicurezza e, per estensione, di una squadra che piano piano sta assimilando nuovi concetti, nuovi movimenti e nuove idee. Nuove non perché non le ha mai praticate, ma nuove perché l’allenatore che sta guidando la Juve ha in testa un modo nuovo, moderno, innovativo di fare calcio, almeno per la nostra Serie A.

Qui non è come con Sarri, che voleva che la squadra aggredisse alta o che si giocasse tutto di prima, concetti che si “insegnano”. Qui non conta la tattica. Qui si sta parlando di una filosofia di calcio, di un pensiero che Pirlo vuole applicare. Qui si sta parlando di una forma mentis non di mettere in pratica delle indicazioni come a scuola calcio.  Qui si sta parlando di una persona che deve convincerne altre 25 a pensarla come lui e a parlare la stessa lingua.

E il destino centra fino ad un certo punto. Siamo noi che plasmiamo il nostro destino, con le azioni certo ma soprattutto con la testa, esattamente quella che è mancata ieri e che sta mancando più in un Dybala, in un Bernardeschi che in altri e che porta inevitabilmente a errori individuali, a tocchi errati, a rassegnarsi al destino, a non provare a cambiarlo.

In una partita fondamentale della stagione, nella quale vincere avrebbe significato dare un segnale forte alle altre concorrenti, l’unico calciatore che dopo il gol subito si piega sulle ginocchia, l’unico che si dispera è Danilo, non a caso uno che, insieme a Morata, Ronaldo e pochi altri, sta convincendo in questo inizio di stagione. Tutti gli altri allargano le braccia, si girano, si allontanano, tristi certo ma mentalmente distaccati.

Il recupero palla appena se ne perde il possesso, tanto citato in interviste e in conferenze stampa, non è solo un’indicazione, un tatticismo dato in pasto ai calciatori. È una chiara metafora dell’idea di calcio di Andrea Pirlo, di quello che i calciatori e noi tutti dovremmo intraprendere nella vita.

È un chiaro invito a non abbattersi mai di fronte alle difficoltà della partita o di fronte ad una situazione di calma apparente, come un fallo laterale sulla tre quarti, a non dare mai nulla per scontato, a mordere la vita, a non abbassare mai la guardia e a plasmare il proprio destino prima che lo faccia lui al posto nostro.

Quindi è giusto rodersi il fegato oggi, rode ancora certo, figuriamoci, ma a mente fredda ritengo che Pirlo sia perfettamente consapevole di tutto, anche di un Dybala non tranquillo mentalmente. E come dicevamo prima la mente non è importante, ma è l’unica cosa che conta


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