Meno quattro

di Juventibus |

meno quattro

Bisognerebbe provare ad essere ottimisti. A guardare il bicchiere mezzo pieno. Quanti tifosi vorrebbero stare al posto degli juventini, adesso? Anche dopo aver perso con la Roma, ed avendo lo spauracchio del Crotone e del Bologna dietro l’angolo? Se poi ci aggiungi la finale di coppa Italia con la Lazio, mamma mia che paura. Insomma il supporter convinto e tranquillo viaggia senza preoccuparsi verso Cardiff, perché in fondo queste partite che verranno sono sempre nel giardino di casa e lì non ci sono mai troppi problemi. E’ storia, è statistica.

Poi però c’è l’altra faccia della medaglia. Cominciando dal detto inglese che “perdere aiuta a perdere” e che bisogna rispettare le maledizioni se non vuoi che diventino buchi neri impossibili da passare. E’ il caso del 14 maggio, una data legata per sempre a quella partita di Perugia dell’anno 2000 e che portò alla Lazio (ancora loro) lo scudetto più sofferto e che forse fa il paio con quello del Manchester City targato Roberto Mancini, uno che guarda caso c’era entrambe le volte. E’ il giro della fortuna, la cosa strana che tocca sempre gli stessi Gastone e si abbatte sugli altri.

In questo senso i tifosi juventini sono Fantozzi e Paperino, splendidi Sturmtruppen quando si accalcano tutti insieme in stadi che li odiano, pericolosi amanti dello sport per come affrontano l’ufficio o la classe, il gruppo d’amici od il bar, dopo alcuni spauracchi diventati demoni nella loro storia. Quelli con le altre maglie hanno brindato e cantato omaggiando Magath e Rep, Mihajtovic e Kakà, Panucci e Messi. Sono diventati loro malgrado aperti al mondo e dovrebbero ringraziare per il salto che senza di noi non sarebbe mai stato tanto avanti.

Le vedrò male queste partite che vengono. Perché in mezzo a giornate di quasi estate e con una famiglia che ha diritto a tempi e spazi. Perché voglio provare ad esorcizzare quella tragedia che sento facendo l’esperto di Formula Uno, di Federer e della Cagnotto. Perché voglio riscoprire il cinema ed il teatro, le mostre e i siti archeologici aperti di notte. Perché ho perso troppo pur tifando per una delle squadre di calcio più titolate al mondo. Perché vorrei avere con me le parole che servono per far vincere quei ragazzi che ormai amo come fossero fratelli.

C’è poi il problema del baratto, del “tenetevi il campionato ma datemi quella cosa che hanno tolto a Nedved non facendogli giocare la finale”. Perché non si possono fare patti con il diavolo, vero o milanese che sia. Quello si prende quel che vuole. E scendere un gradino qualunque non aiuta a superare un ostacolo. Bisogna che la squadra, entità vicina e lontana, si compatti, provi ad essere un corpo unico e innamorato di un sogno per una ventina di giorni. Non serve molto. Basta credere il giusto. Come quei trapezisti che fanno un salto e si ritrovano sul filo. Ci provano, cadono, ma poi si rialzano.

Chiudo leggendo la storia di Stefan Effenberg, grande centrocampista del Bayern Monaco che perse la finale di Coppa con il Manchester United negli ultimi tre minuti. Per un anno non riuscì a dormire. Lasciò la moglie e ne fece di tutti i colori. Poi però riuscì a tornare in finale con la sua squadra e vinse. E’ l’ossessione per la sconfitta che fa vincere? Nel calcio non ci sono medaglie d’argento o comunque non contano nulla. In molte altre discipline sportive stare sul podio è un successo. Nel gioco del pallone è solo una cosa come tante. Non va dimenticato che il termine vicecampione d’Europa se lo sono inventati i romanisti, dopo aver perso una finale di Coppa in casa, in quell’Olimpico dove a noi l’altra sera per un attimo si è spenta la luce.

 

Di Simone Navarra