Ciao e grazie al grande educatore Max Allegri

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Roberto Carminati

 

Qui a casa non siamo preoccupati per quel che potrebbe accadere alla squadra. Mia moglie ed io siamo d’accordo sul fatto che l’abbonamento a Sky verrebbe immediatamente disdetto qualora venisse annunciata la firma di uno qualsiasi fra Simone Inzaghi, Sinisa Mihajilovic, Maurizio Sarri. Per il resto, tuttavia, nutriamo nei confronti di Andrea Agnelli e del suo modello gestionale la stessa fiducia cieca che un suddito britannico avrebbe riposta in Winston Churchill ai tempi della seconda guerra. Quel che al momento agita i nostri sonni è cosa al contempo più prosaica e forse per ciò stesso più tremendamente seria delle semplici sorti sportive della Signora. E la domanda che sappiamo agitarsi nei nostri cervelli – firriari nel ciriveddro, scriverebbe magari Andrea Camilleri – e non osiamo però pronunciare potrebbe riassumersi in un: e adesso, cosa diremo alle nostre figlie? Massimiliano Allegri è entrato a far parte della nostra famiglia una sera d’estate in larga parte spesa a scambiare sms carichi di bestemmie con un amico al di là del Ticino e inizialmente ci stava pure parecchio sulle palle.

Era d’altronde l’esatta antitesi e arcinemico di Antonio Conte, nostro Capitano, senza il quale non avremmo dovuto né potuto andare lontano; e a braccetto con Adriano Galliani, nulla ci aveva risparmiato ai tempi dell’epico gol di Muntari. Ripenso ora a tutti i professori che dalle medie in avanti avrei voluto crocifiggere e che a distanza di decenni son poi risultati essere quelli dai quali avevo appreso di più. Tornano in mente i tanti direttori e supervisori e coordinatori che sognavo di spalmare sul selciato passandogli sopra con un bilico – e anche in retromarcia – e son stati poi decisivi per la mia crescita professionale. Perché a mano a mano, sulle solennissime minchiate profuse dentro e oltre la sala stampa di San Siro, hanno preso il sopravvento le sue pillole di filosofia calcistica. Anzi: di filosofia tout court che per noialtri si è poi piegata con successo alle esigenze della pedagogia. Il mister è stato e resterà per Alice e Chiara – 8 e 5 anni di trionfi rispettivamente, una vagonata di tituli che altri coetanei più sfortunati possono a stento immaginare – una intangibile Mary Poppins.

 

Che anziché supercalifragilistichespiralidoso dice “puttana maiala”: ma non è meno efficace, al netto del vocabolario. I reiterati appelli alla halma e alla pazienza han finito sì per diventare stucchevoli in sede di conferenza e intervista. Hanno conservato invece intatta la loro valenza educativa e a maggior ragione in un’era in cui tutti a ogni età tendono a esigere tutto. E subito. E al contrario ci vo’ pazienza – e per la precisione: pazienza da vende, come Max disse stizzito a non so quale giornalista al termine della finale 2018 di Coppa Italia – per apprendere l’abc e poi le doppie e finalmente congiuntivi e trapassati remoti. Halma per vestire le Barbie come Iddio comanda e pazienza per imparare a muovere il robottino Doc Clementoni nella corretta direzione. Quell’ipnotico infinito giro-palla orizzontale e all’indietro che dovrebbe preludere all’affondo non è solamente un tema tattico, bensì esistenziale.

È la presa di coscienza che non sempre alla vita le puoi morder le caviglie e che per converso serve ragionare con freddezza prima di arrivare alla soluzione più adeguata al momento. Perché nel contesto di una partita esistono tante partite, e tanti sono i sentieri in cui si dirama il cammino terreno di ognuno e allora vanno compresi, interpretati, vissuti i momenti. Che detto alla partenopea suonerebbe come “quanno sei incudine statte e quanno si martiello vatte“, ma al di là della linguistica, è il concetto che conta. Agire in un solo modo e viaggiare al medesimo ritmo indipendentemente dalla circostanze significa fare come i pazzi di Einstein: ripetere sempre la stessa operazione nella convinzione che possa generare esiti differenti. Pure alla luce di questo ci è parsa evidente la veridica validità delle allegriane riflessioni sulla necessità di spedire di tanto in tanto i giocatori al prato e segnatament e ‘ome si fa ‘o’ avalli. Dinanzi al pensierino che proprio non vuol saperne di trovare un comincio; e al problema di matematica dal quale non si riesce a ricavare il totale delle mele possedute da Luigi, l’alternativa è andare al prato. Sgranchire i garretti e ripulire la mente per tornare in campo – ora in classe, poi sarà l’ufficio; lo stabilimento – con rinnovata energia. Ed entusiasmo.

 

Facciamo il pieno ogni maledetto giorno – e con noi i nostri figli – di messaggi che ci esortano a essere massimamente sul pezzo e costantemente concentrati sull’obiettivo. Massimiliano da Livorno ci ha detto che le partite importanti vanno affrontate ‘on entusiasmo (appunto) e un pizzio d’incoscienza. Perché questi sono i motori e i carburanti necessari per cogliere l’obiettivo, e la fanatica ossessiva seriosità è inutile se non controproducente. E non penso tutto il giorno al pallone, altrimenti rincoglionirei è assunto che a parecchi ha fatto storcere il naso in più di una situazione. Devono appartenere, i detrattori nella fattispecie, a quella genia di persone convinte che alle cene di lavoro si debba parlare soltanto di lavoro; e per le quali la pausa pranzo altro non è se non l’opportunità per sparlare di capi o colleghi o della signora delle pulizie, insomma la prosecuzione dell’orario lavorativo, pur sotto altre forme. Dedicarsi anche ad altro, interessarsi d’altro, implica la possibilità concreta di introdurre dell’altro nelle nostre principali occupazioni giornaliere, arricchirle, inquadrarle sotto punti di vista impensati.

Oggi a casa siamo un po’ orfani ed eventualmente ci interroghiamo su come si declini in francese la frase bisogna dargli da mangià ‘on la balestra. Era entrato in salotto come un nemico e ci siamo ritrovati tutti a guardarlo sui cristalli liquidi, e ascoltarlo in stereofonia. Le bambine veicolano il verbo e i compagni di scuola persuasi che ci vogliano alma e pazienza si moltiplicano, per buona pace dei loro consanguinei. Piccole gobbe crescono, in poche parole, e c’è solo da sperare dal nostro punto di vista che le parabole di Acciuga restino radicate e impresse. Poi, certo, c’è anche da chiedersi come reagiremmo nel caso in cui le ragazze abbandonassero velo e abito bianco alla vigilia delle nozze, lasciando il promesso col classico palmo di naso – e un certo firriar di oglioni, s’ipotizza. Dovesse accadere, c’è da sperare che abbiano dato retta all’altro dogma dell’istinto, quella illuminazione istantanea ma veritiera e determinante che consente a chi lo segue di trovare la mossa vincente a sorpresa, sparigliando le carte. E poi si sa, per i genitori l’essenziale è che siano felici. Nonostante tutto, Massimiliano Allegri sembra proprio essere un uomo felice. Grazie Mister.


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