33 e 45, i numeri del Maurizio Sarri bianconero

di Silvia Sanmory |

Se non scrivo per una settimana mi ammalo, non riesco più a camminare, mi gira la testa, vomito, non mi alzo dal letto. Se mi tagliassero le mani scriverei con i piedi. Sicché non ho mai scritto per i soldi, ho scritto per questo stimolo…”.

(Charles Bukowski)

ossia

Ho scelto  come unico mestiere quello che avrei fatto anche gratis”.

(Maurizio Sarri)

Ho sempre amato Bukowski, maestro del “realismo sporco” dalla passione viscerale, quasi un pensiero fisso, per la scrittura, un tipo irriverente, aspro, poco incline al formalismo.

E  non mi è sembrato così incongruo leggere che Maurizio Sarri è un suo estimatore; lui che in qualcosa me lo ricorda, un anti divo, un fumatore compulsivo (una stecca ogni due giorni), uno che non le manda a dire, anzi, uno che va diretto senza edulcorazioni, uno che vive per il calcio, per certi versi un Bukowski del pallone insomma.

Sarri è uno da “Se vuoi provarci, fallo fino in fondo, altrimenti non iniziare “ (è Bukowski a dirlo), è uno che ha fatto una lunga gavetta, dalla panchina di una squadra dilettantistica di Arezzo all’Eccellenza del Sansovino portato in C2 in tre stagioni; uno che è passato alla C1 con la Sangiovannese per arrivare in Serie B con il Pescara tanto per citare qualche passaggio; anche se il più significativo in vista della successiva consacrazione  rimane quello del 2012, l’Empoli che sotto la sua guida arriva in Serie A, e in A si conferma squadra rivelazione dal calcio spettacolare, conquistando la salvezza con ben 4 turni d’anticipo.

Devo essere onesta, di Sarri sapevo poco, nascita partenopea, trasferimento in Toscana, uomo tuta, qualche uscita infelice.

Così, accasato ufficialmente sulla panchina bianconera, mi è sembrato doveroso, soprattutto per evitare il facile banalismo dei luoghi comuni, fare una ricerca su di lui, al di là dei tecnicismi stringenti che poco mi competono.

Diceva  Eduardo De Filippo che non essere superstiziosi porta male; ed evidentemente a questo assunto crede fermamente il nostro nuovo allenatore, cosa nota ai più ma non forse la ricca serie di aneddoti legati alla faccenda.

Si va dal rito della sigaretta e dei tre caffè (si, proprio tre) prima di ogni partita (lo racconta Fabrizio Ferrari, giornalista) al nero scelto come colore portafortuna (in panchina o nelle occasioni importanti una polo scura può fare la differenza…); e nere dovevano essere le scarpe indossate dai suoi giocatori quando militava alla Sangiovannese, una regola ferrea ed indiscutibile, pena la panchina; le cronache raccontano che qualcuno cercasse inutilmente di aggirare la norma dipingendo di scuro le scarpe nuove… ma il mister non è uno che si gabba facilmente.

Un amico commentando la sua fissazione per il nero gli dirà: “Maurì, mi sembri Diabolik…” e Diabolik per un certo periodo sarà il suo nickname.

A proposito di tuta, Sarri un tempo era solito indossare a bordo campo un completo scuro; nella stagione 2010 – 2011, panchina dell’Alessandria, avviene la svolta, pare per non ben definite (ma quasi certe) ragioni scaramantiche.

L’ex giocatore Luca Rialti ha raccontato in un’intervista rilasciata a Gianluca DI Marzio che quando Sarri era in auto con lui, diretto agli allenamenti a Stia, strada particolarmente tortuosa, il mister era solito accendersi la sigaretta solo ed esclusivamente al presentarsi di determinate curve, le stesse che avevano portato bene in occasione di qualche partita. O la volta che non vedendolo arrivare ad un allenamento i calciatori si sentono rispondere al telefono che il mister è fermo in auto perché un gatto nero ha avuto la malsana idea di attraversargli la strada…

Cambiano i tempi ma non certe modalità; a Napoli Maurizio si fa la barba in un giorno stabilito a priori, sempre lo stesso, il venerdì perché è di buon auspicio (a proposito di rasatura, i bene informati dicono che da ragazzo si radesse cantando l’inno della Fiorentina…); anche OltreManica Sarri esporta le sue “stranezze” tanto che Jorginho ha raccontato alla stampa inglese che il Mister rifiuta di  toccare il pallone quando esce dal campo per una rimessa laterale: “Non c’è nulla da fare, non vuole neppure sfiorarlo”.

Sarà si un tipo scaramantico come del resto lo era, ad esempio, il Trap con la sua acqua santa, ma Sarri è soprattutto e da sempre, sin dai tempi in cui veniva chiamato “Il Secco” all’oratorio Don Bosco e giocava come stopper nei dilettanti, un fine osservatore.

Non particolarmente dotato dal punto di vista sportivo, chi lo ha conosciuto racconta però di essere rimasto colpito essenzialmente da tre fattori: prendeva appunti ad ogni allenamento; osservava tutto con rigore; considerava tutto come una lezione.

Simone Simoni, ex calciatore della Faellese, ricorda la lavagna sulla quale Sarri annotava aforismi incoraggianti come “Non è grande chi non cade mai ma chi cade e si rialza” ma ancora di più la descrizione precisa e dettagliatissima degli avversari. Ricordiamo che si sta parlando di una squadra di Seconda Categoria: “Sapeva tutto di tutti, anche di chi non giocava mai”. Applicarsi sempre, anche nell’analisi dell’avversario. E nell’analisi dei propri giocatori: è stato uno dei primi ad usare i droni in allenamento per osservare i movimenti dei giocatori dall’alto.

In un’intervista Maurizio ha dichiarato: “L’esperienza in Banca (è un ex bancario) è stata per me un valore aggiunto. Ho appreso il valore dell’organizzazione e della capacità decisionale”.

Organizzare anche gli schemi di gioco.

Sarri è un maniaco degli schemi su calcio piazzato.

Ai tempi del Sansovino lo stesso Ferrari scrisse che Maurizio usava 33 schemi su palle inattive, pratica che si porta dietro quando arriva all’Empoli con il risultato che nessuna squadra segnava su angolo e calcio piazzato tanto quanto quella toscana. 

“Mister 33” è un nomignolo che a ragion veduta gli è stato appioppato e, a proposito di numeri, Maurizio Sarri ora è diventato il Mister 45, ossia l’allenatore numero 45 della storia juventina.

Chissà cosa ne dice la Cabala…


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