Maurizio Sarri, un grandissimo NO!

di Giulio Gori |

Maurizio Sarri nuovo allenatore della Juventus? No grazie. Che l’attuale tecnico del Chelsea possa essere la prima o la seconda scelta della dirigenza bianconera, poco importa, perché il punto è che Sarri non è da Juventus. Limiti tecnici, limiti umani, limiti d’immagine, in lui c’è tutto quello che la Juventus non è e non deve diventare. E poco importano le sue intemperanze del recente passato, contro i colori bianconeri, fossero quelle il problema, potremmo soprassedere. I problemi sono ben altri.

La cultura degli alibi

Le parole sono importanti. Le parole condizionano l’ambiente e soprattutto influiscono sui risultati della squadra. L’abisso, e qui sta la volgarità dei concetti di Maurizio Sarri, sta nella litania degli alibi che tira fuori ogni volta che qualcosa in campo non funziona: e l’arbitro e il complotto e le buche sul terreno di gioco e il calendario e il fatturato e il catenaccio altrui e il colore del pallone e tutto quello che viene fuori di volta in volta dal cilindro del suo livore. Un allenatore che, anziché cercare di capire e di spiegare i motivi di un risultato sgradito, comincia ad elencare scuse e pretesti, finisce per introiettare gli stessi alibi nella testa dei giocatori. Chi va in campo, specie quando le differenze di valori con l’avversario sono ridottissime, sa che la differenza spesso la fa la testa, la convinzione, l’ostinazione a superare le difficoltà. Gli alibi invece piegano le gambe, cullano nella comoda convinzione che tu abbia fatto il massimo, senza in realtà farlo, indorando la pillola di una sconfitta. Le famose vittorie morali. Il secondo posto diventa una comfort zone, perché il mancato primo posto è dipeso da qualcos’altro, esterno e indipendente da noi.

La famosa battuta sullo scudetto perso a Firenze in hotel è paradigmatica non solo di questa cultura degli alibi, ma anche dell’incapacità di Sarri di gestire la pressione. È lui stesso ad ammettere di aver capito che i suoi giocatori erano demoralizzati dopo la vittoria della Juventus a San Siro, è lui stesso a far capire di non essere intervenuto per almeno cercare di correggere quell’atteggiamento negativo: «Non c’era niente da fare». Immaginate Conte, non avrebbe mandato a letto i giocatori, tramutandoli in belve, a costo di mandarli in campo senza dormire. Immaginate Allegri, avrebbe scherzato, avrebbe cercato di rilassare i giocatori, poi avrebbe fatto un faccia a faccia con i senatori perché dessero una scrollata ai compagni. Nessuno sarebbe rimasto con le mani in mano; nessuno bravo.

E anche a Londra l’aspetto della comunicazione ha tradito i limiti di Sarri allenatore. Perché ha scaricato puntualmente sui suoi uomini la responsabilità della crisi di inizio 2019, che l’ha tagliato fuori dalla corsa per la Premier. Dopo ogni risultato negativo, la litania del tecnico fiorentino è stata la stessa: il mio gioco è perfetto, non capisco perché i giocatori non lo capiscano e non si adeguino. «I don’t understand» sono state parole più volte ripetute. E quando un allenatore non è in grado di capire, analizzare e correggere i motivi di una sconfitta, sono dolori. Tanto che, appunto, il Chelsea non ha collezionato un paio di sconfitte consecutive, ma un filotto di risultati negativi.

Il Tikitaccio

Sarri è allenatore tatticamente preparato che sa far funzionare le squadre con un gioco articolato, fatto di grande possesso, che dà ai giocatori in campo certezze e punti di riferimento. Su questo non ci piove. Ha trovato la chiave per far girare gli undici in campo, dando loro un’identità e un’idea che consente di controllare la partita e di costringere gli avversari a inseguire. Il suo gioco, tuttavia, è erroneamente raccontato come bel calcio, quando in realtà è più noioso di qualsiasi catenaccio: non c’è pullman davanti alla porta che sia meno esaltante del suo tikitaccio, un possesso palla fatto più per non prenderne che per darne. Lo svuotamento dell’area di rigore d’attacco, raramente riempita dagli inserimenti da dietro, crea una superiorità numerica sulla trequarti avversaria tanto evidente, quanto svenevole. Del resto, il suo interprete più fidato, Jorginho, ha imparato da lui a non sfruttare il grande lavoro di possesso per imprimere variazioni rapide, cambi di fronte, quando la squadra avversaria collassa sul lato forte per cercare di recuperare il pallone: al contrario, il regista insiste quasi sempre sul lato forte, come a voler proseguire il tikitaccio all’infinito, senza davvero tentare di andare in porta. Le squadre di Sarri hanno del resto un rapporto tra tiri e possesso davvero scarso. L’obiettivo dell’allenatore toscano è non prenderle e, va detto, nell’addormentare le partite è piuttosto efficace.

Ci sarebbe poi da eccepire sul modo di lavorare di Sarri con la linea difensiva, che quando viene puntata si abbassa in modo compatto, senza scalate sull’avversario, anche se l’attaccante rivale è da solo contro il reparto schierato: un modo brillantissimo per concedere tiri da fuori evitabili. Ci sarebbe poi da riflettere sulla scelta di applicare la zona pura sui cross dal fondo, origine di tanti gol subiti dalle sue squadre sui cross. Per non parlare, poi, delle conseguenze deleterie di giocare con una base di 13, 14 giocatori e di abbandonare il resto della rosa a se stessa. Elencati questi pur piccoli difetti, Sarri è comunque allenatore in grado di dare gioco e quindi di ottenere risultati. Ma c’è un problema ben più grave dei dettagli fin qui descritti. Sarri ha, con la sua idea di calcio, la capacità di lavorare ai fianchi l’avversario, in una lentissima guerra di logoramento, limitando le occasioni di gioco difensive e offrendo alla lunga qualche occasione ai suoi. Ma a tutto questo non è in grado di aggiungere variazioni. E le variazioni servirebbero quando si trova di fronte ad avversari che sono abbastanza bravi da mettere in discussione i suoi principi. Nelle grandi partite. Nota senz’altro positiva, e non di poco conto, è invece la sua preparazione fisica e il suo staff: gli infortuni muscolari sono con lui un evento abbastanza poco frequente.

L’immagine

Di Sarri molti dicono che non sia uomo da Juve per l’immagine che dà di sé: la tuta, lo scaccolarsi, varie amenità. Il problema d’immagine è enorme, ma non è legato (solo) a questi piccoli dettagli. C’è ben altro. La Juventus ha fatto ingoiare ai tifosi lo storico abbandono delle strisce, motivato con ragioni di marketing: negli Stati Uniti le strisce verticali bianconere sono identificate con gli arbitri e quindi non si vendono. E i soldi servono, sono la chiave per la crescita internazionale della squadra: il marketing chiama soldi, che chiamano risultati, che a loro volta chiamano il ritorno di immagine. In questa strategia si sceglie un uomo che nel mondo anglosassone, sensibilissimo a questo tema, è noto per il «finocchio» rivolto a Mancini? Sarri per quell’epiteto non si è mai veramente scusato. A Londra, nelle interviste, la questione scaturito non pochi imbarazzi. Negli Usa, sul tema sono ancora più rigidi: a naso, gli statunitensi saranno disposti a comprare la maglietta della squadra italiana il cui front man dà di «faggot» agli avversari? Scegliere Sarri sarebbe un harakiri.