Maurizio Sarri, l’outsider perfetto per la Juventus

Premessa: per il livello attualmente raggiunto dalla Juventus, Pep Guardiola non solo sarebbe la soluzione più affascinante sul piano calcistico, ma anche la più armoniosa dal punto di vista del processo di crescita aziendale. Tuttavia, se l’arrivo del numero uno si rivelasse impossibile, Maurizio Sarri sarebbe il mister perfetto. Ma come, si dirà? Nonostante l’intervista a Vanity Fair trapelata oggi? Sì, proprio alla luce di quell’intervista.
Perturbato? In trasalimento?

Entriamo nel merito dei tre punti principali.

1. Contro il concetto di vittoria a ogni costo

Cominciamo bene! Ancora deve arrivare e già mette in discussione il principio guida della Juventus “Vincere è l’unica cosa che conta“. Come girare ad Harlem con un cartello con la scritta “Negri figli di puttana” (cit. Vediamo chi indovina). Non è la lettura corretta. Con le sue parole, Sarri ha solo offerto un antidoto definitivo contro le semplificazion/strumentalizzazioni del motto Juve, fin troppo in voga tra juventini e antijuventini. Sarri ha spiegato che nello sport arrivare secondi non è un fallimento, perché lo sport è lavoro, agonismo, impegno, duro lavoro, e talvolta anche fortuna. Troppi juventini pensano con orrore alle finali perse, non vorrebbero mai averle raggiunte (a dispetto delle infinite nottate meravigliose che abbiamo vissuto), e alla luce di quelle sconfitte, tendono a sottovalutare le altre vittorie di cicli sportivi assolutamente unici e straordinari. Inoltre, proprio ripensando a ciascuna di quelle finali (a partire dall’Amburgo fino a Cardiff ovvero quelle che ho visto di persona), proprio il terrore di perdere è stato non di rado il vero avversario più irriducibile. Chissà che un nuovo approccio non inauguri un ciclo di finali vinte.

2. La napoletanità (presunta)

Ecco la classica trappola retorica in cui nessun tifoso juventino dovrebbe lasciarsi incastrare. Il napolismo di Sarri è una pura costruzione letteraria del suo ex-ambiente. Il napolismo (così come tantissime altre retoriche del tifo in Italia) non si fonda su una base positiva o su un’identità forte e autonoma. Come in tutte le realtà calcistiche prive di vittorie, l’identità si può costituire solo su basi negative, ovvero in contrapposizione a un nemico cattivo e feroce, potente e senza scrupoli, una narrazione giustificativa per ogni finale e intrinsecamente votata alla fuga dalle proprie responsabilità, che a Napoli funge da grande specchio collettivo e deformante da secoli, nel bene e nel male. Sarri rientrava perfettamente in questa retorica e nel corrispettivo simbolismo : gavetta in provincia, nessuna vittoria, un calcio dall’estetica valida (feticcio da contrapporre all’estetica altrettanto feticistica della vittoria possibile solo se brutta). Non ci ha mai marciato (pensate a Maradona), non l’ha nemmeno mai smontata e senza ombra di dubbio l’ha utilizzata come strumento per compattare un ambiente passionale almeno quanto volubile (stadio sempre vuoto). Il presunto tradimento per “una rivale” semplicemente non esiste. Il Napoli non è mai stata una rivale della Juventus e mai lo sarà. Vale la battuta classica di quando il compagno di classe simpatico ma imbranato millanta di essersi fidanzato con la più bella della scuola: “ma lei lo sa”?

3. Il Sarrismo y la revolucion

Incalzato su etichette mediatiche e simbolismi che di certo hanno contribuito a creare il personaggio, anche il minestrone di politica, vezzi caratteriali, rigidità, etichette e manifesti da nerd social, Sarri negli estratti dell’intervista in uscita domani ha risposto con serietà e distacco. “Cose da social che non seguo“. Anche il riferimento al credo politico è stata occasione per un semplice ricordo di famiglia (suo padre che salva due soldati americani); un vissuto che si traduce in una normalissimo sguardo sulle cose del mondo, peraltro immediatamente mitigato dal riferimento al presente, che è di grande lucidità rispetto alla verità del mondo reale. Sarri, insomma, è soprattutto un uomo serio, e non è poco. La serietà, ecco il tratto che in Maurizio Sarri è garanzia di risultati anche sul campo, dove le ultime due stagioni gli hanno dato, alla lunga, ragione. 91 punti con il Napoli sono eclatanti, un’Europa League e un terzo posto nell’anno del boom europeo del calcio inglese, il massimo possibile sotto i giganti. Ecco perché Sarri può diventare grande tra i giganti a sua volta: perché nessuno più di chi arriva tra i grandi da outsider, da “diverso”, è pronto a dare il massimo pur di rimanervi.


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