Marotta ritrova la lingua e Sky piange con l’Inter

di Marco Tarantino |

L’indignazione dell’abate Marotta e il rinnovamento della Chiesa arbitrale

NON E’ VERO CHE la lingua di Marotta se l’era mangiata il gatto, se ripensate agli anni juventini. “E’ doveroso da parte mia esprimere il nostro parere sugli arbitraggi”. Doveroso. O il topo, dipende dalle fonti. “Stiamo assistendo ad un susseguirsi di valutazioni sbagliate”. Il topo, mi sa. Non ricordo bene. “Non sono qui per protestare, ma per denunciare un vuoto normativo”. Ci mancherebbe, Marotta. “Non voglio creare un alibi per il pareggio col Parma, sarei intervenuto in ogni caso”. Poco ma sicuro, Marotta, e chi le discute la coerenza: tutti rammentano con applauso le sue levate di scudi dopo l’artistico rigore negato da Giua (16 luglio) allo spallino Strefezza, piallato da Handanovic senza che il Var dicesse bah, o dopo i clamorosi falli di mano in area di Young, scorso Inter-Sassuolo, o di Bastoni, scorso Inter-Torino e con i granata sopra di uno verso la fine del primo tempo. Fece scalpore, dopo quei match, la sua uscita accorata, la sua coerenza illuministica in recensione agli imbarazzanti smaccati favori ricevuti dall’Inter, per giunta in una stagione in cui (alla Juve) era stato sanzionato il mani o la punta del gomito anche a chi sbagliava l’odore del sapone e\o delle ascelle (De Ligt con Lecce e Torino, Bonucci col Milan, potenziali cinque punti; gli abbracci innamorati a De Ligt con Bologna e Sassuolo, quello su Ronaldo in Juve-Fiorentina).

Oltre a questa sera, manca un clamoroso rigore non dato in Benevento-Inter”: sì, un mani possibile di Tuia su tiro di Barella, a poco dalla fine e con i Prescritti appena sul 5-1. Desolante, compromettente. Chi era l’arbitro quel dì? “Ancora Piccinini”.

Scusi, Marotta, ma allora non è questione di vuoto normativo: c’è una chiara, bieca congiura demoplutocratica che oltrepassa i confini doganali e che invia dei sicari dall’identikit ben preciso. “C’era rigore su Lukaku anche martedì in Champions”. Vede, appunto, per voi che da almeno quindici anni subite il Diffuso Sentimento e vi ritrovaste per puro caso un vostro consigliere (Guido Rossi) a benedirlo: la faccenda è seria e bisognerebbe resuscitare almeno lord Gladstone.

SCORREVA IL POST Inter-Parma di sabato – un sabato italiano – tra le facce dei flagellanti in studio Sky, incapaci di accettare l’idea che al 94’ il colpo di testa di Vidal fosse finito fuori; e tutto sommato non si trovava di meglio che parlare di calcio: la facilità con cui la Biscia da un po’ prende gol, la facilità con cui li sbaglia, l’inettitudine disperante di Lautaro, l’imprescindibilità di LukakHulk, che sbrigandosela da solo in genere permette agli scrivani rosa di sostenere che l’Inter è una gioia per gli occhi; quando a un certo punto è comparso Marotta. E giù le sue Niagara Falls: Balagh su Perisic è rigore tutta la vita, come si fa a non vederlo, come si fa a non darlo, ma il Var perché non è intervenuto, Piccinini ci danneggiò già a Benevento e comunque, appunto, c’è quel vuoto normativo là. Non c’era vuoto né normativo in Juve-Verona, per la cintura a Bernardeschi di Faraoni e nell’area piccola, dott. Marotta? Per la mancata espulsione di Tonelli (a martello su Ramsey lanciato) da parte proprio di ‘sto Piccinini, in Juve-Samp? Per l’espulsione comica di Chiesa a Crotone? Visto l’argomento, anche e soprattutto lì, e dato il cognome dell’espulso, un abate cluniacense come lei avrebbe dovuto prendere il microfono e lanciare la sua religiosa invettiva riformistica a reti unificate (“sarei intervenuto in ogni caso”).
Ma di gran lunga più comico di quell’espulsione è ciò che sarebbe seguito nello scorso sabato italiano, con Paolo John Goodman Condò e Billy Montessori Costacurta a precipitarsi sullo zerbino del diggì: quanto ha ragione, come si fa, per favore, anche la trentottesima volta, guardate tutti, palla alta e mani addosso, dove finiremo di questo passo?
Marotta alla buon’ora salutava, prima o poi.
Loro, no: disco rotto e per non so quanti minuti, Inter defraudata, Inter presa di mira, Inter Var-icocelica. In attesa del pesce grosso, Antonio Conte, che non arrivava mai.
Che dirà? Che farà? Scazzotterà l’intervistatore? Prenderà a calci il sicario Piccinini che passa col borsone dopo la doccia? O uno dei guardalinee, tanto per? Invocherà la terza riunione degli Stati generali, dopo quella di Re Sole del 1614?
Fiduciosa attesa con mani giunte e sguardo supplice.
Ahimè, anzi: ahiloro.
Conte finalmente arriva, però l’arbitro non se lo caca neanche.
Semmai sottolinea durissimo coi suoi che non si può sbagliare tanto, né quando si prende un gol come il primo di Gervinho né quando si manda sui gradoni un numero di pallegol talmente elevato, questione di cattiveria, di determinazione, nel calcio vince chi la butta dentro, noi no.
Noi no.
Loro no.
Attoniti, i flagellanti prendevano e portavano a casa: nessuno a quel punto ha osato rimettere bocca sulla congiura demoplutocratica e sull’affaire Balagh-Perisic. Toccava tornare a parlare di calcio, di cifre, di situazioni, di Eriksen, di palla aperta o scoperta (Montessori Costacurta).
Tanto che, quasi in calce, Trevisani si è visto cristianamente costretto a farsene carico: mister Conte, a proposito del rigore su…
Risposta: io parlo del campo, chiedete alla dirigenza.
Quale che fosse il motivo, o la strategia, o il sottotesto.
Chi se ne sbatte.
Un po’ meno, appena meno ininfluente è che, dai dieci minuti seguenti alle ore di là da venire, il ritornello mediatico si sarebbe cicatrizzato – indovinare – sul torto angoscioso e sulle vessazioni sistematiche subite dalla Beneamata per colpa di Piccinini. Il Radiorai di domenica mattina, posso testimoniarlo, lo inseriva tra i titoli d’apertura, nella stessa scaletta dei 50 milioni di covid. Abbiamo qualche esperienza, sodali gobbi, o no? Ricordate i tg, i lanci, le testate, le aperture e gli speciali della primavera 2006? Ragioni misteriose mi indussero, qualche anno fa, a segnarmene una di Thoreau: “Diffida di ogni impresa che richiede abiti nuovi”. Se davvero è così dorma sereno nella culla della sua eroica impresa, dott. Marotta.
I suoi abiti nuovi sono talmente vecchi.