Marotta, la fascia e il regolamento che non esiste

Che l’Italia sia ormai diventata la nazione per eccellenza in cui si fa polemica su qualsiasi argomento e tutti, ma proprio tutti, si sentano sistematicamente in diritto di alzare il dito e protestare, è cosa ormai appurata, così come è in preoccupante aumento la percentuale di persone che si prendono briga di argomentare, e ovviamente attaccare o insultare, su materie in cui hanno conoscenze che rasentano il nulla cosmico. Esiste poi un’altra grande fascia, quella di coloro che criticano e bacchettano a prescindere accettando anche di sembrare ignoranti pur di portare avanti le proprie crociate.

 

 

Con queste premesse, e senza alcun intento di voler vestire i panni delle vittime (anche perché non servirebbe a nulla), è abbastanza tacito che quando si tratta l’argomento calcio non c’è migliore stagno in cui sguazzare per fare moralismo spicciolo di quello che riguarda in qualche modo la Juventus. Ultimo episodio, ma solo in ordine di tempo, quello che riguarda la tormentata vicenda delle fasce da capitano che da questa stagione, e in base a una regola introdotta dalla Lega calcio, non possono più essere scelte arbitrariamente da chi le indossa ma devono essere uniformate e seguire i dettami imposti proprio dalla Lega: fin qui nulla si sarebbe mosso se non fosse che nello spogliatoio della Fiorentina si è deciso di crearne una personalizzata in memoria del povero Davide Astori, indossata da Pezzella nelle prime due uscite stagionali ma non passata inosservata agli occhi del giudice sportivo che ha garantito l’arrivo di sanzioni se l’episodio dovesse ripetersi.
Come era lecito aspettarsi, la maggior parte dei commenti arrivati da ogni latitudine sono stati a favore di una “chiusura di occhio” straordinaria per il caso dei giocatori viola, ma il vero scompiglio lo ha seminato l’amministratore delegato bianconero Marotta, quando in settimana, interpellato in merito, ha dichiarato che “nonostante si tratti di una nobile questione sentimentale della quale si deve avere massimo rispetto, esiste un regolamento chiaro che ne merita altrettanto”.

 

 

Ora, assodato che ogni tanto il nostro dirigente mostri una particolare abilità nel gettarsi a petto in fuori nel sacro fuoco della polemica con dichiarazioni forti e magari meno “politically correct” di quelle a cui ci ha abituato, appare altrettanto evidente che  il vespaio di chiacchiere nate da questa sua ultima uscita sfonda le porte del non senso. Infatti, il capo d’accusa rivolto dal tribunale popolare (probabilmente lo stesso in cui si giudica in base al tristemente noto “sentimento popolare” di calciopolesca memoria) divampato nel giro di poche ore sfruttando la classica onda anomala di diffusione a mezzo social, è quello che evidenzia la differenza comportamentale di Marotta dinanzi alle leggi, specie in riferimento all’esposizione e rivendicazione “in barba al regolamento” dei due famosi scudetti cancellati dalle sentenze del 2006, e che fa apparire l’appello a rispettare la direttiva sulla fascia come la più classica delle forme del predicare bene dopo aver razzolato male.

 

 

Purtroppo anche questa volta le critiche non si sono limitate solo al popolo giudicante ma si sono allargate a stampa e addetti ai lavori: in particolare ieri mattina è apparso un editoriale sul Corriere della Sera a firma Arianna Ravelli, in cui si stigmatizza chiaramente la dichiarazione di Marotta, esaltandone la coerenza (ovviamente in chiave sarcastica) in virtù di quei due scudetti ostentati allo stadio, e qualche ora dopo a ruota anche Mario Sconcerti, che peraltro collabora in pianta stabile con la storica testata milanese, ha affermato ai microfoni di RMC Sport che la duplice linea di pensiero Marottiana, diversa a seconda della convenienza personale, è inconcepibile.

 

 

 

Non possiamo a questo punto evitare di chiederci e chiedere a chi sta puntando il dito in queste ore come sia possibile pensare che esista un regolamento o una singola legge che disciplini la condotta da tenere, le cose da esporre o eventualmente gli abbellimenti da apportare nello stadio di proprietà, visto e considerato che l’unica “pretesa” in merito avanzata nei nostri riguardi dalla Lega e dalla Figc è quella di “oscurare” i titoli esposti quando l’Allianz Stadium ospita le partite della nazionale, richiesta che già di per se invece appare alquanto cervellotica visto che si fa fatica a ipotizzare una persona che, invitata a cena da amici, chieda di togliere quel quadro o rimuovere quel tale vaso dalla cristalliera.
Allo stesso modo sarebbe bene che chi oggi muove queste critiche ricordasse che anche per quanto concerne la storia delle tre stelle cucite sulla maglia da gioco, e  in generale su tutto il vestiario abbinato al brand Juventus, la nostra società non ha mai esposto la celebre terza stella prima della conquista ufficiale dello scudetto 2013-2014 che per noi sarà sempre il numero 32 ma per il resto d’Italia, palazzo del calcio compreso, il numero 30, e che mai la Juventus ha “anticipato” i tempi forzando le sentenze 2006 eccezion fatta per quella frase “30 sul campo” che per certi versi sostituiva la terza stella sulle maglie da gioco 2012-2013.

 

 

 

Basterebbe accettare l’idea che giustamente non esiste una legge che impedisca di apporre una scritta su una maglia, nello stadio o addirittura su un pullman, come ad esempio accaduto per anni sul quello ufficiale del Milan che recava in bella vista sulla fiancata la scritta “il club più titolato al mondo”, affermazione regolarmente smentita dagli albi ufficiali per i quali nello stesso periodo il Boca Juniors risultava essere detentore di quel “primato”. E a proposito di Milan, è simpatico notare come nella stessa giornata in cui Marotta ha fatto questa riflessione sull’argomento fascia, Alessandro Costacurta, nelle vesti di vicepresidente della Figc, abbia dichiarato praticamente la stessa cosa passando completamente sotto traccia e senza ricevere alcuna accusa di essere una persona senza cuore.
Infine, è utile ricordare come su qualsiasi albo d’oro o almanacco ufficiale che riporta la cronologia degli scudetti vinti, i due titoli delle stagioni 2004-2005 e 2005-2006 siano sempre regolarmente assegnati alla Juventus, come da esito del campo, e solo asteriscati per rimandare alla nota che ricorda come gli stessi esiti di campo furono poi stravolti e ribaltati da quelli dei tribunali, così come accade per lo scudetto revocato al Torino nel 1927.
Ma allora, cosa vogliono gli accusatori di Marotta? A quale regolamento fanno riferimento quando parlano dell’esposizione dei due scudetti?
Risposta semplice, ma allo stesso tempo piena di sconforto misto a rassegnazione: il regolamento per il quale ogni situazione che coinvolge la Juventus debba dare necessariamente adito ad accuse, polemiche e reprimende atte a insegnare come si sta al mondo ai tesserati di questa squadra e, di conseguenza, ai suoi tifosi.