C’è Maresca (il Giudice) e Maresca (il Toreador)

di Marco Tarantino |

Ci sono TRE Maresca. Un giudice, Catello Maresca, sostituto procuratore generale presso la Procura di Napoli che da giorni sparla su Juve-Napoli, c’è l’arbitro Fabio Maresca, e c’è Enzino Maresca, il Toreador: qual è quello giusto?
Indovina

Dura star dietro alle sacre partenopee indignazioni che hanno accompagnato la sentenza-Proctolyn di Sandulli, pur così lenitiva –a dispetto delle motivazioni- per il lato B del Ciuccio (cfr. il pezzo di Mike Fusco). Pesco a caso, dal mandolinismo assortito in quota napolista, il tenore Gasparri: “Juve – Napoli va rigiocata” o il mezzosoprano Gianni Di Marzio, ex allenatore e padre dell’imparzialissimo Gianluca: “L’immagine dei napoletani e di Napoli data dalla sentenza è gravissima”. Lo so, per un focus sulla situazione sarebbe meglio radunare gli Stati Generali nello slargo in via Fontanelle, Rione Sanità, preclara Piazzetta Juve Merda, dove fanno gara gli striscioni più bonari (“Meglio una moglie troia, un figlio frocio che essere juventino“) e l’immagine folkloristica dei napoletani ne esce sublime. Ancora Di Marzio sr.: “Io come napoletano querelerei i giudici”. Diavolo: solo una querela, niente moti modello Carboneria ’20-’21? Segue speranza che Napoli e ASL si costituiscano parte civile. Ciò che, tanto per cambiare e per inciso, mai la Juve s’è sognata di fare.

Ma Er Più ed Er Mejo Maresca der bigoncio, il primo della Sancta Trinitas smarrita per un soffio, anzi per un terzo, in questa storia minima è nientemeno che un fior di magistrato. Ha pure la barba, e la barba fa il filosofo. No? Forse no, forse manca un non. Ho memoria perché m’inganni, poetò il grande Sgalambro.

CATELLO MARESCA da Napoli, classe ‘72 e magistrato dal ’99, è un valente togato-scrittore sotto scorta dal 2008 per i suoi blitz contro i Casalesi, in specie (2011) contro il boss Michele Zagaria; operazioni dalle quali ricavò spunti per la stesura di un po’ di libri, mi pare quattro. Massima ammirazione, dunque: a prescindere, direbbe il suo conterraneo Principe della risata. Smette invece di ridere, pure di sorridere il togato Maresca Numero Uno quando impugna il pennino per scrivere a ‘La Verità’ o raccoglie l’assist (tempestivo) del ‘Corriere dello Sport’ e lo scaraventa in rete: “Non è una sentenza, è un atto d’accusa ideologico”, “In vent’anni di professione non ho mai letto una sentenza così dura, neanche nei processi per mafia”. Accidenti, dott. Maresca, neanche nei processi per mafia: beh, non sapeva che quando c’è la Juve di mezzo, o anche solo in periferia, ne succedono di belle? La camorra: robetta, al cospetto: “Mi sconcertano il tono e la motivazione”: da fegato a Chianciano, o terme di Recoaro. Nonostante il Maresca Uno abbia l’onestà di premettere, particolare secondario, di essere “un tifoso sfegatato” e non dell’Igea Virtus, signori, qua sta cascando il mondo e lo dice lui, il super partes: “La mia è una valutazione da giurista”. Ipse dixit, guagliò: “E’ come giudicare qualcuno senza processo”. Eh sì, tra tamponi e aerei disdetti, (sempre a prescindere), bolle evitate, foto di cene, protocolli fatti a palla per tiro da tre, che Sandulli scriva: “Scelta volontaria, se non addirittura preordinata, della Società ricorrente” è un atto d’accusa ideologico, un’asserzione d’inaudita durezza ché manco Riina s’è beccato mai. Purtroppo a Catello Masaniello, il Maresca Uno, nessuno accese la tivvì nel 2006: c’era sempre Sandulli, all’epoca, con l’eccellentissimo Borrelli e il commissario ex-consigliere inter(n)ista Guido Rossi. Però Catello Masaniello (che sfiga) non c’era, se c’era dormiva, e se non dormiva preferiva non commentare una cosetta su cui avrebbe potuto dichiarare all’Ansa, da vocato Giurista quale universalmente è: “E’ stato come giudicare qualcuno senza processo”. O anche, contro le sconcertanti dichiarazioni a mezzo stampa del medesimo Sandulli, che (solo) adesso è il suo nemico ideologico: “Inventarsi un reato che non c’è: un’aberrazione”. Avrebbe potuto. Dovuto, anzi: lui che parla da Giurista, mica da tifoso sfegatato.
Niente. Mutismo, e soddisfazione. Peccato. Andata così.
Perciò mò a Catello Masaniello non resta che sperare: “Mi auguro che il Collegio di Garanzia dia una lettura oggettiva della vicenda”.
Auguri. Lettura. Oggettiva. Della vicenda. Un fenomeno.
Se no come potrebbe essere mai, il Maresca Numero Uno.

FABIO MARESCA da Napoli, sempre da Napoli e ci mancherebbe, è poco umilmente il Maresca Numero Due. Classe ’81, quindi ancora troppo giovane perché si possa tentare di accendere un cero a una sua prepensione, magari da esodato, l’attuale Migliore della serie A (lo ha sancito l’Aia, assegnandogli il ‘Premio Mauro’: e se lo dicono loro) esordì sulle nostre tracce l’8 maggio del 2016. Quel Verona-Juve a un turno dalla fine non aveva sugo: loro retrocessi da un pezzo, noi col quinto filato in saccoccia. C’era tuttavia da salutare l’addio di Luca Toni, che infatti si vide confezionare un rigoretto (Alex Sandro su Pisano). Ma il Maresca Numero Due era ansioso di mostrare al mondo tutta la sua cazzimma, così nel recupero, a partita anzi a parodia finita, trovò il modo di sbattere un (inesistente) secondo giallo in faccia ad Alex Sandro (contrastino a metà campo) e dunque espellerlo. Questo l’anno prossimo ce lo spediscono per il derby, dissi al mio compare gobbo. Sì, rispose: Nocerina-Paganese. Ahimè, sbagliava lui. Poiché, fischio in fuori e pancia in dentro, il Maresca in carriera si sarebbe intestato ben altro record, il 19 agosto del ’17: in quanto primo storico arbitro a decretare un rigore via Var. Il nome della cavia, serve chiederlo? Una squadra, una fattispecie. Nemmeno il decimo replay poté
dimostrare che la stringa di Alex Sandro (talismano di Maresca) avesse sfiorato l’unghia del cagliaritano Cop, splendido nel ruzzolamento. Difatti, incredibile ma vero, sul momento Fabio il Bello non era intervenuto; ma d’incanto fu centometrista a sprintare verso la radiocronaca di Valeri (chiaro errore, dite?), per godersi in pochi fotogrammi il telefilm e indicare il dischetto (grande poi Gigi su Farias).

Per carità, a Genova otto giorni dopo il duo Banti-Fabbri, con il linesman Carbone sotto il piumone, avrebbe fatto ben di meglio, riuscendo a non accorgersi che Galabinov, prima di far svenire i suoi novanta chili per l’alito di Rugani, era un metro in offside; ma insomma, la medaglia d’oro ormai l’aveva vinta l’Orgoglio del Vomero, il Maresca Numero Due. Che il prevedibile lieto fine vuole, ovviamente, internazionale da quest’anno, in linea col coetaneo e quasi concittadino Marco ‘non me la sono sentita’ Guida da Pompei, honoris causa per l’Uefa dal 2014.
Ragazzi, lo sappiamo da un po’: certi snodi portano bene, che sia la cabala o il vento (giusto) a sceneggiarli. Guida, Maresca il Bello, l’eccellente Borrello, Catello Masaniello, e Pecoraro, Palazzi, Spadafora (!), metteteci pure dint’o presebbio la statuina storta del deontologico Varriale: paghiamo noi. Forza Napoli!

Dalla terra dell’equanimità fatta maschera, cos’altro potremmo aspettarci se non che proliferino a getto continuo fischi, mantelli e microfoni abbastanza accesi.

L’ANELLO LAICO, debole e immortale della mancata Trinità è un giovanotto neoquarantenne che ci onorò con i suoi 56 caps, pochi per quanto valeva dentro e fuori. Enzino Maresca da Pontecagnano, provincia di Salerno con una stazione da western trucibaldo di Tonino Valerii, entrò di diritto nei nostri Ricordi con la maiuscola il 24 febbraio del 2002, derby in casa Toro, settima di ritorno. Con Inter e Roma ce la giocavamo, ricorderete, nel giro di un punto; e somma era la duplice foia mediatica all’idea che potesse essere la Lupa a bissare il titolo dell’anno precedente (il Carraro-Nakata, per intenderci) o meglio ancora che tornasse a trionfare la Biscia a tredici anni dal Trap, anziché trovarsi in B come avrebbe dovuto per via di Orialopoli (sei mesi di reclusione per falso e ricettazione, onesto benedetto viatico per successivi e attuali contratti da team manager in FIGC o in reintegro con l’Inter). Sbloccò subito Trezegol, senonché a metà ripresa, trovato il pari, Marco Ferrante si fece il palcoscenico della Maratona con le corna in testa alla Dominguin; score sovvertito all’80’ da Cauet. Finita? No, perché Lippi ebbe le palle di togliere Davids e, all’ ’89, il suo sostituto, appunto Maresca, incornò alla Hateley dal limite (sic!) un cross di Thuram, tatuando il pari. A quel punto Enzino per la gioia corse come un indemoniato con le corna in testa per una decina di secondi, facendo il verso a Ferrante.

Certo che sì. Certo che lo fece. Apriti cielo.
Bergomi, amareggiato (per il gol) in diretta: “Il gesto che ha fatto dopo m’è piaciuto poco”.
Chiambretti: meglio soprassedere.
El Toreador Ferrante, a seguire: “Pensata per aizzare il pubblico. Gesto ingiustificabile”.
Enzino su Chiambretti: “Spiace per la polemica di alcuni tifosi vip come Chiambretti, che dice di essere tifoso del Torino e poi fa la pubblicità alla Fiat degli Agnelli”.
Niente male. Niente da aggiungere?
Ma chi se lo cacò. Non certo Aldo Grasso, o Giampaolo Ormezzano.
Maresca: non così.
Contava solo l’Arcadia di Ferrante: colore, goliardia, sale del calcio, senso del gioco, e vuoi vedere: Cuore Toro. Che bastardo, il Maresca Numero Tre. Che provocatore irresponsabile. Del resto, così tipicamente juventino.
Coro unanime di proposte, tutte francamente plausibili e proporzionate al reato di Enzino: gulag in Siberia, prigionia in Guinea, zappa per calli coloni nelle Riduzioni dei Gesuiti tra i Guaranì in Paraguay.

Quel gol non fu lì per lì la svolta fatale, come una bella leggenda forse amerebbe. Anzi. Cinque settimane dopo, a fine marzo, ci ritrovammo a meno sei dall’Inda dei Perdonati. Poi però finì come sapete, il 5 maggio.

Le corna nella vita sono come i calci nel calcio: si prendono, si danno, fanno parte del gioco.
Mai smesso di pensare che quel punto in più, quel santissimo meraviglioso punto che infine avrebbe fatto tutta la differenza tra gloria e depressione, tra tenacia e gelatina, tra Moet & Chandon e Maalox, tra profumo di voglia e profumo di merda, fosse esattamente quello, griffato il 24 febbraio.

Enzo Maresca da Pontecagnano. La location dei più diroccati tra i più sdruciti degli spaghetti western: Django, Sartana, Tressette, Epidemia. Il Maresca mediaticamente sbagliato, e il più giusto di tutti.