Grazie di tutto, Claudio Marchisio

di Nevio Capella |

«La Juventus è il massimo, è sempre stato il mio sogno. Quando si parla di bandiere che non ci sono più, di calcio globale che cambia e di valori che si sarebbero persi, penso sempre che per me sarebbe il massimo diventare una bandiera della Juve. Vorrei poter non andare più via

Così parlava Claudio Marchisio nell’estate del 2013, poco dopo aver conquistato il suo secondo scudetto consecutivo, affacciato su un immediato futuro che sembrava promettere gran parte di quanto poi in effetti ha mantenuto, forse più per la Juventus che per lui. Lui, entrato nel mondo Juve ad appena sette anni e arrivato nel giro di un decennio in prima squadra nel momento più difficile e buio della storia bianconera, quando assieme ad altri ragazzi promettenti si ritrovò ad affrontare il purgatorio della cadetteria di fianco a giganti che fino a qualche mese prima idolatrava sui campi di allenamento.

Come accade a tutti gli astri nascenti, anche Marchisio fu subito oggetto di paragoni spesso ingombranti, su tutti quello con Marco Tardelli di cui sembrava essere erede designato per la bravura nel tiro dalla distanza, la struttura fisica e la capacità di inserirsi tra le linee e andare in gol costruita anche grazie alla prima parte di carriera giovanile disputata da attaccante.
Il campionato di serie B fu propedeutico per intravederne il futuro luminoso e per quello che è stato l’unico anno in cui ha giocato a calcio lontano dalla sua Torino, ad Empoli, prima di tornare alla base dove è riuscito a forgiarsi definitivamente grazie anche ad un paio di stagioni che si sono rivelate assai più complicate e purgatoriali della serie B, a cavallo dell’approdo di Andrea Agnelli e dell’inizio del Rinascimento juventino.

Del triennio trascorso sotto la guida tecnica dell’ultimo grande numero 8 juventino tra quelli che lo hanno preceduto, Marchisio fu protagonista principale con un alto contributo realizzativo, specie al primo anno, riuscendo perfettamente ad incastrarsi nel mosaico di centrocampo di cui Pirlo era ingegnere, Vidal manovale martellante e lui paziente distributore di palloni prima recuperati e poi smistati, senza mai perdere quella tendenza a “comparire” in area di rigore per sentenziare i portieri avversari.
Nemmeno l’irruzione e la rapida esplosione del ciclone Pogba lo misero realmente in difficoltà, anzi, sfruttando il lento ma progressivo crepuscolo di Pirlo, Marchisio riuscì a reinventarsi spesso come vice del maestro bresciano andando a creare una linea centrale talmente ben assortita e completa da fare invidia ai migliori club del mondo.


In particolare, la stagione 2014-2015 è quella che lo vede stabilire il record di presenze (52) personale e di squadra, e probabilmente la sua migliore di sempre per rendimento.

Se proprio c’è stato un fattore in grado di creargli problemi sempre maggiori, al punto di arrivare alla malinconica conferenza di addio al calcio giocato, sicuramente è stato il suo ginocchio.
Il primo (falso) allarme fu quello della primavera del 2015 quando secondo lo staff della nazionale ne erano saltati i legamenti e invece si trattava solo di una forte distorsione, ma appena un anno dopo, durante la gara interna contro il Palermo, arrivò la vera rottura del crociato che probabilmente segnò l’inizio della fase discendente del Principino.
Una lunga convalescenza che lo riportò in campo soltanto 7 mesi dopo ma senza mai più trovare la continuità, e di conseguenza la titolarità, che ne avevano contraddistinto le annate precedenti.
Il suo ultimo anno alla Juventus, iniziato con un nuovo problema al maledetto ginocchio che lo ha tenuto fermo quasi tre mesi, è stato caratterizzato da un lento scivolamento nelle retrovie che lo ha portato quasi sempre ai margini nelle scelte di Allegri e a chiudere la stagione con un bottino di presenze tristemente eloquente.
E così, con meno clamore rispetto al saluto di Buffon di qualche mese prima, ma con lo stile sabaudo che gli è valso quel soprannome nobiliare, il 17 Agosto 2018, piuttosto inaspettatamente, le strade di Marchisio e della Juventus si sono separate dopo venticinque anni con la rescissione contrattuale, un addio reso più amaro dall’assenza di una passerella finale e di un congruo tributo del popolo bianconero a tale militanza.
La brevissima campagna di Russia è servita a Claudio solo per realizzare che il fisico davvero non rispondeva più e che era arrivato il tempo di dire basta nonostante una carta di identità che epoca moderna garantisce ancora diverse stagioni di campo.
Nella settimana che conduce ad un Inter-Juventus che forse mai in passato è stato così colmo di attesa, forte del comune denominatore che risponde al nome di Antonio Conte, voglio fare un mio personale tributo a Claudio Marchisio con le immagini di due reti realizzate proprio ai nerazzurri e che racchiudono tutta la sua classe e le caratteristiche che lo hanno reso un grandissimo calciatore, ma soprattutto un pilastro della storia juventina.

05 Dicembre 2009 – Juventus-Inter 2-1

 

29 Ottobre 2011 – Inter-Juventus 1-2


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