Marchisio, l’ultimo erede

di Alex Campanelli |

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Ci eravamo abituati a vederlo fuori dall’11 titolare, avevamo iniziato a escluderlo dai campetti estivi e dalle probabili formazioni prima dei big match, praticamente nessuno di noi pensava fino in fondo che sarebbe tornato ad essere un uomo importante per la Juventus. Eppure, la notizia dell’addio di Claudio Marchisio non può lasciare indifferente neanche il più pragmatico e realista degli juventini. Marchisio risveglia la nostra parte più vulnerabile e irrazionale, più umana e bambina insieme, Claudio è quella ragazza che pensavi che ormai ti fosse indifferente ma di colpo, quando sai che non la rivedrai più, ti rigetta spietatamente in un passato che non hai mai dimenticato.

C’era Marchisio nell’annus horribilis della Serie B, unico dei giovani saliti alla ribalta nel campionato cadetto ad aver resistito nella rosa bianconera fino ad oggi, e unico, con buona pace di De Ceglie e Giovinco, ad essersi dimostrato un calciatore da Juventus a qualsiasi livello, dai settimi posti agli scudetti e alle finali di Champions League.

C’era Marchisio in quel preliminare con l’Artmedia Bratislava, in quel Juventus-Fiorentina che lo vide segnare il primo gol in Serie A su geniale palla del Capitano, un Marchisio giovanissimo con un anonimo numero 19 sulle spalle, il cui sorriso rivive in video pieni di pixel che sembrano appartenere alla preistoria.
C’era Marchisio negli anni di Ferrara, Zaccheroni e Delneri, c’era un Marchisio già pronto a sacrificarsi per i compagni, da falso esterno di centrocampo per permettere a Krasic (…) di sprigionare la sua corsa sul versante opposto.
C’era Marchisio a cercare di strapparci un sorriso in quegli anni nerissimi, con la sua voglia di spaccare il mondo e con colpi mai dimenticati come la rovesciata all’Udinese, unico lampo nell’ennesima serata da dimenticare.

C’era Marchisio alla guida della prima Juventus di Conte, anche qui messo in dubbio dagli arrivi di Pirlo e Vidal, anche qui decisivo dall’inizio alla fine, killer implacabile delle milanesi, uomo simbolo della rinascita bianconera, volto nuovo di una Juve costruita a immagine e somiglianza del tecnico, su quei principi cardine di sacrificio, unità e senso di appartenenza che Claudio, ora con uno scintillante numero 8 sulla schiena, incarnava meglio di chiunque altro.

C’era Marchisio anche nei trionfi degli anni seguenti: nonostante gli infortuni, l’esplosione di Pogba, le difficoltà nel recuperare la condizione e un’asticella sempre più alta, lì in mezzo al campo c’era sempre lui, slittando pian piano da mezzala a regista, intelligente e fondamentale nel rendere indolore il lento tramontare di Pirlo. C’era Marchisio sempre in campo, e a volte ce ne scordiamo, nella Juve finalista di Champions contro il Barcellona, vero tassello imprescindibile e multiuso del rombo della nuova Juve di Allegri.

Poi pian piano Marchisio c’è stato sempre meno; l’infortunio dell’aprile 2016 ne ha di fatto consegnato anzitempo agli archivi la carriera in bianconero, alle ricadute sono seguiti ritorni sempre applauditissimi e colmi di speranza, ma settimana dopo settimana sempre un po’ meno convinti. Nonostante le esclusioni sempre più frequenti ne preannunciassero di fatto l’addio, la notizia della rescissione resta un fulmine a ciel sereno.

Dopo 389 presenze e 37 reti da professionista, da sommare a tutte le gare giocate nel settore giovanile, dopo 25 anni complessivi in bianconero, Marchisio lascia la Juventus; con lui se ne va la piccola parte di noi che non vuol smettere di credere alle bandiere, che nonostante tutta la retorica spicciola e stucchevole legata all’amore per la maglia e ai giocatori simbolo, esiste e resiste ancora.

L’addio di Marchisio è l’addio dell’ultimo erede di una dinastia di Uomini, sommariamente riuniti in quello che una volta eravamo soliti chiamare “Stile Juve”, ora divenuto poco più di un cliché, di campioni veramente pronti a mettere prima il collettivo, la squadra e la società rispetto all’interesse personale, di individui capaci di prendersi in carico responsabilità altrui, di fungere da parafulmine, di abbassare i toni e spegnere le polemiche anche quando avrebbero avuto tutto il diritto di alzare la voce. L’ultimo erede di una dinastia che inizia chissà dove e termina con Del Piero e con lui, con buona pace degli altri grandissimi che hanno vestito la maglia bianconera ma che, per un motivo o per l’altro, non possiamo riunire in tale categoria.

In bocca al lupo Claudio, qualsiasi strada tu scelga di intraprendere.