Cabrini, Ferlaino e le parole che avvelenano

di Mauro Bortone |

Stanno facendo discutere le dichiarazioni improprie di Corrado Ferlaino, ex patron del Napoli scudettato, in replica a quelle altrettanto inopportune dell’ex campione del mondo e terzino della Juve, Antonio Cabrini, su Diego Armando Maradona.

L’ex presidente partenopeo, rispondendo a chi gli chiedeva conto se, come affermato dall’ex giocatore bianconero “Maradona oggi sarebbe vivo se fosse andato alla Juve”, ha tirato in mezzo l’esempio di Gianluca Pessotto (peraltro senza citarlo ma definendolo “quel giocatore che ha tentato il suicidio”) sottolineando che se fosse andato a Napoli non avrebbe tentato di farla finita.

Una premessa è d’obbligo: la frase di Cabrini su Maradona è stata chiaramente un’uscita infelice, per la quale l’ex calciatore ha anche chiesto scusa. Chi è senza peccato, scagli la prima pietra. A tutti capita di dire una parola sbagliata nel momento più inopportuno e magari senza avere esattamente coscienza piena di quell’errore, al di là delle intenzioni.

Nell’enfasi del momento per la scomparsa di un genio assoluto del calcio, del resto, in tanti hanno sentito l’esigenza di commemorarlo. Ma c’è anche chi ha spostato l’attenzione su una lettura morale dell’uomo o si è fatto risucchiare nel vortice di un fatalismo che cede al pietismo. Nel caso di specie, peraltro, il ragionamento di Cabrini aveva tante falle.

Primo, perché coi “se” e coi “ma” non si è mai fatta la storia e non esiste riprova rispetto a quelle che possono essere convinzioni personali, maturate sulla base della propria esperienza. Secondo, perché l’argomentazione dell’ambiente “protetto” nel mondo del calcio mina le certezze e miete molte vittime; in tal senso neanche la Juve è ambiente “immune” da lacerazioni e controindicazioni: esistono esempi anche recenti di figure nell’economia di squadra, accantonate e mandate via per vicende extracalcistiche. Terzo, perché il commento implicitamente sfociava in una visione “sociologica” e un po’ pregiudiziale della città di Napoli (come problema), impropria e fuorviante.

Tra l’altro, Cabrini è sempre stato molto moderato nelle sue dichiarazioni, e può accadere che un difetto argomentativo e comunicativo che tende alla semplificazioni conduca a uno scivolone. Questo non lo assolve, sia chiaro, ma non è stato l’unico a cadere in una rilettura discutibile del lutto. Sono stati tanti, inopportuni e anche peggiori i commenti degli odiatori seriali del web, che si sono scatenati in commenti triviali e senza rispetto della memoria dell’atleta argentino.

Cabrini, però, ha chiesto scusa. Spiegando anche ciò che era il suo pensiero. E, al di là di quanto siano condivisibili o meno le sue parole, chiedere scusa è già un passo ulteriore, che non cancella l’errore ma porta a voltare pagina.

Invece no, perché il calcio è diventato una specie di guerra in cui non prevale la passione per il gioco in sé, ma tutto diventa pretesto per attaccare il nemico, per riaprire ferite che sembravano rimarginate, affondando nuovi colpi. Tra l’altro, sarebbe bastato dare maggior peso a parole diverse, a quelle ad esempio di altri juventini come Tacconi che si è detto onorato di quel gol sulla punizione “divina” preso al San Paolo, perché si è reso conto di essere parte di un’opera d’arte; o di quelle di Moggi, che in lacrime ha raccontato il suo affetto per Maradona; o quelle di Platini che l’ha definito “in campo magico e magnifico”.

Si sono scelte quelle “sbagliate”, perché erano l’occasione propizia per nuovi assalti. Ed ecco, dunque, Ferlaino che tira in ballo una pagina dolorosa di un uomo e di una società, peraltro estraneo alla polemica, per avvelenare ancora i pozzi in questa eterna lotta senza mai la parola fine o quel buon senso, chiamato in causa solo a propria convenienza. E così alle parole dell’ex patron si sono aggiunti sui social gli immancabili riferimenti all’Heysel, alla squadra che festeggia “con le mani sporche di sangue”, ai ladri, alla “mafia” e a tutta quella ridda di insinuazioni che alimentano l’ostilità.

Perché l’idea di fondo è che a un’uscita infelice bisogna rispondere con un’uscita altrettanto infelice. Anzi preferibilmente occorre alzare il tiro e infettare il gioco più bello del mondo col virus della rabbia e dell’odio.

Illuso io o chi come me si è innamorato del calcio (e della Juve) per l’arte percepita su quel rettangolo verde: nel mio caso, è stata “colpa” delle giocate di Michel Platini, della poesia dei suoi gesti in campo e della leggerezza, dell’ironia delle parole fuori.

Poesia e ironia, perché il bello di questo sport è nel dare gioia e serenità a chi lo vive o lo osserva. Proprio come faceva quel genio di Maradona, che sembrava il ragazzo che si portava il pallone da casa e che in partita giocava con la stessa gioia di un adolescente sui campetti di periferia. Ma con un talento unico.

Poesia e ironia, passando da un legittimo sfottò ma rinunciando alla violenza delle parole, ai pozzi da avvelenare perennemente, per ritrovare lo spirito primordiale che ci ha fatto innamorare di questo sport e ce lo rende così caro.


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