La mano di Sarri

di Luca Momblano |

Man mano che la consapevolezza tra il nuovo tecnico della Juventus e il gruppo squadra che farà da asse tecnico di continuità sarà sempre più densa e reciproca, il modo di incidere di Maurizio Sarri verrà accolto come unico modello possibile. Da quel momento, che arriverà molto presto, l’impatto reale della mano di Sarri sarà progressivamente valutabile. Oggi non si può che ragionare in astratto, ovvero sul canovaccio storico dell’allenatore e sul modello di caratteristiche dei singoli che ognuno di noi ha impiantato all’interno delle categorie mentali che conosciamo. Persino le prime parole dello stesso Sarri su alcuni di costoro (Dybala, Douglas Costa, Higuain, Bernardeschi, tenendo da parte Ronaldo) lasciano in sospeso chi ci sarà e chi no, dove li pensiamo e dove li immaginiamo, cosa significa talento nel pensiero sarriano e quanto sia compatibile con la costruzione del modello di squadra che sta dietro al mercato verticistico che hanno progettato Pavel Nedved e, soprattutto, Fabio Paratici.

Qui però il discorso è un altro, ed è aprioristico: Sarri è chiamato a cambiare la Juve sul campo, ovviamente senza che spunti la pretesa di cambiare la Juve fuori perché allora nascono i problemi. Per cambiarla consegnandole una nuova anima, Sarri deve poterci mettere la mano. In conferenza -asciugata dall’eccesso di spunti circa il passato- è venuto fuori molto di quanto questa dirigenza si affiderà alla rivoluzione concettuale che il nuovo allenatore è convinto di poter importare a Torino. Una mano che consiste prima di tutto nello sradicare modi e principi (vincenti) conquistando i calciatori (vincendo). Non esiste traccia che possa far pensare a un intervento dolce, perché dai primi segnali non pare né desiderato né richiesto da parte di chi ha mostrato la determinazione improvvisa ma decisa spiegata dallo stesso Sarri ai giornalisti.

Andando sul campo, la mano di Sarri ce la si deve aspettare nell’intero impianto. In quello che in pratica sono “i 70 metri alle spalle delle punte” (cit.), perché il resto viene un po’ da sé. Ma fa strano pensare al tecnico toscano come a uno sviluppatore offensivista del credo che per esempio fu di Fabio Capello. Ovvero la delega alle punte come scuola di vita, che comunque è già oggi radicale per la Juventus dopo un Allegri che ha costruito le sue cinque Juventus su una faticosa e macchinosa delega ai centrocampisti. In pratica, si tratta comunque di trasformare una Juve cerebrale in una Juve epocale.

Tra gli effetti desiderati di un’auspicata modernità, in assenza di effetti collaterali: difendere a 40 metri dalla porta tornando per esempio a mettere in competizione Bonucci con Rugani e aggiungendo in rosa uno scattista potente che non si sa quanto possa corrispondere al nome di Demiral; stringere tempi e spazi volti alla riconquista della palla attraverso un metodo collettivo che non è basato sulla ferocia agonistica; quadrare e inquadrare gli esterni bassi come propulsori sulla corsa, chirurgici e con folate scandite, che abbiano una morbosa attenzione nel tenere la cosiddetta linea retta rispetto al pallone avversario; quota 300 palloni giocati nella summa del reparto mediano, con un epicentro reso tale dal movimento armonico e costante dei compagni di reparto nonché dall’accompagnamento verticale delle punte; palleggio, possesso e squadra al servizio degli attaccanti laddove in un apparente ritorno al classicismo calcistico (perché nessuno è rivoluzionariamente perfetto) dove i difensori fanno i difensori, i mediani fanno i mediani e gli avanti fanno i gol.

Tra gli effetti indesiderati: confondere la mano con l’unica cosa che conta.