Mario Mandzukic, prigioniero della retorica

di Alex Campanelli |

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Mario Mandzukic non può essere definito un calciatore divisivo. Non si hanno notizie di suoi atteggiamenti, dentro e fuori dal campo, che possano destabilizzare l’ambiente, sul terreno di gioco è pronto ad adattarsi ai ruoli e compiti più svariati senza battere ciglio, con compagni e allenatore è tanto corretto e disponibile quanto aggressivo e battagliero nei confronti degli avversari. Eppure, gli ultimi mesi di Mandzukic in bianconero, le quali radici affondano in realtà all’inizio della stagione 2017/18, hanno letteralmente frammentato l’opinione del tifo bianconero, rendendo veramente difficile dare una dimensione reale delle sue 4 stagioni con la maglia della Juve.

L’arrivo di Mandzukic in bianconero è una felice intuizione di Marotta e Paratici: partito Tevez, era impossibile sostituirlo con un giocatore dotato delle stesse caratteristiche, ecco allora sbarcare a Torino un attaccante che ne possedeva la classe e la tecnica di tiro, Dybala, e un altro che fosse in grado di ringhiare su ogni avversario ed eguagliarne l’impatto fisico, Mandzukic per l’appunto. Nell’inizio stagione più travagliato degli ultimi anni Allegri ci mette un po’ a trovare la quadratura, ma poi capisce che le qualità dei due si sposano alla perfezione e li mette davanti a Morata, probabilmente superiore a Mario come valore assoluto ma in quel momento meno funzionale a quella Juventus. Ne esce una stagione da 23 gol per Dybala, mentre Mario si accontenta di 13 segnature; resterà la sua annata più prolifica in bianconero.

Nella stagione seguente l’arrivo a sorpresa di Higuain sembra poter relegare il croato a seconda scelta, invece MM gioca diverse partite da spalla del Pipita, prima del colpo di genio di Allegri che frutterà la seconda finale di Champions in 3 anni, per una delle Juventus complessivamente più convincenti degli ultimi anni: un 4-2-3-1 che vede Mandzukic, Dybala, Higuain e Cuadrado in campo tutti insieme, con Mario a far l’ala sinistra. L’epica che circonda Mario Mandzukic qui arriva ai livelli massimi, toccando l’apice col gol segnato al Real Madrid in finale, un capolavoro che, se la Juventus fosse uscita vincitrice, avrebbe proiettato il croato dritto nell’albo degli eroi bianconeri di ogni tempo. Le sue corse a mordere sulle caviglie degli avversari, i recuperi fino alla linea di fondo, le spallate e le sgomitate spalle alla porta, lo sguardo assassino contro i “nemici” della Juventus: tutte caratteristiche che fanno impazzire il popolo bianconero, il quale innalza il numero 17 a nuovo eroe.

Poi qualcosa si rompe. Alla Juventus arrivano due esterni veri come Bernardeschi e Douglas Costa, l’opinione che “Mandzukic non possa ripetere una stagione così sfiancante” inizia a farsi strada, di colpo Mario l’eroe diventa un sopportato, si genera una corrente di pensiero che reputa stucchevoli tutti gli elementi che avevano fatto innamorare i tifosi, giudicate superflue nel momento in cui le prestazioni dell’ex Bayern non si rivelano più all’altezza della situazione. Il crollo del gradimento nei confronti di Mandzukic è proseguito nella stagione appena conclusasi: Mario che toglie spazio a Dybala da attaccante, Mario che impedisce alla Juventus di giocare bene a calcio, Mario che non segna mai ma deve giocare perché Allegri non ha il coraggio di toglierlo, Mario che non ne ha più ma non vuole ammetterlo e toglie spazio a compagni più meritevoli.

Serve tanto, tanto equilibrio per parlare dell’esperienza in bianconero di Mandzukic. Nei 4 anni con la maglia della Juve, l’attaccante non si è mai rivelato un killer d’area di rigore, sempre oscillando tra i 10 e i 13 gol stagionali, ma è stato un giocatore estremamente poliedrico e funzionale. La sua abilità nell’aprire gli spazi ha dato vita al Dybala più prolifico di sempre, la sua intelligenza tattica e il suo spirito di abnegazione hanno permesso l’esistenza di una delle Juventus più sbilanciate di sempre, con Khedira-Pjanic in mezzo al campo, Dybala mezzapunta e Alves-Cuadrado sulla destra.

Suo malgrado, non appena il deterioramento fisico (ostacolo quasi insormontabile per un giocatore delle sue caratteristiche) ne ha intaccato il rendimento, Mandzukic è rimasto prigioniero del suo stesso personaggio, della retorica che si era venuta a creare intorno a lui. La divisione su Mario Mandzukic ne ha generate di più ampie: chi lo reputa fondamentale viene considerato un discepolo di Allegri e nemico del bel calcio, quello predicato da coloro che ne invocavano la cessione a ogni prestazione opaca, per non parlare della dicotomia Dybala/Mandzukic, ritenuti “un giocatore senza palle, non da Juve” e “un carro armato senza piedi buono solo per le sponde” dai rispettivi detrattori. Mario Mandzukic, suo malgrado, ha tirato fuori il peggio del tifo bianconero, alimentandone la ghettizzazione.

Vanno dunque ricordati i gol decisivi in Champions League (City, Monaco, Sporting, due volte Real) e in campionato, fasti del suo periodo fisicamente più brillante, la generosità anche nei momenti più complicati, lo spirito di sacrificio e la genuinità con cui Mandzukic è diventato un calciatore juventino, non un calciatore della Juventus. Per il momento però dobbiamo fermarci qui; solo il tempo ci donerà un’esatta percezione del Mandzukic bianconero, provare a giudicarlo ora scatenerebbe soltanto altre guerre di religione.