“Sì al calcio moderno” – Chi manca di rispetto a Mario Mandžukić?

di Claudio Pellecchia |

«Non ho nulla contro Dio, è il suo fan club che mi spaventa» (Woody Allen)

 

Tra i termini che ho scelto di silenziare sui social da qualche tempo c’è anche il nome di Mario Mandžukić. Che, insieme a quello di Massimiliano Allegri, rappresenta il modo più facile per entrare in una “tana del bianconiglio”, molto più profonda di quella di Matrix, fatta di disagio, post-verità e guerre di religione. Quindi lo specchio perfetto del web juventino annoiato dall’assenza di un competitor interno degno di questo nome.

Almeno fino a quando Antonio Conte non ha deciso di prodursi in un’imitazione scadente di José Mourinho, anticipando un duello dal sapore antico e moderno, che si è retto, si regge e, presumibilmente, si reggerà anche su queste facezie da avanspettacolo ad uso e consumo dei facenti funzione di giornalisti sportivi e dei “venticinque lettori” di manzoniana memoria che ancora hanno la voglia (e, soprattutto, il tempo) di seguire qualcosa che, dopo un po’, annoierebbe anche un bambino di 10 anni. Del resto il livello della “polemica” quello è ma, come cantava un mio conterraneo troppo tempo fa, questa è “tutta un’altra storia” che si svilupperà nei mesi a venire.

Mario Mandžukić, dicevamo. Credo, anzi sono sicuro, che questa sia l’ultima volta che mi trovo a scrivere di lui. E le voci di una presunta cessione in Qatar c’entrano relativamente, così come la circostanza della sua esclusione dal progetto tecnico che sta faticosamente prendendo forma e che dovrebbe costituire la base di quel che sarà la Juventus dei prossimi anni. Questa è l’ultima volta che mi trovo a scrivere di Mario Mandžukić perché Mario Mandžukić è diventato un argomento non di campo. Quindi un argomento legato a una narrazione stereotipata che ha fatto in modo che la dimensione del personaggio prendesse il sopravvento su quella del calciatore. E siccome, in epoca sarriana, tocca imparare a ragionare solo di campo e solo sulla dimensione del calciatore, il modo in cui oggi si racconta Mario Mandžukić è superato, superfluo, eccessivo.

Perché Mario Mandžukić, per sua fortuna, è stato, è e potrebbe ancora essere (magari altrove), qualcosa di più, anzi qualcosa di meglio, del “Mister No Good“, delle facce cattive a Lewandovski, delle esultanze in braccio ai tifosi, di tutte quelle cose, cioè, che all’ultimo controllo non fanno vincere partite e titoli. Ma che, pare, siano diventate ciò che fa la differenza tra l’essere considerato un idolo o un “bimbominkia alla Dybala” che si permette di avere una fidanzata e, addirittura, di postare sul proprio profilo Instagram le foto con lei invece che evocative immagini di vittoria, tipo esercito spartano alle Termopili.

Perché Mario Mandžukić è stato un attaccante da quasi 260 gol in carriera, alcuni importanti, alcuni decisivi – e quello di Cardiff, purtroppo, non rientra né tra i primi né tra i secondi in virtù dello stesso principio per cui  se “vincere è l’unica cosa che conta” allora le finali perse non possono essere considerate trofei da annoverare nel palmares di giocatori e allenatori – che ha saputo ritagliarsi la giusta centralità all’interno di sistemi offensivi anche molto diversi tra loro grazie a una modernità e a una multidimensionalità a tratti insospettabili.

Perché Mario Mandžukić, finché si è giocato a calcio nella prima parte della disgraziata scorsa stagione, aveva dato un contributo ben più sostanziale delle spizzate, delle scivolate, di tutti quegli elementi “sangue e arena” che hanno finito con il condizionare in maniera sottostimante il giudizio sul suo valore assoluto.

Perché il Mario Mandžukić che oggi, a dire di molti, “merita rispetto” – come se il percepire regolarmente quanto dovuto in forza di un contratto inopinatamente rinnovato nella scorsa primavera (e, quindi, esercitare il legittimo diritto a rifiutare le offerte di altre squadre) o l’essere stato avvisato di non rientrare più nei piani dello staff tecnico non fossero forme di rispetto – è semplicemente un calciatore che dopo una buona prima stagione, una grande seconda stagione, una terza in calando e una quarta in cui c’era dentro poco o nulla (che è comunque più di quanto “mostrato” dallo sconcertante Bernardeschi di Firenze), ha fatto il suo tempo in bianconero. Come tanti prima e come tanti dopo di lui, senza la necessità di versare fiumi di lacrime e di retorica sul calcio moderno e cattivo che non tiene conto della passione dei tifosi che lo hanno esaltato e si sono esaltati per i motivi sbagliati. Mancandogli, loro sì e ben più dei cosiddetti haters, di rispetto, credendo che non fosse nulla di più del villain alla Paolo Montero da agitare come spauracchio nei confronti degli avversari.

Ora non so cosa ne sarà di Mario Mandžukić, soprattutto alla luce della nuova (?) emergenza infortuni che potrebbe spingere Sarri a rivedere parte di ciò che ha dichiarato nell’ultima conferenza stampa. So, però, che è inutile continuare a scriverne e discuterne finché i termini della scrittura e della discussione resteranno ancorati all’idea di imprescindibilità per atto dovuto, viso truce e recuperi difensivi. Il Mario Mandžukić calciatore potrebbe ancora dire la sua: se qui o altrove lo dirà il tempo, il campo e le scelte dell’allenatore. Il Mario Mandžukić personaggio costruito (non da lui, s’intende) e la narrazione tossica che ne è conseguita è, invece, qualcosa che non ha più nulla da dire e da dare, ammesso l’abbia mai avuto. Perché questa, ben più dell’esclusione dalla lista Champions, è la mancanza di rispetto peggiore.