Cercare le certezze, (ri)trovare la Juventus

di Claudio Pellecchia |

È da tempo che ho abbracciato una visione hornbyana del calcio, con i suoi alti e bassi che fanno parte della vita fino a coincidere con la vita stessa. Così come ormai da tempo ho capito che nelle correlazioni tra le cose (e le persone) cui tengo di più non esistono coincidenze ma solo personalissimi corollari di quel butterfly effect che fa girare il mondo senza che quasi noi ce ne accorgiamo.

Per questo so perfettamente che non è un caso che in questo momento, probabilmente tra i più duri e difficili che mi sia mai ritrovato ad affrontare, la Juventus mi riporti a quel 1996/1997 (anno dell’ultima vittoria a Old Trafford, griffata sempre da un numero 10) quando tutto era più bello, più semplice, più felice. E con i ragazzi di Marcello che erano la rappresentazione di tutto quello che sognavo, di tutto quello che volevo. Per me, per gli altri, per le persone che mi volevano bene e a cui io volevo bene.

Si tratta di sensazioni, percezioni, di sottili e precari equilibri in situazioni e contesti normalmente agli opposti e che, invece, finiscono per intrecciarsi l’un con l’altro quasi come se non potessero esistere l’uno senza l’altro.

E, quindi, nei giorni in cui mi capita di dover imparare a convivere con l’idea, devastante, di dover lasciare andare qualcuno di molto importante comportandomi quasi come se non esistesse, ho ritrovato la Juventus, la mia Juventus, la Juventus di quando ero bambino, la Juventus che mi aveva fatto innamorare di lei, la Juventus che ti faceva sentire in grado di poter fare tutto, esattamente come sarebbe accaduto anni dopo, in altre circostanze, in altri contesti e con altre persone, diversi eppure uguali, tranne che per il finale.

Perché la Juventus, lei sì, è uno dei pochi “per sempre” che possono definirsi tali, anche perché probabilmente indipendenti dalla volontà. Nostra o altrui.

Non è (solo) una questione tattica, tecnici, di schemi e di principi, di una fluidità di gioco che sembrava impossibile da raggiungere e che invece è stata raggiunta (per quello ci ha già pensato un Dario Pergolizzi cattedratico), ma di certezze ritrovate quando altre sembrano smarrite, di quella gioia fanciullesca che si sostanzia nell’attesa della partita piuttosto che nella visione della stessa, di quel “almeno oggi gioca la Juve” che ti accompagna anche nella notte più buia della tua esistenza, sull’autobus che ti riporta all’aeroporto verso l’aereo che, a sua volta, ti riporterà a casa. Parecchio più solo ma con due certezze: che ognuno di noi si porta dentro un buco che, effettivamente, è difficili, anzi impossibile da chiudere del tutto; ma anche che, come direbbe Ivan Benassi (si, ok, è interista ma, per una volta, lasciamo correre) «il rock ‘n roll, qualche amichetta, il calcio – e, quindi, la Juve, ndr –  qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici, beh ogni tanto questo buco me lo riempiono».

Soprattutto se la Juventus va a vincere dominando all’Old Trafford di Manchester contro lo United: gol di Del Piero, anzi no di Dybala, anzi no di entrambi.

Era solo ieri, oppure tanto tempo fa.