Madame l’Arbitre e il primato con la (Vecchia) Signora

di Silvia Sanmory |

Il gioco rimane lo stesso, chiunque lo diriga“.

(Stephanie Frappart)

Voglio parlarvi di Madame l’Arbitre, come è stata ribattezzata Stephanie Frappart dall’Equipe, dopo la finale di Coppa del Mondo femminile, partendo da una vecchia storia che si svolge nell’Inghilterra del 1917, nel pieno della Prima Guerra Mondiale.

Undici operaie della Doyle & Walker, fabbrica di munizioni, durante la pausa pranzo iniziano a rincorrere un pallone. Gli uomini sono al fronte, i campi inutilizzati, e le donne prima timidamente, poi con passione, iniziano a giocare a calcio, formando squadre legate alle varie aziende, impadronendosi così di un settore tipicamente maschile; nella sfera che rotola, come in altri contesti, il mondo femminile vede uno strumento di emancipazione, un pretesto per divertirsi certamente ma anche per rivendicare il diritto a fare altro dai ruoli imposti dai cliché.

Nonostante nel 1921 la Football Association mette i bastoni tra le ruote a questa “moda” rivoluzionaria, vietando alle squadre femminili di giocare sui campi affiliati alla Federazione ( e tuonando che “il calcio non è idoneo per le donne e non dovrebbe essere incoraggiato”),  il movimento del calcio femminile non desiste, anzi, si diffonde sempre di più, e ben oltre l’Inghilterra, via via sino ad oggi.

Vi ho raccontato questi fatti perché mi hanno ricordato la storia di Stephanie, quella di una donna che entrerà negli annali del calcio per essere la prima ad arbitrare una partita di Champions League,  a capo di un team  maschile. E con lei che sta disintegrando fischietto dopo fischietto tutti i tabù del settore, ci entrerà anche la Juventus, insieme alla Dinamo Kiev, protagoniste del match.

Una donna che ha bruciato le tappe: nel 2009 arbitro Fifa, nel 2014 prima donna arbitro nella Serie B francese, cinque anni dopo prima donna nella Serie A d’oltralpe e prima donna ad arbitrare una Supercoppa europea (Liverpool – Chelsea, finita ai rigori), senza dimenticare l’esperienza in Nations League, i due Mondiali femminili consecutivi, la Uefa Europa League maschile ad ottobre di quest’anno. Ma non ci sta ad essere considerata una semplice paladina delle moderne suffragette: “Credo di aver dimostrato che non sono un alibi per la causa femminista ma che sono qui per le mie capacità“.

Di stoffa Stephanie, nata alle porte di Parigi, ne ha da vendere, non solo per quando riguarda le valutazioni tecniche degli addetti alla designazione; Jurgen Klopp, vincitore della Supercoppa citata, dopo la partita dichiara: “Avevo promesso a mia mamma di supportare l’arbitro, non ce n’è stato bisogno. Era ora che fosse una donna ad arbitrarci“.

Ha le spalle larghe Stephanie, non si lascia intimidire da qualche calciatore impertinente come quello che, poco prima del fischio d’inizio di una partita di Ligue 2, blatera: “Bonjour Frappart, devo chiamarla Madame o Monsieur?“. Lapidaria la risposta: “Tu cosa pensi che somigli di più?“.

Stephanie Frappart è aria nuova nel calcio. Un esempio positivo che comunica un messaggio di eguaglianza e di parità nello sport, portato avanti con merito e caparbietà. Il calcio femminile ha un valore aggiunto: ripristina i valori dello sport; penso alle nostre Azzurre sorridenti, entusiaste, compatte tra di loro; penso a Sara Gama, capitano delle Women e prima donna a ricoprire un ruolo apicale all’interno dell’Associazione Italiana Calciatori,  portabandiera della necessità di tutelare le atlete che nel nostro Paese ancora non sono riconosciute come professioniste. Stephanie è la dimostrazione che il professionismo non è un fatto legato al genere.

Basterà la professionalità e il rigore a preservarla dagli attacchi sessisti, nonostante sino ad ora sia stata ineccepibile nel suo arbitraggio? Vedremo tra poche ore, per ora bonne chance a Madame e ovviamente bonne chance alla Vecchia Signora…


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