Ma quando entra Fede?

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Riccardo Yuri Carlucci

Penso che per tanti tifosi e CT del divano la frase del titolo sia stato il vero e proprio leitmotiv delle prime gare del torneo. Mi sono trovato spesso a pensarla anch’io, vedendo Chiesa in panchina e Berardi in campo. Se andiamo a controllare i referti delle prime partite, infatti, Federico è entrato con la Turchia all’81, con la Svizzera al ’69 ed è partito titolare col Galles, a qualificazione agli ottavi già raggiunta. Sembrava quindi destinato ad un europeo da seconda linea, o comunque da alternativa da sfruttare a partita in corso. La svolta, ovviamente, c’è stata con il suo ingresso all’84 nella sfida con l’Austria e la marcatura decisiva; Mancini ha poi giustamente deciso di schierarlo sempre nella formazione titolare fino alla trionfale finale.

La cosa che ha stupito di più, oltre ai due gol bellissimi e pesantissimi messi a segno da Chiesa, è stata la grande esplosività e la dimostrazione di forza messa in campo dal figlio d’arte: il suo talento cristallino è stato lampante, unito ad un ottimo modo di porsi nei confronti dei compagni e della stampa. Insomma, Federico ha la faccia giusta per diventare un campione e crescere ancora notevolmente.

È forse troppo solista, come rimproveratogli dal maestro Sacchi? Può anche essere, ma in fondo tutte le grandi band, senza ottimi interpreti solisti, non sarebbero andate da nessuna parte, così come questa Nazionale, che ha dovuto spesso affidarsi a grandi colpi dei singoli per risolvere la situazione. Il gol contro la Spagna nasce sì da una ripartenza di squadra, ma è il colpo di Chiesa che la risolve: puntare l’uomo, saltarlo e tirare, un movimento che spesso gli abbiamo visto fare anche in questo suo primo e ottimo anno di Juventus.

Erano però due i nostri Federico in rosa in questa Nazionale: anche Bernardeschi ha avuto infatti i suoi momenti di gloria. Certo, forse per lui la frase del titolo non è stata così tanto pensata nei salotti e nei pub da dove abbiamo seguito il torneo, ma con i suoi soli 127 minuti giocati anche lui è riuscito a lasciare un segno. Dopo delle stagioni difficili, Berna ha ritrovato l’atteggiamento giusto in queste partite, entrando sempre concentrato e propositivo e segnando anche due rigori decisivi nelle sfide con Spagna e Inghilterra. Proprio il rigore in semifinale, battuto in modo impeccabile, è emblematico: sbagliare quel rigore avrebbe potuto significare l’inizio del declino per la sua carriera, con un ridimensionamento che ne avrebbe fatto seguito, ed è invece probabilmente il punto a cui deve ancorarsi per ritrovare la giusta condizione mentale e ritornare ai livelli che aveva fatto vedere fino a qualche anno fa, quando la Juve aveva scommesso su di lui.

Federico l’astro nascente e Federico il talento ritrovato: due titoli per sintetizzare il torneo di questi due juventini campioni d’Europa.


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