L’utopia della grande bellezza del calcio di Sarri

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Mauro Bortone

La bellezza come utopia, il successo come unica religione dentro l’ambizione di scrivere la storia a strisce bianconere. Un anno e poco più di Maurizio Sarri sulla panchina della Juventus, coincide col primo trofeo del “suo” Napoli, privo di estetica e poesia ma ricco di pragmatismo e applicazione. E soprattutto, col secondo perso sulla panchina più prestigiosa d’Italia, una fastidiosa recidiva che rischia di diventare abitudine, proprio laddove “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Un bilancio tutt’altro che invidiabile, che ripropone l’ossessione del “perdente” e definisce il perimetro del processo all’allenatore toscano, ma non è sufficiente a raccontare il tonfo di queste ore.

Chiarisco subito un “conflitto d’interesse”: non sono un sarrista. E non lo sono perché semplicemente non credo e non ho mai creduto all’esistenza del “Sarrismo”. Il “bel giuoco” come filosofia è un mito, un concetto labile, estratto dal cilindro solo per dividere il mondo in maniera manichea tra “chi vince” e porta a casa trofei e appunto “chi gioca bene”. La realtà è più complessa. E lo dimostra il top dei mister, quel Guardiola il cui calcio negli anni si è evoluto dalla limitata idea del “tiki-taka” di blaugrana memoria. “Giocare bene” può significare tante cose, che si muovono dalla grinta dei singoli all’applicazione tattica, dall’organizzazione di squadra all’occupazione degli spazi, fino alla creazione dei presupposti necessari dell’obiettivo ultimo: il gol. È un tutto che volge al singolo gesto tecnico, alla sua esaltazione. Dentro c’è una manovra “spettacolare” che si regge sulla velocità di esecuzione di automatismi o di invenzioni che compongono questa disciplina. Ma “spettacolare” è anche un forcing arrembante di una squadra che attacca a testa bassa per recuperare un risultato, senza ossequio alle logiche dei “maestri del calcio”.

Pur non essendo un sarrista, ritengo Sarri un ottimo allenatore: ho semmai la perplessità di pensare che possa essere considerato un top o diventarlo, ma sono disponibile e predisposto ad essere smentito. È una premessa doverosa perché alla base del dibattito di queste ore. Su Sarri esiste un grosso equivoco: si dice che la Juve lo abbia scelto per un “cambio di mentalità” inteso come tentativo di esprimere un gioco diverso da quello della gestione precedente, ritenendo questo passaggio uno step “necessario” ad un salto di qualità soprattutto in Europa. Ma la “mentalità diversa” è altra cosa rispetto al “bel giuoco”, argomento a cui storicamente la Juve non è stata mai affezionata: si tratta, nelle intenzioni, semmai di un approccio più aggressivo alle partite, dove provare a far pesare maggiormente la superiorità percepita rispetto a quella effettivamente mostrata al netto dei distacchi in campionato.

Con una formula basata su una grande gestione difensiva e sulla ripartenza, infatti, nelle partite di cartello e poi, nelle grandi sfide europee, la sensazione era sempre di un divario minimo e della necessità di una più efficace propensione offensiva per valorizzare le bocche di fuoco a disposizione, un po’ “contratte”. Ma tutto alla Juve si basa sui risultati e, infatti, ho sostenuto fin dal primo giorno dell’arrivo di Sarri che, al di là delle discussioni dei tifosi, il suo lavoro sarebbe stato giudicato esclusivamente dai trofei consegnati alle bacheche.

Ripartiamo dalla STORIA. Si dimentica da dove tutto ha avuto inizio: tra febbraio e marzo 2019, ben prima della clamorosa Caporetto con l’Ajax, arrivano conferme di un accordo tra Agnelli e Zidane per la Juve del futuro, poi naufragato per via del ritorno del francese al Real. Spuntano gli approcci con Guardiola in una clamorosa trattativa, allora derisa da molti, e che oggi nessun giornalista sportivo italiano smentisce. Detto in soldoni, la società aveva già scelto di voltare la pagina notando una squadra con segni di involuzione. Il resto è storia con la Juve beffata dai giovani olandesi, Allegri riconfermato a reti unificate dopo la debacle, lo scudetto in tono minore, le consultazioni e l’addio anticipato del tecnico dei cinque scudetti di fila e delle quattro Coppe Italia. Coi veri obiettivi sfumati, l’arrivo di Sarri è già nell’aria quando viene tirato in ballo l’esempio del “Gabbione” a Livorno, ultimo colpo di coda del tecnico di Livorno.

Che piaccia o meno, Sarri non è mai stata la prima scelta. Ma prenderlo significava assecondare il suo credo tattico, fargli un mercato adeguato alle sue richieste per rendere l’incontro di mondi diversi più compatibile. Questo non accade, perché l’altro equivoco è che la Juve sceglie di cambiare “mentalità” senza mutare pelle: Allegri, prima dell’esonero, chiede di cambiare sei-sette giocatori della rosa, Nedved-Paratici ribadiscono che la squadra abbia bisogno solo di piccole correzioni e che “migliorarla sia difficile” (come il dirigente ceco recita davanti alle telecamere delle pay-tv”. Ne deriva un mercato che conferma sostanzialmente la rosa precedente.

In un anno, segnato dalla lunga pausa della pandemia, le idee di Sarri si sono viste a sprazzi e più in spezzoni di partita che in gare intere (Atletico Madrid, primo tempo col Napoli in campionato, doppia sfida con l’Inter, secondo tempo con l’Udinese in campionato e partita di Coppa Italia, sfida in coppa Italia con la Roma): la sensazione è esattamente quella che si aveva con Allegri, ovvero di una squadra con forti individualità ma che giochicchia senza mai mettere alle corde l’avversario; un atteggiamento che, alla lunga, risulta rischioso soprattutto se, a differenza del passato, hai meno certezze difensive, crei meno occasioni da gol e sai produrre uno sterile possesso palla fino alla trequarti. La domanda allora è sempre la stessa: è un problema di tecnico, di idee da trasferire alla squadra e che la squadra non recepisce, o di giocatori che sono un po’ più mediocri di quello che si vuol far credere?

Sarri ha dalla sua la scusante di non avere giocatori funzionali al suo calcio, ma le scuse alla Juve hanno le gambe corte. C’è da chiedersi se un grande tecnico ha davvero sempre dal mercato tutto ciò che chiede e non diventi tale, invece, proprio perché sa valorizzare le caratteristiche di tutti i giocatori a disposizione, anche quelli non funzionali alle sue idee (la forza di Conte e soprattutto di Allegri è stata proprio questa). Né tanto meno può valere la lunga pausa del Covid-19 per giustificare la sconfitta, perché Verona e Lione sono arrivate prima dell’emergenza sanitaria e la pandemia c’è stata per tutti e non solo per la Juve. È ugualmente un errore rimpiangere Allegri (o Marotta), che non era forse il problema ma neanche la soluzione. Anche il tecnico livornese ha perso partite e trofei, esattamente come ha fatto Sarri con Napoli e Lazio, vincendone altri con una formula ribattezzata il “calcio dei furbi”. Un calcio, quello, per me già finito con Cardiff e che ha avuto una lunga appendice di gioie e contraddizioni, manifestandosi nel suo logorio profondo nella partita persa malamente allo Stadium proprio contro il Napoli di Sarri, nell’imbarazzante eliminazione in Coppa Italia con l’Atalanta fino al disastro coi lancieri di Amsterdam.

L’origine dei mali sembra la mancata ricostruzione di un centrocampo all’altezza di quello con Pirlo-Pogba- Vidal e Marchisio, scomposto per potenziare la trazione anteriore. Si sono poi aggiunti giocatori certamente validi tecnicamente con ingaggi importanti ma costantemente fuori causa, che hanno di fatto impoverito il peso della rosa; e poi ci sono calciatori irrisolti, uno su tutti Bernardeschi, incapaci di fare quel salto di qualità in più. Altri hanno già dato quello che potevano (Alex Sandro e Pjanic, ad esempio).

Pertanto, come Allegri, Sarri non è l’unico problema di questa squadra. Ma non è neanche la soluzione. C’è qualcosa dentro al gruppo che lo rende appunto meno competitivo di quanto lo si voglia rappresentare e che mostra limiti che vanno oltre le filosofie di gioco e i tecnici che si avvicendano. Lo dimostra il fatto che Cuadrado, al termine della sconfitta col Napoli, arrivi a dichiarare che è stata una “sconfitta che ci sarà di lezione”. Una frase che negli anni ci siamo sentiti ripetere, a turno da altri nostri calciatori, dopo le sconfitte di Berlino, di Cardiff, di Doha (col Milan e con la Lazio).

Una squadra che ha bisogno di imparare costantemente dalle sconfitte non è una grande squadra. A maggior ragione se lo dichiara soltanto e poi ci ricasca. Con buona pace degli allegriani, dei contiani, dei sarristi, dei marottiani e di chi ha bisogno di un capro espiatorio. Sarri, però, ora ci metta del suo per portare a casa questo scudetto e fare una Champions dignitosa (segnata dall’onta di Lione) per salvare una stagione anomala. Lo deve a sé per togliersi l’etichetta di “perdente” di lusso e lo deve a tutti i tifosi, per mostrare di aver capito cosa significa sedere sulla panchina della Juve. Per altre riflessioni ci sarà tempo.


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